Blackbird di David Harrower. Cose di cui non possiamo parlare

Parlare di qualcosa di cui è impossibile parlare. Se ci capita più che spesso di incontrare artisti della scena in grado di farlo usando le immagini, è molto più raro trovare chi ci riesce usando proprio le parole. Lo scozzese David Harrower è a ragione definito uno dei drammaturghi più promettenti della scena britannica. In un’intervista a The British Theatre Guide, alla domanda se il teatro possa o no sopravvivere al mutare dei tempi, se possa o no ancora raccontare questa nuova realtà, egli rispondeva: «La drammaturgia non si intorpidisce, è una esplorazione che si rinnova di continuo». Dalla penna di questo autore nasce Blackbird, dramma in atto unico per due personaggi che, in grande stile britannico, prende le mosse da un fatto di cronaca. A ispirare Harrower nel 2005, anno in cui l’Edinburgh International Festival gli chiese una pièce per la regia di Peter Stein, fu la vicenda di Toby Studebaker, ex marine incriminato per abuso sessuale su una ragazzina di undici anni, della quale l’autore scozzese immagina un possibile epilogo: il ritorno di lei a distanza di anni.

Nella versione diretta da Lluis Pasqual, al suo debutto romano al Teatro India, la scena è uno squallido seminterrato, freddo, sporco e mal illuminato, il pavimento macchiato qua e là da cumuli di rifiuti. Qui Peter e Una si rifugiano dagli sguardi dei colleghi di lui; qui, sì, loro possono parlare. Ma come si può, dopo quindici anni, rivangare un desiderio proibito, come si fa a tornare con la mente ai momenti di fuoco e sangue in cui una bambina e un uomo di mezza età si lasciavano messaggi in codice per incontrarsi in segreto nel parco, avevano rapporti sessuali, progettavano fughe d’amore? I dialoghi affilati, dolorosi, sfrontati senza mai essere volgari, il ritmo spezzato che racconta il rincorrersi del sangue, il suo ribollire e spargersi preda di un’insensata emorragia.
Questo è il testo di Harrower, una pigra e spietata macchina che procede per sottrazione, una pressa implacabile, una ferita che pulsa, una schiera di baionette che non sventaglia colpi sparando all’impazzata, piuttosto assegna tiri di precisione, lasciando nel bersaglio quel terrore dell’attesa al suono sordo degli ingranaggi di un caricatore.

Massimo Popolizio si conferma l’ultimo rampollo di una generazione (non anagrafica ma artistica), quella fin troppo lunga dei grandi mattatori. Gigione, ingombrante, supponente eppure in un modo magico assolutamente irresistibile nel suo comprimere litri di testosterone in piccole movenze quasi spastiche. Spingendosi al di là del giudizio di gusto che, riferendosi a una personalità così netta, potrebbe falciare l’obiettività, la sua interpretazione è davvero sublime, perché riesce, grazie solo al mestiere della presenza scenica, a impadronirsi dello spazio, ad abitarlo come farebbe un animale cacciato dal proprio branco.
Peter non è che un nome di fortuna, il passaporto per una nuova vita, impossibile, dopo quattro anni di carcere e rimorsi, da portare avanti se non ripartendo da zero. Di Ray egli è solo il relitto lasciato da un sentimento colpevole, goffo e decadente mentre tenta di fingersi diverso, di immaginarsi padrone di sé. E Popolizio riesce a dare spazio e voce a entrambe le identità. Quel disturbante passato torna come punta di spillo, si manifesta nel suo corpo: maltrattato, animalesco, spremuto fino all’osso dalla tenaglia dei nervi azionata nel mezzo di uno sciame di fantasmi. L’arrivo di Una potrebbe finanche essere un sogno, il materializzarsi crudele di un senso di colpa o del bisogno di una redenzione. Il lavoro di Anna Della Rosa appare più viziato dall’intervento della regia e non sempre riesce a stare al passo con quello del compagno di scena, correndo ai ripari di variazioni non necessarie, qua e là monocordi.

Ma il risultato globale è di grande fluidità. Il testo, nell’efficace traduzione di Alessandra Serra, è davvero stupefacente nel lasciar trapelare la traccia straniante di una deriva romantica. La crudezza del linguaggio non spegne certi slanci di poesia, l’apertura, per una volta non moralistica, alla discussione sul crimine e sul concetto di abuso come fatto giuridico, sì, ma culturale e soprattutto privato e per questo mai scrutabile fino in fondo.
Pasqual rialza l’unica porta d’accesso/uscita su un ballatoio, dunque il “fuori” accade su un livello superiore: più alto, sembra dire, ma anche più superficiale. E questo luogo vuoto, mancante, insieme museo della repressione freudiana e bassofondo di cui si respira il marcio, è un limbo malinconico dalle pareti ovattate. Quello che accade qui, qui resta. Ed è questo allo stesso tempo sollievo e tratto inquietante. Ché quell’amore, lontano da leggi e processi, trova qui l’humus per rinascere, come un parto difettato, feto deforme che, in maniera disarmante, ispira anche compassione.

Sergio Lo Gatto

in scena dal 30 novembre al 18 dicembre 2011
Teatro India [stagione 2011/2012] Roma

BLACKBIRD
di David Harrower
regia Lluis Pasqual
con Massimo Popolizio e Anna Della Rosa
e con Silvia Altrui
scene Paco Azorín
costumi Chiara Donato
luci Claudio De Pace
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Date della tournée:

9- 10 gennaio 2012 al Teatro Municipale di Piacenza
dal 12 al 15 allo Storchi di Modena
il 17 al Comunale di Casalmaggiore
dal 20 al 22 all’Ariosto di Reggio Emilia
il 24 al Palacongressi di Lugano
dal 26 al 29 al Comunale di Ferrara
dal 31 al 5 al teatro della Corte di Genova
dall’8 al 12 febbraio al Teatro Sociale di Brescia
dal 14 al 26 al Carignano di Torino
il 28 al Ponchielli di Cremona
dall’1 al 20 marzo al Piccolo Sala Expo
dal 22 al 25 marzo al Metastasio di Prato
il 28 e il 29 al Toniolo di Mestre