Inediti Ospiti 2012 – Il leninismo applicato al teatro

C’è uno strano fenomeno che si verifica ogni volta che qualcosa si da per morto, o morente, o comunque che non si sente troppo bene: di colpo, risorge. Ora, sarà che l’arte è esattamente un miracolo ad ogni sua espressione – che ogni volta ci si chiede com’è possibile compitarne la forma e il contenuto, il passo e la figura – e dunque forse già intimamente incline alla resurrezione e a sorprendenti apparizioni, ma certo stupisce la quantità di tentativi per fare in modo che il processo si inneschi e sia anche un valore professionale oltre che l’ennesimo lodevole atto di resistenza. Senza questo binomio trovo poco fruttuoso il nascere di iniziative. Sembra invece del primo tipo questa nuova rassegna teatrale dal titolo Inediti Ospiti che si aprirà il 24 gennaio 2012 al Teatro Sala Uno di Roma, una vera e propria mini-stagione che chiuderà il 20 maggio 2012.

Lo è per un motivo molto semplice: questa rassegna è frutto del lavoro congiunto di un’associazione che si chiama Spettatori&Attori la quale, come da titolo, è composta da entrambe le parti in causa del gioco teatrale e molto bene rende evidente le intenzioni del sottotitolo della rassegna, palesemente: teatro condiviso. Dunque sotto questo segno comincia un’avventura che ancora una volta risponde alla stretta finanziaria nel modo più bello, ossia coinvolgendo chi per il teatro ci muore al suo ennesimo atto di vitalità: per quattro mesi il Sala Uno vedrà protagonisti gli artisti e le produzioni che hanno scelto di mettersi in rischio assieme al pubblico, in uno spazio che offrirà la dotazione tecnica e la comunicazione ma non un cachet, facendo conto unicamente sugli incassi che prima di ogni cosa serviranno a pagare chi lavora attorno allo spettacolo e poi, in tal caso, lo stesso spettacolo. La novità vera è un’idea forte (e di vecchio stampo leninista) in chiave redistributiva: una sorta di “cassa comune”, ossia un fondo in cui andranno tutti gli incassi che verranno equamente divisi alla fine, che si tratti di un artista esordiente o di un grande nome. Ora, ragionando un po’ su questa dinamica si apprezza con molto favore l’iniziativa, tuttavia restano due note da segnalare: la prima riguarda l’uso dell’economia (o le mancanze della stessa) a fini contenutistici che pone il rischio di un ammanco appunto artistico, di visione e intenzione di pensiero, che invece vorrei apprezzare, l’altra ha molto poco a che vedere con la rassegna in sé ma appartiene a un difetto culturale tutto di questo paese, ossia che quanto ci si propone ha di innovativo ciò che dovrebbe – in un paese normale – essere il giusto rapporto professionale che appartiene a un’arte che pur sempre si avvale di molti mestieri.

Tra gli artisti coinvolti in questa “stagione” ci saranno: Giuseppe Battiston, Paolo Civati, Iris Fusetti, Arianna Gaudio, Nicole De Leo, Fabio Pappacena, Antonio Petris, Monica Samassa, Maurizio Lucà, Fausto Paravidino e alcuni altri invece che saranno in progetti speciali oltre il teatro, tra i quali Filippo Gatti, Raffaella Misiti, Annalisa Baldi e Piero Sidoti, ma lo stesso all’interno del programma. Una nota è che gli spettacoli di mercoledì e giovedì saranno alle ore 19.00, per cercare ancora di andare incontro al pubblico. Ancora da segnalare il coinvolgimento del Fogolar Furlan che promuove da oltre 50 anni la cultura del Friuli Venezia Giulia, regione da cui molti degli artisti hanno origine, di alcune scuole romane coinvolte nel progetto, nonché di Antea – rete di cure palliative e terapia del dolore, alla cui ricerca e assistenza parte dell’incasso sarà devoluto.

“Non è una formula magica, è un esperimento. Potrà funzionare, oppure no. Però solo lo sperimentare, solo i tentativi virtuosi e gli sforzi di ingegno permettono di opporsi, anzi di mettere a frutto la crisi”. Con queste parole Roberto Canziani – critico e studioso friulano – ha concluso il suo intervento in favore della rassegna. La sua speranza è allora anche la nostra che, come la storia ci ha mostrato, da questi ed altri focolai di resistenza quella crisi di cui parla si trasformi nella prima risorsa di un sistema tutto nuovo.

Simone Nebbia

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