La Stratégie de l’échec e Cinématique: il Circo Contemporaneo a Torinodanza

La Stratégie de l’échec – Foto di Marion Desseigne e Anne Breduillieard

Attraversare la Torino del Festival Prospettiva 150 è un’esperienza rasserenante: una città meditata che nella misura affina le sue bellezze, sobria ed elegante d’un abito tirato non per le grandi occasioni, ma per ognuna in cui si presenti viva l’opportunità di ben figurare. Torino è una città accogliente, rinnova gli animi e contrasta quella bulimia teatrale che molte volte prende per i festival: lascia lo spazio, questa città, per farsi vivere anche oltre la proposta artistica, nonostante proprio qui sia fra le migliori che il panorama nazionale sia in grado – oggi – di offrire. Per il Festival dello Stabile diretto da Mario Martone, alla sfera teatrale curata da Fabrizio Arcuri, si affianca quella proposta da Gigi Cristoforetti in Torinodanza che apre un Focus molto interessante sul Circo Contemporaneo, come già fatto con successo con il Festival Apripista a Brescia e all’Auditorium di Roma.

La prima cosa che s’incontra – alle Fonderie Limone di Moncalieri dove sta per iniziare La Stratégie de l’échec – è uno spirito diverso dal solito foyer teatrale, un desiderio e una curiosità che sembrano meno “di relazione”, meno di appartenenza a un ambiente, solo attesa dell’evento per cui si è giunti fino a queste sale un po’ fuori città: tutto questo accade probabilmente per la riconoscibilità di codici piuttosto precisi, il cui segno è determinato in uno spazio di certo straniero alla quotidianità, non fosse altro che per la qualità performativa e acrobatica, diversamente dall’uso della parola in teatro che è uso di elementi noti e condivisi in un contesto diverso dall’uso che ne fa chi ascolta. Quindi c’è più silenzio del solito, è più facile notare ed annotare sorrisi e piccole bellezze. Ad esempio Anita, ha un anno e mezzo, alla sua prima esperienza da spettatrice. La mamma la sistema in prima fila, lei di fianco, quando si spengono le luci in sala chi è attorno come me teme ne abbia paura, o che almeno possa essere presto per questo debutto. Invece Anita si gode tutto questo lavoro del Collectif 2 Temps 3 Mouvements con grande curiosità, ogni tanto domanda (in francese) cosa stia accadendo, ma la sua attenzione non cala, catturata dall’elaborazione scenica di qualcosa che ancora non sa. Ma le piace. In effetti è questo il miglior modo per dire dell’energia sprigionata dai due danzatori, acrobati, del Collectif: Mathieu Desseigne e Nabil Hemaïzia; a partire dal movimento e dalla sua ripetitività, dalla reiterazione che ricorda un po’ le onde infrangersi sullo scoglio, in una luce nitida e parca disegnano una drammaturgia che indaga il fallimento di una società multiculturale disfatta dalla discriminazione, dall’emarginazione sempre più imperante e che fiacca i propositi di benessere economico, professionale, produttivo, tutto inutile quando i punti più delicati della relazione umana sono così fragili. La loro danza – dall’estenuazione di un movimento estremo fino all’hip hop ben congegnato a fini costruttivi – attraversa una musica che mescola carillon e suoni sinistri ed è sempre tesa a riaffermare ogni volta la necessità di compiere quel movimento, di certo pericoloso, ma inarrestabile ed emergente. Non tutto vive della stessa intensità, ma il loro impegno e la tecnica li premiano con fiducia.

Cinématique – Foto di Adrien Mondot

Ora è più nitido, il sentiero tra uno spettatore e l’altro. Allora ci si addentra in uno scambio intenso ma frettoloso, perché di là nell’altra sala sta per iniziare lo spettacolo di Adrien Mondot: Cinématique. Non è solo, con lui autore e interprete, demiurgo e giocoliere, c’è la danzatrice Satchie Noro. Mondot è uno dei nomi più in vista del circo contemporaneo e non si stenta a crederlo dall’incanto ch’è capace di generare: il lavoro sull’illusione ottica, ottenuta dall’uso di strumenti informatici, gioca in stretta relazione con l’illusione tangibile (toh, il teatro), creando così un intreccio robusto che nel gesto scenico scioglie entrambe le ipnosi, tracciando un percorso esistenziale di una vita insieme. Un rettangolo di proiezione a terra e uno alle spalle, una lavagna luminosa per intervenire sulla superficie e far reagire i due performer; dalla lavagna luminosa le proiezioni giocano quindi – come anticipato – con l’attraversamento spaziale, determinando un’incantevole creazione continua, una rincorsa emozionale che costringe a restare in attesa del nuovo gesto, della nuova emozione. Certi ritrovati del 3D, quindi della piena modernità, generano nella stimolazione visiva uno strano cortocircuito di gusto riportando alla memoria alcuni elementi peculiari del cinema muto, non casualmente in stretta relazione con il circo: di certo Chaplin (fosse solo per il film che lo reca nel titolo) ma forse di più quel Georges Méliès che dell’illusionismo e della magia fece uno stile. Se si escludono alcuni momenti non molto congrui con lo svolgimento spettacolare, in cui non si avverte più del gioco in assenza di trasformazione artistica, la ricerca di Mondot si avvale di una qualità performativa davvero eccellente: la danza della Noro è leggera e divertita, ma è la sua giocoleria che più di tutto lascia stupiti di certi passaggi arditi davvero di forte effetto.

Al termine fuori è un po’ umido, qualche passo nel piazzale che riporta verso via Pastrengo riattiva i pensieri, riconsegna alle sensazioni una quiete serale (ma non passerà, neanche il giorno dopo), più di tutto si fa largo un pensiero sulla capacità di innescare reazioni emozionali che in Italia con davvero grande difficoltà si giunge a gestire in scena, quel gusto dell’abilità e del rischio che da molto non passa di qua, se non per pochi residui di maestria. Forse che con i cervelli, all’estero, è fuggito anche qualcuno dei nostri cuori.

Simone Nebbia

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visto il 29 ottobre 2011
Fonderie Limone – Festival Prospettiva 2011 [programma Prospettiva 2011] [stagione 2011/2012 Teatro Stabile di Torino] Torino