L’uomo al lavoro come rappresentazione dell’esistenza umana. Intervista a Giulio Costa

da sinistra Giulio Costa e Marco Sgarbi - Premiazione Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti 2011 Intervistiamo Giulio Costa, ideatore del progetto Giro solo esterni con aneddotti vincitore del Premio Dante Cappelletti 2011. Lo studio, prodotto da Costa/teatro Comunale di Occhiobello, ha trovato sia i favori della giuria critica che del pubblico presente come giuria popolare.

Dalle note dello spettacolo:

Un teatro che riparte dall’ABC, dall’osservazione di un essere umano che agisce.
Cosa succede se “la storia” dello spettacolo è tutta in un’azione concreta?
Che cosa evoca la visione di un uomo al lavoro?
Questi sono gli interrogativi sottesi a un progetto teatrale dedicato ai mestieri dell’uomo: Manufatti Artigiani  (polittico). Di questo fanno già parte un insegnante, un falegname, una sarta, una casalinga, un cuoco, un attore, una parrucchiera, un calzolaio, un prete. Con Giro solo esterni con aneddoti, la carrellata di uomini al lavoro si arricchisce della presenza di una guida turistica che, con la sua “arte”, ci mostra l’invisibile.

A.P. Con il premio Dante Cappelletti era la vostra prima volta a Roma?

G.C. In passato, come produzione Costa/Teatro Comunale di Occhiobello-Arkadis, abbiamo portato al Teatro dell’Orologio, in diverse stagioni, tre spettacoli: Reduci, Clausura e Immobili (questi due in collaborazione con Elsa Bossi).

Il grande pubblico ancora non ti conosce, riusciresti in qualche riga a raccontare come è nato il tuo lavoro?

Il mio percorso teatrale è insolito. Mi sono avvicinato alla regia dopo una laurea in Architettura; dopo un primo approccio prevalentemente scenografico, ho cominciato ad affrontare il teatro a partire da ciò che conoscevo meno, ovvero la drammaturgia e la recitazione, con la volontà di arrivare a una regia capace di comprendere e sintetizzare tutte le discipline. A sostegno di questo percorso c’è sempre stato il Teatro Comunale di Occhiobello che negli anni, passo dopo passo, con piccole azioni lungimiranti, è diventato un punto di riferimento del territorio veneto-emiliano.

Al Teatro Comunale di Occhiobello avete una programmazione molto varia e diluita, come si inserisce il vostro progetto sui mestieri nello spazio comunale?

La produzione artistica del Teatro Comunale di Occhiobello si muove indipendentemente dalla programmazione della stagione di prosa che, come dici, è varia, perché mossa dalla volontà di mostrare al pubblico, attraverso pochi mirati appuntamenti, quelle che sono le realtà del teatro (da quello contemporaneo a quello più classico). Alcune delle nostre produzioni non si sono mai viste a Occhiobello; altre ci sono arrivate dopo un periodo di repliche lontane da un pubblico “amico”, affinché gli spettacoli potessero crescere davanti a uno sguardo più obiettivo.

Arriviamo al cuore del tuo progetto: perché portare i mestieri sulla scena?

Il progetto su cui stiamo lavorando – Manufatti Artigiani – è l’approdo di una ricerca volta a ritrovare le basi del teatro: una necessità personale e, in qualche modo, uno stimolo a riscoprire l’unicità dell’atto teatrale.
La scelta di lavorare sui mestieri è emersa, quasi autonomamente, a partire dallo studio dell’azione pura e della verità che porta con sé.

Per quale motivo il linguaggio teatrale secondo te può “raccontare” un mestiere? Quali altri mestieri avete indagato con questa metodologia?

Ritengo che l’osservazione di un uomo al lavoro, decontestualizzato (ed elevato) sul palcoscenico, offra una diretta ed efficace rappresentazione dell’esistenza umana. Tutti i “Manufatti Artigiani” si svolgono nella stessa maniera: spazio vuoto, entra un uomo, lo occupa con gli strumenti del suo lavoro, svolge la sua attività artigianale, al termine sgombra il palcoscenico, lasciando traccia del suo manufatto: c’è chi lascia un vestito, chi le scarpe, una bara, un odore, il vuoto, il silenzio. Finora abbiamo mostrato, in forma definitiva: professore e prete; in forma di studio: cuoco, attore, parrucchiera, sarta, casalinga, calzolaio, medico, falegname (questi ultimi sono nati in collaborazione con il Teatro dei Venti di Modena).

Nello studio con il quale avete vinto il Premio Dante Cappelletti 2011 ci troviamo di fronte a una guida turistica che spiega in modo molto puntuale, con sfumature di surreale fantasia qua e là, monumenti e piazze cittadine. Cosa ti ha attirato nel ruolo della guida turistica tanto da farla diventare il cuore di una performance teatrale situazionista?

Dal punto di vista del contenuto, mi piaceva mostrare l’impalpabilità della cultura: ovvero, di fare vivere allo spettatore un’esperienza ‘immaginifica’, per evidenziare il rapporto strettamente personale con ciò che vediamo. Dal punto di vista scenico, la materializzazione di qualcosa che non c’è è la più bella magia che possa accadere sul palcoscenico.

Siete riusciti a raggiungere l’obiettivo a cui puntavate? Come ti è sembrata la risposta del pubblico?

Temevo che lo spettacolo potesse essere recepito come un semplice gioco scenico, invece mi ha colpito molto come il pubblico abbia colto tutta l’ironia e le sfumature sottese a questo lavoro. So che alcune di queste messe in scena dedicate ai mestieri sono a rischio cabaret (senza nulla togliere al genere) ma, poiché l’intento non è quello, mi fa piacere quando gli spettatori stanno, assieme a noi, in equilibrio tra paradosso e realtà.

Qual è stato il ruolo di Marco Sgarbi, interprete perfetto, nella ricerca su Giro solo esterni con aneddoti? Avete lavorato su alcune improvvisazioni oppure hai curato testo e regia in modo autonomo lasciandogli poco movimento?

Il lavoro è stato svolto attraverso una serie di improvvisazioni in loco (davanti a monumenti e luoghi di turismo, in compagnia di una vera guida) e poi in sala dove, grazie al prezioso contributo di Monica Pavani, il mestiere è diventato parola. Il testo c’è e non c’è. Poiché questo progetto sui mestieri è incentrato sulla verità dell’azione, non è previsto un testo a memoria. Di fatto Marco improvvisa sempre, sapendo esattamente cosa fare e dire (come qualsiasi guida turistica).

Da qui a un anno avrete il tempo per progettare una visione più complessa, siamo molto curiosi di capire come si evolverà lo spettacolo. Su quali punti lavorerete per arrivare alla versione definitiva? Cosa dobbiamo aspettarci insomma?

Sicuramente continueremo a lavorare sullo sguardo dello spettatore, su ciò che vediamo e su ciò che non vediamo. Credo che lo spettacolo si arricchirà di altre presenze sul palcoscenico.

Al prossimo Cappelletti allora?

Direi proprio di sì.

Andrea Pocosgnich

Leggi le motivazioni della giuria del Premio Dante Cappelletti 2011

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