Bambiland: l’impossibile verità di Jelinek secondo Giuseppe Roselli

Com’è triste sedersi nella platea della Sala Grande dello storico Teatro dell’Orologio (ad oggi l’unico “multisala off” di Roma) insieme a soli altri quattro spettatori. Più triste se lo spettacolo in programma, portato in scena da L’Albero Teatro Canzone per la regia di Giuseppe Roselli, è un testo necessario come Bambiland [qui il testo integrale tradotto in inglese], con cui il Premio Nobel per la Letteratura 2004 Elfriede Jelinek racconta l’orrore della più recente guerra in Iraq.
Una illuminante riflessione sulla sussistenza della realtà, vomitata in un picco d’ispirazione nella forma complessa e angosciante del delirio. Bambiland mostra il fatto storico confuso nelle chiacchiere che la comunicazione di massa vi ha fatto germogliare attorno; lo rivive talmente da vicino da farne perderne i particolari, fotografando l’istante stesso in cui si storicizza.
La scena ampia e disordinata ospita mucchi di vestiti e oggetti sparsi e su di essa, fermo nel centro del fondale, vigila l’occhio luminoso di un televisore. Passano le stesse immagini atroci che i telegiornali e ancor meglio qualche video pirata su internet ci hanno recapitato di fronte agli occhi nei mille mesi passati.
In un magma scenico indefinito c’è spazio per dividere le responsabilità tra Stati Uniti (Bush e Cheney) e Gran Bretagna (Blair), per tirare con violenza in mezzo interessi miliardari intorno a petrolio e influenze su mercati più deboli; c’è il racconto delle sevizie nel carcere di Abu Grahib; c’è la spiegazione dettagliata di quali armi sono state scelte, di come vengono assemblati i missili, di come siano in grado di colpire a distanza di migliaia di chilometri un’area di due metri quadrati con più del 50% di possibilità di successo.

La scelta di spargere la drammaturgia su una materia scenica frammentata (un coro di sei attrici/attori), architettando un circo visivo e sonoro che rimbomba di colori e azione è tutt’altro che miope: per quanto il testo appaia scritto come un lungo passo di prosa – senza alcuna interruzione se non un’unica didascalia che assegna la tirata finale a un Dio che compare come da una nuvola – è evidente l’intenzione poetica di Jelinek. Far parlare, con il ritmo forsennato e nevrotico di una confessione estorta, le parole stesse, senza immaginarle divise nelle corde di un dicitore preciso significa di per sé negare che la verità (perché di un’inchiesta, innanzitutto, si tratta) possa essere rivelata da una parola umana. Occorre piuttosto liberare un terribile subconscio, il cui lamento ha lo stesso ritmo delle anime dantesche in orbita eterna nella loro dannazione.

A “dire” il testo è un grumo di personaggi-non-personaggi, muro di zombie che fa da cassa di risonanza per la potenza acuta di un ultrasuono: la mitragliata di dettagli, di allusioni, di citazioni, di illazioni, di accuse, il pugno nello stomaco del testo (abilmente tradotto e adattato dallo stesso Roselli) ha in sé la forza linguistica di un interminabile comunicato gettato da un altoparlante. Inchiodata su una sedia a rotelle elettrica come un personaggio dei migliori film di mafia, una bianca aureola di peluche che galleggia sulla sua testa, la parrucca Valentina di Crepax e un vestito di paillettes che le dora il volto duro e coperto di cipria e occhi sgranati, Valentina Martino Ghiglia è l’unica – sorprendente e imperiosa – voce fuori dal coro. Un coro giovane che ce la mette tutta, ma resta purtroppo incatenato a una certa ipertrofia registica che esagera nel guarnire di condimenti un piatto così amaro.

L’eccedere di oggetti, cambi d’abito, musiche e luci mette fin troppo in evidenza il tono monocorde, in parte voluto, di questo coro “alla greca” – impossibile non notare una fratellanza con i Persiani di Eschilo, nell’accuratezza con cui le fasi del conflitto vengono analizzate – e la potenza vergine delle parole finisce per essere strangolata dalla pirotecnica scenica. La vertigine pornografica di quello che di Jelinek è il testo più catartico ne esce in parte indebolita e, cosa forse ancor più rischiosa, viene indorata e resa più digeribile l’energia crudele di questo fiume di parole che dovrebbe solo stordire con la sua capacità liquida.

Sembra di riascoltare il Nietzsche che diceva: “Non esistono fatti, ma solo interpretazioni dei fatti”:  la comunicazione di massa ha annichilito la verità effettiva, l’ha calciata via, facendola rotolare lì dove tutto sembra identico a tutto e di tutto il contrario, come in un gioco di specchi. E noi qui ad assistere alla sua morte totale. Di fronte a un fatto terreno e profondamente umano come la guerra avviene come una rapida glaciazione: sotto l’occhio ironico di un Dio che si consuma le mani a forza di lavarsele, la nostra coscienza inerme sta lì ferma a guardare qualcosa che perde la propria forma; assiste, atrofizzata da una spettacolarità che non può essere aggirata perché giace nel senso stesso di ogni esperienza brutale. Un abominio che contiene in sé la propria stessa rappresentazione sensazionale. E finiamo per essere tutti colpevoli.

Sergio Lo Gatto

In scena al Teatro dell’Orologio Sala Grande [cartellone] fino al 12 febbraio 2012
Roma

BAMBILAND
di Elfriede Jelinek
adattamento e regia Giuseppe Roselli
con Valentina Martino Ghiglia, Matteo Castellino, Marta Franceschelli, Francesco Marioni, Maurizio Montecchesi, Gianni Parrella, Silvia Vitale.
scene e costumi Ciro Paduano e Aurora Buzzetti
musica Massimiliano Nazzi
aiuto regia MAria Giulia Colace
Light designer Camilla Piccioni
luci e fonica Simona Parisini