Ziedonis e l’Universo: l’identità secondo Hermanis

Kaspars Znotiņš nei panni di Imants Ziedonis

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Nonostante il tempo gelido e piovoso, vale la pena trascorrere una settimana a Riga a novembre. Soprattutto se si arriva il 18, giorno di festa nazionale in cui si celebra la prima indipendenza della Lettonia, quella dall’impero zarista russo dichiarata nel 1918. Ma si tratta, appunto di una “prima” indipendenza. Il governo del presidente Karlis Ulmanis si trasforma in dittatura nel 1934; nel 1939 il patto Molotov-Ribbentropp pone la Lettonia sotto l’influenza dell’Unione Sovietica, che l’anno dopo la annette tra le Repubbliche. Nel 1941 la Germania invade l’Urss, che riprenderà il controllo della Lettonia solo dopo la fine della guerra, mantenendolo fino al 1991, quando, dopo il crollo del Muro, la capitale Riga ospita i festeggiamenti per una seconda indipendenza. Solo poche pillole di storia lettone, le uniche indispensabili per godere a pieno di quello che, piuttosto prevedibilmente, sarà stato lo spettacolo più significativo del Baltic Drama Festival 2011, Ziedonis and the Universe di Alvis Hermanis, prodotto e ospitato dal New Riga Theatre.

Presentato nella giornata dedicata alla Lettonia (le due successive raccoglievano il meglio di Estonia e Lituania), il lavoro di Hermanis riempie la platea e trascina il pubblico in tre minuti di standing ovation con un ritratto assolutamente personale e geniale di Imants Ziedonis, il più importante intellettuale lettone del Ventesimo secolo. Nato in un villaggio di pescatori, laureato all’Università di Riga in filologia e in letteratura avanzata a Mosca, pubblica la sua prima raccolta di poesie dal titolo Sabbia di terra e sogni nel 1961, in pieno regime sovietico. Altre raccolte di successo, in particolare Motocicletta (1965) e Vado dentro me stesso (1968) gli aprono la strada anche alla prosa e presto viene nominato Presidente dell’Unione degli Scrittori e della Fondazione della Cultura Lettone. A rendere unica la figura di Ziedonis è la sua peculiare capacità di restare perfettamente nel mezzo di un compromesso con il governo sovietico. Da un lato la direzione delle attività culturali di stampo statale, dall’altro una sottile operazione di schieramento critico tramite atti simbolici di polemica contro il regime stesso: una società ambientalista per il “salvataggio degli alberi dall’attacco dei cespugli” e una casa di campagna costruita a mano come esempio di effettiva proprietà privata nell’Urss pre-Perestroika. Nonostante l’enorme apprezzamento internazionale e la possibilità concreta di trasferirsi all’estero, forte e significativa è decisione di restare a Riga, da dove (dichiarerà in seguito) “era più facile controllare il tutto in modo da evitare la potenziale distruzione della cultura ad opera del governo”. Il resto lo si legge nei suoi versi tenaci e potenti di una poesia che sposta le coscienze e insieme le ammorbidisce con immagini quasi arcadiche, tra Whitman e Tolstoj.

Hermanis compone una scrittura scenica basata su un lungo ma agile lavoro di gruppo (uno degli ensemble più affiatati della scena internazionale) a partire dalle poesie di Ziedonis, dal libro a lui dedicato dalla scrittrice Nora Ikstena e dalla raccolta di interviste curata da Māra Zālīte. Con una regia totale e insieme discreta, la divisione in brevi capitoli (ciascuno annunciato con titoli come Ziedonis e la morte, Ziedonis e il concetto di identità nazionale, Ziedonis dal parrucchiere etc.) annulla del tutto lo schema narrativo convenzionale, trasferendo il racconto sul piano della collezione di sketch in cui il personaggio principale interagisce con il proprio subconscio. La struttura, semplice e schematica, rivive nel concetto stesso di interpretazione: nel quadro iniziale, gli attori seduti in cerchio, una folta parrucca grigia (un tratto inconfondibile, vedi foto) passa di testa in testa con il potere di “possedere” il parlato di chi la indossa. Ed ecco che abbiamo un breve e frammentato inventario del pensiero del poeta, fatto di straordinarie immagini, laconici aforismi ma anche filastrocche per bambini e barzellette sporche. Poi la parrucca, come in un gioco delle penitenze, finisce in testa al giovane e straordinario Kaspars Znotiņš, che per tutte le tre ore di spettacolo impersonerà lo scrittore.

La parrucca di Ziedonis, senza alcuna altra caratteristica che muoverebbe verso la caricatura, è sufficiente a far rivivere quella che è a tutti gli effetti un’icona nazionale. E qui sta il genio di Hermanis, che di meta-documentario a teatro se ne intende già da un po’. La domanda fondamentale è se quello che da tutti è considerato un mito, un “mindsetter” capace di dare il la al pensiero di una intera nazione (si racconta di code di oltre 20 ore per conquistare un posto all’annuale reading pubblico cui egli partecipa ogni anno) sia in grado anche di raccontarne la storia. La sfida di questa drammaturgia così imperiosa e sottile è proprio questa, capire dove stia di casa l’identità di un popolo. In una pila di libri di poesie e saggi? In una chiacchierata tra intellettuali? In una filastrocca per bambini? Di certo la risposta è che molto sta nel carisma, nella capacità innata di comunicare con il prossimo. Allora al servizio di questa rappresentazione interviene la semplicità dei simboli: la motocicletta come mezzo di irruzione che pende dal cielo appesa a una corda, insieme immagine di minaccia e di punizione; ad accompagnare Ziedonis, senza mai lasciare il palco, un mulo che bruca placidamente un cumulo di fieno, immagine di calma, sopportazione e stupidità. Ma il vero cortocircuito avviene, appunto, con il pubblico. Nella parte finale, più nettamente politica e di argomento nazionale, in platea si spande un’attenzione decisiva, una complicità che fa affermare a uno spettatore straniero come sia essa a completare il cerchio. E forse uno spettacolo simile non avrebbe la stessa forza fuori dai confini nazionali.

Una collega autoctona spiegava come specificità del teatro lettone sia proprio quella di non avere un vero e proprio teatro sociale ma piuttosto l’abilità di comprimere il senso di un discorso comune in una chiave metaforica. Risponderemmo che uno spettacolo come questo afferma questa riflessione e allo stesso tempo la nega: è vero che il teatro di Hermanis è fatto di simboli e concetti, che nelle azioni ironiche e paradossali di uno Ziedonis-cartone animato si cela il sussurro urgente di un paese che è stato terra di nessuno tanto a lungo da dover ancora ritrovare un linguaggio apertamente libero e liberamente aperto. Ma non è appunto questo che fa un teatro sociale?

Sergio Lo Gatto

ZIEDONIS AND THE UNIVERSE
regia: Alvis Hermanis
cast: Kaspars Znotiņš, Andis Strods, I Piņķis, Vilis Daudziņš, Edgars Samītis, Inga Alsiņa, El Šmukste, Jana Čivžele
produzione: New Riga Theatre
visto a Riga (Lettonia), New Riga Theatre, il 19 novembre 2011