Suicidi? Bebo Storti e Fabrizio Coniglio tra le morti eccellenti di Mani pulite

Contraddicendo la prassi che vorrebbe uno spettacolo recensito subito dopo la prima, mi sono recato alla penultima replica di Suicidi?, diretto e interpretato da Bebo Storti e Fabrizio Coniglio all’Ambra Teatro alla Garbatella, in scena fino a stasera (18 dicembre). La prima considerazione riguarda il pubblico, appena una trentina di persone che un teatro così grande non fanno altro che raffreddarlo. Pochi spettatori, ma di qualità si direbbe: giovani coppie, famiglie con adolescenti al seguito, un bel pubblico. Mi chiedo se sia un calo fisiologico dello spettacolo. in replica dal 6 di questo mese, oppure se il nuovo spazio voluto da Serena Dandini e soci abbia problemi a decollare. Di certo non è stata semplice la migrazione dall’Esquilino e gli spettatori storici avranno preferito non spostarsi scegliendo così lo Jovinelli, che ha invece preso una linea nettamente più commerciale e televisiva sotto la direzione di Marco Balsamo. Di sicuro alla Garbatella gli sforzi di ristrutturazione e di ricreazione di un ideale teatrale – che poi è un riconoscibile mix di scena civile, satira e nuovi artisti – non bastano, se poi a mancare è l’organizzazione. Siamo alla seconda stagione e il teatro non ha un sito internet; certo ha una pagina Facebook anche molto attiva, ma manca uno spazio web che possa dare informazioni in modo immediato e trasparente anche sulla gestione e sui progetti. La direzione di Valerio Terenzio e Simona Bianchi probabilmente deve mettere ancora mano a certi meccanismi per valorizzare le scelte culturali che, come nel caso di Suicidi?, hanno un peso di tutto rispetto.

Di spettacoli che raccontano gli anni di Tangentopoli se non mi sbaglio in questo momento non ce ne sono altri, eppure è periodo tra i più teatrali della storia della nostra Repubblica, è il periodo che ha dato vita al berlusconismo e mandato la Lega in Parlamento, ha procurato un restyling alla politica italiana senza però sradicarne le radici e, visti i dati recenti sulla corruzione, possiamo iniziare a sbilanciarci dicendo che, nonostante il lavoro di certi magistrati, è stato uno sforzo di cosmesi e poco altro. Siamo stati capaci di seppellire tutto sotto a uno strato di cerone. Il momento più toccante e doloroso dello spettacolo è un piccolo monologo che è quasi un a parte, nel quale Bebo Storti getta via la maschera e gli artifici comici con i quali salta da un personaggio all’altro per indagare sul palco i suicidi eccellenti di Enrico Castellari, Gabriele Cagliari e Raul Gardini. In quella manciata di minuti le parole della finzione diventano quelle dell’uomo: «io sto male – afferma Storti – nulla è cambiato» e continua chiedendosi perché dobbiamo avere pietà di quelle persone che rubano il nostro futuro e quello dei nostri figli. Perché è forse questo il nodo maggiormente attuale dello spettacolo, adattato insieme a Fabrizio Coniglio dal romanzo di Mario Almerighi Tre suicidi eccellenti: non solo dopo Mani Pulite la corruzione non ha perso la sua spinta distruttiva – nella classifica dei paesi meno corrotti del 2010, stilata dall’organizzazione Transparency International, occupiamo la 67° posizione, dopo nazioni come Turchia, Macedonia e Ruanda – ma è appena terminata una stagione politica nella quale in pochi hanno alzato la voce per difendere il lavoro dei magistrati di Tangentopoli e in troppi invece hanno assunto il ruolo di insabbiatori, di agenti modificanti della storia nel tentativo di far passare quel periodo solo come un momento di follia della Magistratura che è costato la vita e la carriera a un alto numero di innocenti.

L’adattamento del romanzo è ben congegnato e i meccanismi da poliziesco ben si prestano alla verve dei due attori. Storti e Coniglio, senza lasciarsi andare a realistiche immedesimazioni, prendono (mi piacerebbe dire agilmente, ma il motore della messa in scena andrebbe decisamente oliato) i panni dei vari protagonisti di queste tre indagini: sono un commissario col suo agente fidato; sono i parenti, amici e testimoni dei casi; sono i secondini che lasciano dichiarazioni contraddittorie per il suicidio di Cagliari. Coniglio è il medico legale che potrebbe dichiarare in tutti e tre i casi la fragilità della tesi del suicidio, ma tace; Storti è il contadino che aveva battuto i campi senza trovar traccia del corpo di Castellari, apparso poi misteriosamente diversi giorni dopo la morte. Alla fine dello spettacolo ci si chiede ingenuamente come sia possibile che la giustizia chiuda così facilmente gli occhi: se i fatti sono andati così come Almerighi li ha ricostruiti, come mai hanno cercato di farci credere che il direttore generale degli affari economici del Ministero delle Partecipazioni Statali e consulente dell’Eni, Enrico Castellari, si sia sparato (e poi abbia da solo riposto la pistola sotto la cinta)? Come possiamo credere che Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, si sia ucciso in cella con un sacchetto di plastica (tra l’altro trovato ancora gonfio d’aria) e che Raul Gardini, a capo della Montedison, abbia avuto la forza di riporre la propria pistola sul comodino dopo essersi ucciso? Senza contare la solerzia dei barellieri, che in quell’occasione fecero sparire non solo il corpo ma anche oggetti come lenzuola e cuscini prima dell’arrivo delle forze dell’ordine.
Al servizio di una messa in scena tutt’altro che impeccabile, l’interpretazione dei vari personaggi – talvolta persa in una girandola di creazioni macchiettistiche da cabaret (d’altronde lo stile è quello) – risulta vincente anche quando non aiutata da un ritmo fin troppo blando e da deboli scelte musicali e di illuminotecnica. Nonostante la semplicità quasi naif della regia, ancora una volta il teatro riesce nel suo dovere e mette in scacco politica e giustizia, lì dove entrambe hanno fallito.

Andrea Pocosgnich

in scena fino al 18 dicembre 2011
Ambra Teatro alla Garbatella [programmazione]
Roma

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