Dal Mime al Cirque du Soleil: tour settimanale tra festival e teatri londinesi

Sugar Beast Circus, Mime Festival

Il teatro a Londra è un fenomeno di massa: biglietti acquistati in anticipo altrimenti non si trova posto, non solo per lo spettacolo più o meno commerciale, ma anche per quello che vorrebbe definirsi di ricerca, per festival e rassegne nazionali e internazionali; pubblico numeroso che affolla le sale, composto non solo da addetti ai lavori o amici della compagnia, ma fatto soprattutto di gente ordinaria: coppie, madre e figlia, nonna e nipoti, amici, avventori solitari, manager, tutti uniti dal desiderio di una serata sociale e insieme culturale. Una birra prima o durante lo spettacolo, panini e dolcetti, vestiti sgargianti e demodé accompagnano quello che è un momento conviviale più che un rituale artistico: lo spettacolo.

Diversamente dalla tradizione pubblica francese ma anche italiana, il teatro inglese gode di una struttura di finanziamento che prevede introiti privati in percentuale nettamente prevalente rispetto alle fonti di finanziamento pubbliche. La città del marketing non smentisce la propria vocazione nemmeno nell’ambito culturale. Probabilmente anche questo il motivo per cui il costo medio di un biglietto teatrale è più elevato rispetto a quanto siamo abituati – £ 14, pari a 17 euro, il costo dello spettacolo meno oneroso. Ciò nonostante il pubblico affolla le sale.

Concorre all’appassionata partecipazione certamente anche la modalità comunicativa – e dunque il marketing – che si crea attorno all’evento artistico. Questa generalmente punta su toni sempre molto entusiastici e tesi a rilevare innovazione e qualità certificata in qualunque artista e/o spettacolo. E poiché sappiamo che la comunicazione attorno ad una pratica è spesso responsabile del 50% del valore riconosciutole, difficilmente le aspettative di un pubblico occasionale verranno deluse, dal momento che l’atteggiamento inconscio dello spettatore sarà piuttosto teso a riscontrare e individuare in ciò che vede quanto gli era stato promesso.

Il London International Mime Festival è il festival più antico della capitale; fondato nel 1977 – prima ancora dunque del famoso Umbrella -, si dedica da sempre alle pratiche performative contemporanee, dalla danza, al teatro di figura, al circo, al mimo: una showcase del teatro visivo, come si vuole definire, con sede in differenti teatri della città.

Barbican Center

Ospite, a chiusura del Mime, la giovane compagnia Sugar Beast Circus che nelle ultime tre serate del festival presenta {Event(Dimension):} spettacolo per acrobate, video-proiezioni e oggetti di scena – molto artigianali -, che vuole affrontare i temi fisici del tempo e della teoria dei quanti, ricercando una nuova forma di narrazione che sia in grado si riunire sotto un unico segno l’aspetto concettuale e quello estetico. L’artigianalità dell’operazione dà vita a uno spettacolo più conforme a un saggio di una buona scuola di circo piuttosto che a uno spettacolo da festival internazionale. Una scarsa qualità nella scelta delle materie prime – vestiti, luci, oggetti, video, parole – e nella composizione delle stesse, denotano una mancanza di professionalità da parte della direzione artistica del gruppo. L’errore risiede forse anche nel desiderio stesso di narrazione di fenomeni insieme scientifici e mistici, che oltre ad essere campi troppo vasti da poter essere affrontati senza il rischio di risultare superficiali e generici, non si adattano inoltre ad una narrazione che non sia matematica. Ciò che l’arte può e dovrebbe fare nei confronti dei fenomeni scientifici non è tanto narrarne l’evoluzione del pensiero a riguardo, come lo spettacolo in questione tenta di fare, quanto se mai evocarne la meraviglia, compito non certo meno difficile ma sicuramente più idoneo al campo di cui ci occupiamo.

Il Barbican (www.barbican.org.uk), enorme centro multidisciplinare, presentato come il più grande spazio europeo dedicato alle differenti arti e al relativo studio, si dedica parallelamente alla programmazione di musica, danza, teatro e cinema, e svolge inoltre una funzione didattica organizzando incontri e seminari di studio. Alcuni degli eventi in calendario rappresentano la volontà programmatica di mescolare le diverse arti di cui il centro si fa promotore, è questo il caso di The long count, che vede uniti i due gemelli fondatori della band americana The National e l’artista britannico Matthew Ritchie in un “concerto multimediale” e performativo. La multimedialità consiste in un apparato video di sottofondo che con la musica dà la sensazione di un gigantesco affresco di Windows Media Player (chi è ancora un affezionato di pc sa a cosa mi riferisco), ad accompagnare le voci che una ad una si alternano sul palcoscenico in un recitar cantando su note di un rock melodico e ripetitivo. I cantanti/performer vestono un abbigliamento stravagante che ricorda esseri a metà tra gli animali e i personaggi di una fiaba mitologica, e assumono talvolta pose anch’esse fisse o ripetute. Una “narrazione non lineare” un’altra volta annunciata come espediente sufficiente di originalità nel foglio che spiega gli intenti artistici all’origine del lavoro. Il “concerto performativo” purtroppo non presenta nulla della poesia di Robert Wilson né del rock di Tom Waits a cui i due gemelli Dessner vorrebbero far risalire gli elementi del The long count. I due finiscono per trasformarsi nel sole e nella luna evocati in maniera ancora una volta piuttosto didascalica dal variare dei colori del video sul fondale. Il pubblico applaude entusiasta.

Royal Albert Hall

Al The Place (www.theplace.org.uk), sede del conosciuto festival di settore Dance Umbrella (www.theplace/dance-umbrella) e palcoscenico di riferimento nel contesto londinese e internazionale per la sperimentazione nell’ambito della danza, è il tempo di: Resolution!, rassegna di shorts della giovane danza inglese. In una sera si ha la possibilità di assistere a tre performance di tre gruppi diversi, ognuna della durata media di 30 minuti circa. Protagonisti della serata dell’8 febbraio sono Justine Reeve Dance, Kistie Richardson, Daniel Somerville. I tre lavori sono accomunati da correttezza formale, intesa come adesione ad un codice riconosciuto di gesti e movenze della danza contemporanea, anche laddove questa passi per la sua ridicolizzazione; forte è anche il desiderio di veicolare un messaggio semplice ma passibile di enunciazione (di fatto la danza ed i segni messi in scena attraverso di essa si fanno strumento di una locuzione enunciativa), su temi di interesse culturale/sociale come il matrimonio o la follia; scelta comune è anche la frontalità classica del rapporto performer/spettatore, in quello stesso meccanismo enunciativo di cui dicevamo prima. Una delusione dal punto di vista artistico, che denota anche una mancanza di eticità nell’ultimo pezzo proposto, che con ironia e leggerezza vorrebbe affrontare il tema della follia, scadendo in una rischiosa superficialità.

Al famoso Royal Albert Hall, un’arena teatrale ricoperta da un tetto a cupola dalla capienza di 5.500 posti, che accoglie grandi concerti, spettacoli, incontri sportivi, nell’esclusivo quartiere di South Kensinghton/Chelsea, al confine con Hyde Park, come ogni anno dal 1996 è di scena il Cirque du Soleil, ormai celebre brand del circo contemporaneo, garanzia di magnificenza dell’impianto spettacolare ed eccellenza ginnica degli interpreti. Biglietti costosi, un mese di repliche e la sala piena. Forse qui ritroviamo lo spirito migliore dello spettacolo londinese: quello spettacolo commerciale, mastodontico, patinato, ma certo, a differenza degli altri esempi fin qui citati, professionale. Un ritorno allo spettacolo ludico, meraviglioso e infantile, ma allo stesso tempo un’esperienza d’eccezione, soprattutto dove la forza muscolare della ginnastica incontra l’espressività del gesto del viso o degli arti, negli esercizi eseguiti dai gruppi orientali, coreani e cinesi, piuttosto che da quelli svolti con forza e fatica dai muscolosi acrobati dell’est europa.

Di fronte ad un impianto spettacolare fatto di decine di acrobati, luci, strutture gigantesche e macchine sceniche mobili e/o transformabili, video scenografici, costumi sgargianti e in alcuni casi tecnologici, corpi che sfidano impavidi la forza di gravità, non si può evitare di sospendere il fiato. Siamo al cospetto di un’opera che esula l’ambito dello spettacolo per situarsi in quello più vasto e complesso della spettacolarità – contesto inerente l’industria dell’arte piuttosto che l’arte in sé -, e che della spettacolarità è certamente l’esempio eccellente. L’adrenalina, l’eccitazione e la magia che scaturiscono dalla visione del Cirque du Soleil sono tesi a costruire un’esperienza effimera, e proprio in virtù di tale consapevolezza, di gran pregio. Di quanto si è visto non resterà che la certezza di averne goduto, oltre alla consapevolezza che il godimento non sarà lo stesso ad una seconda visione del medesimo evento spettacolare.
Ad un primo sguardo superficiale, il carattere di spettacolarità e il rito sociale anesso risultano dunque essere i parametri secondo cui si declina il fenomeno performativo nella capitale britannica, ma sospendiamo il giudizio in attesa di una maggiore capacità d’approfondimento.

Chiara Pirri