Quale lotta è in scena al Valle Occupato?

La presentazione della bozza definitiva dello Statuto della Fondazione Teatro Valle Bene Comune offre l’occasione per riflettere sul percorso pratico e teorico di questi mesi d’occupazione del Teatro Valle.
Lo Statuto, che nasce sotto la supervisione del giurista Ugo Mattei (docente di diritto civile) e della professoressa Federica Giardini (docente di filosofia politica), è il risultato di un percorso condiviso di ricerca sul piano del diritto e del significato sociale e giuridico di Bene Comune. Oltre che un’importante dichiarazione d’intenti, lo statuto rappresenta un esempio di quella che il Comitato definisce “decolonizzazione del linguaggio”, obiettivo raggiunto attraverso lo studio del valore semantico di termini il cui significato ha subito ricontestualizzazioni o addirittura storpiature nel corso del tempo.
Dato appunto il valore che il Comitato riconosce a tali termini, vorrei tentare di ricostruire l’orizzonte di pensiero e d’azione espresso dal movimento, di cui troviamo conferma nello Statuto, a partire dalle parole/mondi che maggiormente ne caratterizzano la produzione verbale e scritta.

Partecipazione
Richiamata sia dai discorsi tenuti in sede assembleare che dallo Statuto stesso, la partecipazione democratica è uno dei valori su cui si fonda l’attività della Fondazione, concetto in grado di declinarsi secondo diverse sfumature di significato: partecipazione della cittadinanza alla vita del teatro attraverso l’utilizzo di spazi predisposti allo scopo, partecipazione degli artisti alla cura della programmazione, partecipazione attiva di una parte dei soci all’attività decisionale e gestionale.
La partecipazione di esperti di legge e filosofia e dei molti artisti che hanno offerto la propria opera a sostegno del teatro è stato ciò che ha reso possibile la stra-ordinaria gestione del teatro Valle in questi sei mesi.
A fronte di una costante chiamata alla partecipazione, la presentazione dello Statuto, che dovrebbe richiamare l’attenzione di tutti coloro che gravitano nel settore dello spettacolo e che hanno a cuore il destino del teatro, si è svolta al cospetto di una platea semi-vuota. Non solo scarsa è stata la partecipazione del pubblico generico, ma anche di quello specializzato, che invece nella fase iniziale dell’occupazione aveva dimostrato interesse ed entusiasmo.
Questo vuoto, che sarebbe giusto voler interpretare da ambo le parti (occupanti e assenti), ha rappresentato ai miei occhi l’immagine metaforica della mancanza di comunicazione tra gli occupanti e coloro che costituiscono il mondo teatrale (artisti, critici, organizzatori, direttori artistici…) attivi sul territorio romano e nazionale, una mancanza sempre percepita, da molti lamentata, in questo caso palese.
Il tono autoreferenziale assunto dal discorso in sede assembleare è stata la conseguenza (ma probabilmente anche la causa) della scarsa partecipazione.
Parole importanti ma a rischio di interpretazione ambigua sono state utilizzate dal Comitato, senza essere collocate in un orizzonte di senso preciso, in mancanza del quale le stesse suonano, all’interlocutore, più come parole d’ordine di un discorso demagogico che come metafore. Vorrei in questa sede tentare di evocarne alcune, accompagnando le impressioni alle perplessità.

Bene Comune
Nel pensiero alla base della Fondazione, il concetto civile e giuridico di bene comune, solitamente associato all’universo dei servizi primari – come l’acqua o la cultura – che uno Stato dovrebbe offrire ai propri cittadini, si amplia fino a comprendere la dimensione di un organismo, quale un teatro, che contempla aspetti gestionali. Il termine posto a sigillo dell’azione d’occupazione vuole dunque significare che il fine ultimo del processo di riappropriazione è la restituzione del teatro, in quanto bene comune, alla comunità.
Quando un bene diventa comune, l’accento si sposta dal soggetto proprietario del bene alla natura del bene in questione, da cui dipende la sua necessità per la comunità. Ed è per questo che, volendo traslare il concetto di bene comune in ambito culturale, è importante definire di volta in volta la natura del bene in questione, in tal caso il teatro. Una definizione più ampia e precisa della natura del bene dovrebbe essere espressa nell’articolo 6, dove si definisce il Patrimonio della Fondazione e dove il discorso resta invece generico. In tal modo non avviene il processo di significazione che dovrebbe investire il termine bene comune, vanificato inoltre dall’inflazione e dall’abuso che recentemente ne caratterizza l’utilizzo. Quando tutto e il suo contrario viene difeso alla stregua di bene comune e questa stessa “categoria” mantiene confini di senso labili, anche ciò che a ragione potrebbe essere definito tale non trova nell’autodefinirsi bene comune un valido supporto né un’arma adeguata.
L’uso inflattivo dell’espressione, che in un primo momento è stato ciò che ha dato visibilità al movimento, è oggi il motore del depotenziamento del suo relativo concetto. Nel passaggio da una fase in cui il pensiero è espresso in modo astratto ed è finalizzato a instillare il germe della battaglia ad un momento in cui la creatività si mette al servizio di una produzione di pensiero operativo, funzionale e ideale al tempo stesso quegli stessi termini che finora sono stati utilizzati come slogan di una battaglia dovrebbero trovare una definizione più limpida.

Lotta
Federica Giardini definisce performativo il carattere del bene comune, volendo in tal modo identificarne la natura metamorfica, che porta ad accompagnare con la lotta il momento stesso della sua affermazione. L’accostamento dei due termini – lotta e performativo – rimanda immediatamente a quelle esperienze di ambito teatrale che, come il Living Theatre, hanno voluto far convergere arte e politica. Da questo pilastro di storia del teatro non si può prescindere qualora si decida di utilizzare un linguaggio in qualche modo afferente il campo semantico della Rivoluzione, come non si dovrebbe rinunciare a ricontestualizzare il termine (lotta, rivoluzione – se di rivoluzione sia ancora giusto parlare…) in una concezione dell’arte e della politica che cambiano.

Comunardi
È il termine con cui vengono definiti i soci che, diversamente dai sostenitori – ovvero coloro che contribuiranno all’attività della Fondazione attraverso un apporto pecuniario – saranno in grado di contribuire anche attraverso un impegno pratico. La definizione fa riferimento all’esperienza della Comune di Parigi del 1792 nella Francia rivoluzionaria, un’eredità storica cui occorre relazionarsi con consapevolezza e responsabilità. Perché volersi riallacciare a un evento del passato per costruire un’idea di futuro? Ancora una volta penso che il richiamo della Storia necessiti di una scelta consapevole e giustificata.
Tra le novità di cui lo Statuto si fa portavoce la più discussa è la fonte dei proventi utili all’attività della Fondazione: risorse che dovrebbero provenire dal sostegno pratico e finanziario da parte dei soci – sostenitori e comunardi –. D’altra parte, come leggiamo all’articolo 7 del medesimo Statuto, i finanziamenti non proverranno unicamente dalla libera elargizione da parte della comunità bensì «dal contributo previsto dal Ministero […] per gli istituti culturali nonché […] da ogni altro contributo pubblico o privato debitamente accettato nei modi e nelle forme previste dal presente statuto […] donazioni e sponsorizzazioni di soggetti privati […]». L’elemento d’economia alternativa si appoggia dunque sulla base solida delle risorse tradizionalmente destinate al teatro, ed  effettivamente il Teatro Valle non sopravvivrebbe unicamente grazie ai contributi dei soci e dei comunardi, contributi che inoltre non è possibile quantificare con preavviso. Qual è allora il vero ruolo dei soci comunardi, se non costituiscono la primaria fonte di risorse? E più in generale: come si concilia l’idea del bene comune, che dovrebbe sottrarsi alla logica del mercato, con la necessità per un teatro di inserirsi in un flusso di economie?

Permanenze
Un sistema di direzioni artistiche affidate ad artisti della scena nazionale e internazionale per un periodo di tempo prestabilito (che potrà oscillare da uno a tre anni) è il meccanismo attraverso il quale il Comitato propone di gestire la programmazione del Teatro Valle. Ne sono state esempio le brevi permanenze di Riccardo Caporossi, Paolo Rossi e Ermanna Montanari/Teatro delle Albe. Affidando all’artista il ruolo della direzione artistica, il meccanismo delle permanenze riduce quello che dovrebbe essere un rapporto dialettico (tra artista e programmatore) ad un monologo e l’annullamento dei ruoli è sempre a rischio di conflitto d’interessi.
Un bene comune appartiene a tutti, cosa vuol dire questo rispetto a un teatro? Che tutti, utopicamente, dovrebbero poter avere accesso non solo alle iniziative (spettacoli, laboratori, spazi, etc.), ma anche all’organizzazione delle stesse. L’organismo sovrano della fondazione è l’Assemblea, da cui dipendono il Consiglio (da questa stessa eletto), e il Comitato dei Garanti (eletto dal Consiglio), con potere ispettivo. Da chi è composta l’Assemblea? Dai soci, comunardi e sostenitori. Dunque non dalla totalità della comunità, né da un campione vario che la rappresenti, piuttosto da coloro che manifestino “l’accettazione del Preambolo, della Vocazione, dello Statuto e del Codice Etico” (Statuto art. 3. Durata, Diritti e Doveri dei Soci).

Con quanto detto fin’ora non chiudo il giudizio, ma apro al dialogo. Per il Valle è ora forse tempo di domande più che di risposte.

Chiara Pirri

Leggi gli altri articoli sul Valle Occupato

info su:  www.teatrovalleoccupato.it

Comments
  • Fabio Massimo Franceschellii 11 gennaio 2012 at 14:47

    ottima analisi Chiara, complimenti. Alcune cose che individui mi sembrano importanti, altre forse sono solo dettagli. Ho sempre pensato che l’occupazione del Valle abbia rivestito un eccezionale valore simbolico, soprattutto se inserita in un contesto temporale – quello di un anno fa – in cui la società civile italiana sembrava finalmente rialzare la testa. Gliene va dato atto, e chi ha occupato va ringraziato per averlo fatto. Passato quel bel momento, però, rimane la sensazione, o la paura, che ad un centro di potere se ne stia sostituendo un altro (più vago e meno consapevole del primo, e quindi anche più impermeabile). Resta il fatto che la discontinuità che il Valle Occupato vorrebbe creare e significare necessita di tutto tranne che di una retorica paludosa e impregnata di ideologie irrelate.
    Chissà?, forse la prima costruzione retorica che andrebbe abbattuta (sia dagli occupanti, sia da chi osserva e giudica da fuori) è la dicotomia tra “mercato” e “bene comune”. Se il teatro è un’attività elitaria (e lo è, inutile negarlo) tanto vale ammetterlo e liberarsi dall’obbligo ideologico di “comunizzarlo”, renderlo “bene comune”. Anche ammesso che questo fosse possibile – e ancora non se ne capisce il modo – ho paura che i “comuni mortali” di tutto questo ben di Dio a loro elargito non saprebbero che farsene

  • Anna S 11 gennaio 2012 at 17:25

    Riflessione molto interessante, ci voleva!

  • Paolo Fusi 11 gennaio 2012 at 18:34

    Caro Fabio, questo articolo mi sembra colga con grande delicatezza il centro del problema per come l’ho percepito io nella superficialità del mio contatto in loco. Il problema degli occupanti lo capisco: vogliono evitare che arrivi qualcuno di più importante e conosciuto di loro e gli sfili di mano il giocattolo. Vogliono tenere il controllo ma in modo che sia esteticamente accettabile – il che è un controsenso e non funziona, da qui l’autoreferenzialità. Vogliono decidere in un manipolo di sacerdoti, chiudono le porte in faccia a chi si presenta (Meoni mi ha detto che, per poter prendere la parola in assemblea, uno prima deve – per un periodo di alcuni mesi – aver sofferto quanto gli occupanti, quindi aver passato un periodo lì, pulendo i bagnim cucinando, facendo accoglienza, spostando pesi). Tutte cose cattolicameente comprensibili e belle per un movimento che guarda alla primavera del 1976 come un futuro roseo ed allegro in cui creare steccati fra compagni, supercompagni, rivoluzionari, superrivoluzonari, leaderini e sacerdoti della struttura. Che noia. Senza i grossi nomi che si sono esibiti gratis in questi mesi, il Collettivo del Valle non esisterebbe più. Ma costoro ora potrebbero, se volessero, detronizzare il collettivo, che vive l’occupazione come un’esperienza totale e totalizzante. Capisco la rabbia: mentre tutti gli altri vivono, recitano, guadagnano, amano, loro sono chiusi laggiù, arroccati come una cricca di camerieri d’hotel che speravano di gestire la rivoluzione culturale e sono invece in un certo modo i portantini dell’arte altrui. Se capisco bene nel collettivo scarseggiano gli artisti che creano opere proprie – un altro motivo per avere paura che ora qualcuno arrivi e raccolga il frutto delle loro fatiche. La prosopopea parademocratica, però, non risolverà il problema. Il rifiuto pragmatico a chiamare le cose con il loro nome è quella tipica di chi si avvicina alla politica con la spensieratezza e la preparazione dei giovani che nel 1972 lasciarono Potere Operaio ma ne tramandarono il tragico binomio stalinismo e maschilismo interno vs. sorriso paterno/materno esterno. Roma non ci starà. Così come è messa oggi l’occupazione del Valle, secondo me, non ha futuro. Glisfruttati ed umiliati se andranno a cercare lavoro altrove, i grossi nomi si stuferanno di andarci gratis se il caos interno resta come oggi. Fare statuti e scrivere manifesti è sempre stata l’attività principale di chi non aveva una direzione in cui andare ma voleva gestire con tenacia ed un pizzico di frustrata acrimonia l’esistente. Tutto negativo? Giammai. Il Collettivo ha salvato il Teatro Valle, ha creato una stagione culturale bellissima, strabiliante, innovativa, ha dato a tantissimi (in primis a me) la possibilità di fare un’esperienza indimenticabile. Non voglio che queste splendide persone perdano il Valle – anche se non gli appartiene. Voglio che smettano di scherzare e dicano veramente di cosa hanno bisogno. Poi il futuro dirà se hanno visto bene o male. Se si sono sbagliati, il Valle Occupato morirà. Senza inverno non c’è primavera. Loro sono stati un’estate insperata, il lavoro vero comincia ora, ma solo con l’onestà intellettuale.

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