Il Novecento intimo di Erri De Luca, in viaggio con Aurora

Foto di Manuela Giusto
Foto di Manuela Giusto

In un celebre saggio pubblicato nel 1994, lo storico inglese Eric Hobsbawm lo definiva severamente Il secolo breve. Di quel vecchio e ormai ampiamente trascorso Novecento Erri De Luca prova invece a tracciare un timido acquerello, una sorta di ritratto sfumato che ne restituisca un’essenza intima. Nel bene e nel male. In viaggio con Aurora è il titolo dello spettacolo, dal 2010 ancora nel pieno del proprio viaggio, appunto. Aurora è la nipote di De Luca, ne porta lo stesso cognome. Ma quel suo starsene, nel titolo, col solo nome di battesimo, suggerisce il tono colloquiale del testo ancor prima di entrare in sala. Al punto che a noi, l’autore, viene da chiamarlo Erri.
In scena quella che ormai, già notata in Chisciotte e gli Invincibili e in Provando In nome della madre, pare essere una cifra visiva comune alle sortite teatrali dello scrittore napoletano: un tavolaccio di legno, sedie e un fiasco di vino con bicchieri abbastanza per bagnare tre labbra. E una chitarra classica abbandonata lì, il legno lucente e nudo, nessun cavo elettrico a darle amplificazione.

La materia è varia e poco definita, si va dal racconto a braccio alla confessione, dalla citazione alla lettura, dalle canzoni storiche ai brani scritti ad hoc, fino agli intermezzi virtuosi della violinista Michela Zanotti, appollaiata su uno sgabello. Erri trascorre questa serata con la giovane Aurora, che di quel Novecento ricorda poco e niente: canta con ugola sottile, interpreta i contorni di quella memoria, che Erri sembra invece ricordare a memoria, tenere stretti nelle pieghe delle mani, nelle rughe che gli segnano il volto. È suggestiva, indubbiamente, l’intimità di questa situazione: quel piazzato debole, il silenzio tra un blocco e l’altro del testo, l’urgenza disarmante con cui lo scrittore arriva, siede al tavolo e attacca a raccontare.
C’è la sua Napoli, quella sfacciata e ventosa da cui egli è fuggito appena finita la scuola per andarsene al Nord; di quella scuola c’è il ricordo impressionista di ricreazioni, moniti del preside, goliardia e omertà; c’è il fuoco incontrollato delle rivolte studentesche, dei presidi di Lotta Continua; la desolazione di un mondo, quello dei Balcani negli anni Novanta, scoperchiato dalla guerra, visto attraverso il parabrezza di un convoglio di aiuti umanitari in Bosnia e che si mescola alla tenerezza dell’amicizia con il poeta bosniaco Izet Sarajlic. A cucire il tutto, l’acustica essenziale della chitarra e di quel suggestivo intrecciarsi di voce giovane e matura, femminile e maschile.

La motivazione di fondo dello spettacolo, dichiarata anche nel titolo, è un dialogo con Aurora, alla quale giunge il dono di una memoria irripetibile, lontana dai libri di storia perché sussurrata all’orecchio e, soprattutto, sperimentata sulla pelle. Eppure la fibra che dovrebbe unire le due presenze in scena non è abbastanza forte. Se la varietà forse troppo ardita dei temi trattati si giustifica con l’organicità sbilenca e viscerale della chiacchierata, il rapporto tra le generazioni e il passaggio da una all’altra di un vissuto avrebbe bisogno di un contatto reale. È probabilmente la verbosità generale a non favorire quel rapporto, né con Aurora né con la musicista: nonostante l’impegno, le parti monologanti di una risultano posticce e insospettabilmente fredde, mentre scollati e meno incisivi ancora appaiono gli interventi dell’altra.
Lo stesso Erri, in una intervista, diceva: «Non ce l’ho l’idea di pubblico. L’idea di pubblico è una cosa che non mi riguarda. […] Scrivo e dico e parlo per una persona sola. All’osteria si fa così. Poi se qualcun altro, da un tavolo vicino, ti sta sentendo… tanto meglio».

Se a danneggiare questa intimità è senza dubbio il lungo, lunghissimo intermezzo di videoproiezione (con Mariano Rigillo) che fa calare uno schermo bianco e cambiare completamente – e in maniera troppo sommaria – il segno di linguaggio, a raffreddare quell’intimità che l’autore vorrebbe creare è la assenza pressoché totale del corpo. Per quanto nel dettaglio dell’evocazione si voglia andare, occorre conservare con il pubblico un rapporto privilegiato. E se c’è un modo agile per farlo è creare un legame stretto tra i corpi che agiscono in scena. Ecco perché si avverte come un tuffo al cuore quando Aurora, sul finale in cui i due cantano la Ballata per una prigioniera, si avvicina alle spalle dello zio e lo abbraccia.
Sul tavolo ci sono tre bicchieri, ma Erri è il solo a bere e a riempire. E questo, per una scrittura così alata e una presenza tanto carismatica, è un vero peccato.

Sergio Lo Gatto

IN VIAGGIO CON AURORA
di e con Erri De Luca
voce cantante Aurora De Luca
violino Michela Zanotti
con la partecipazione in video di Mariano Rigillo

visto al Teatro Quirinetta di Roma il 26 Gennaio 2012 [stagione 2011/2012]