Ossessione e desiderio nella danza di Teshigawara

Obsession - foto di Emmanuel Valette

Il festival Romaeuropa ha aperto lo scorso 4 Ottobre con Obsession del coreografo giapponese Saburo Teshigawara, che aveva già lasciato senza fiato il pubblico del festival romano di due anni fa con Glass Tooth, passo a due su frammenti di vetro.

Obsession coreografa il desiderio amoroso, “che è come un palloncino”, dice Teshigawara: l’esplosione avviene proprio nel momento in cui ci si interroga su quale sia il volume d’aria massimo.
Obsession prende ispirazione da Un chien andalou, primo film dell’artista surrealista Luis Buñuel, quello che tutti ricordano per la scena iniziale in cui lui le incide un occhio, poi è tutto uno scappare e rincorrersi in paesaggi misteriosi senza consequenzialità di causa/effetto.

Lo spettacolo del coreografo giapponese non vuole essere una riproposizione in danza del film, ma trae piuttosto ispirazione dal paesaggio di sensazioni che il film propone. L’unica riproposizione esplicita riguarda alcuni brani musicali, tra cui “Liebestod”, l’“amore e morte” della tragica aria finale del “Tristano e Isotta” di Wagner.
Assoli si alternano a pezzi a due, o ad alcuni interessanti momenti in cui la pratica si pone nel limite tra le due modalità. In un primo momento iniziale e in alcune riprese durante il corso dello spettacolo i due danzatori (Teshigawara stesso e Rihoko Sato) svolgono partiture fisiche in assolo contemporaneo su due temi musicali diversi che si sovrappongono senza mescolarsi. Non vi è dialogo tra i corpi danzanti così come non ve n’è tra i corpi sonori, che si sovrappongono senza poter dialogare tanta è la distanza che li separa in termini di qualità del suono e del corpo. Mentre infatti il corpo femminile sinuoso accarezza le note di una melodia classica, quello dell’uomo segmenta il corpo e lo scompone su suoni sintetici.

Sulla scena, un tavolo posto al centro su cui la figura femminile prende pose statuarie per poi sciogliersi in movimenti languidi, alcune sedie ai lati e lampadine che scendono basse e irradiano nell’atmosfera un colore caldo e sentimentale.
La luce svolge un’importante funzione drammaturgica, sia nei momenti in cui illumina il corpo immobile di lei in posizioni che dall’erotismo sfumano nella tenerezza, lasciando in ombra il corpo maschile, suddito di un desiderio incolmabile, che si muove scomposto o nascosto, sia, più esplicitamente, quando è orientata in modo tale da creare ombre sul fondale.
Il corpo dei lei nascosto proietta le gambe, che nel gioco di ombre assumono dimensioni innaturali, su un fondo nero. Al loro interno si insinua il piccolo corpo dell’uomo come in un rifugio (ricorda subito la scena di “Parla con lei” di Almodovar).
È forse questo il solo momento in cui l’incontro tra i due corpi coreografici avviene fuori dalla lotta.
Altrimenti il dialogo tra i corpi si situa in quello spazio/tempo in cui il palloncino sta per esplodere: il desiderio è giunto al grado massimo della propria espressione, l’atmosfera si condensa annullando ogni possibile scambio osmotico tra le due presenze.

Il corpo di lei si trova sul lato sinistro della scena in posizione verticale, l’uomo le si lancia contro, ma ad ogni tentativo, come fosse una carica magnetica che ne incontra un’altra del suo stesso segno, nell’istante stesso in cui è sul punto di cingerla viene respinto indietro da una forza più grande. Lo stesso segmento coreografico è ripetuto con “ossessione”, appunto, e segue un altro momento in cui, sebbene secondo una diversa qualità di movimento, apparentemente più fluida e sensuale, tentativo e risultato non mutano. Le braccia di lui scorrono veloci intorno al corpo femminile disegnandovi forme sinuose: il tentativo di circoscriverla, di immaginarla, che non sfocia nella possibilità di possederla. Le braccia scivolano attorno al corpo senza riuscire a soffermarvisi, in un movimento celere e frontale che svela un erotismo misto a violenza. Le mani maschili che le cingono il collo sono solo un ultimo passionale tentativo di possesso.

Negli assolo che la vedono protagonista, Rihoko Sato danza spesso su musiche di un quartetto d’archi, il suo corpo da virtuosa si tende come le corde di un violino, si frammenta e compone così la sofferenza del desiderio.
Come particelle che si uniscono a formare un atomo compatto e indissolubile di originalissima caratterizzazione, gli stilemi della danza orientale, del butoh, come del teatro No (riconoscibile nella particolare espressività dei volti dei danzatori), si uniscono alle pratiche occidentali nella danza del coreografo giapponese. La tradizione non è rivisitata ma assorbita e fatta memoria nel corpo che accede al disegno coreografico con tutta la propria particolarità. Nonostante ciò la tavolozza attraverso cui il coreografo crea le proprie partiture fisiche, qui dove il discorso formale si fa più esplicito rispetto allo scorso Glass Tooth, è manifesta.
Forme che si collocano con grazia nello spazio, momenti di assolo virtuosistico spesso lasciano spiragli aperti sul lavoro di tessitura coreografica, sulle modalità e sulla struttura del lavoro stesso. La presenza di un tema, l’ossessione amorosa, e di referenti alti con cui confrontarsi, come Buñuel, creano la necessità di realizzare, costruire, impiantare, strutturare più di quanto non sia necessario scegliendo di confrontarsi con una materia, il vetro, e le sue qualità.

Siamo di fronte ad un’opera complessa, una scelta coraggiosa, quella di confrontarsi con un tema, il desiderio, e dei riferimenti, di alto valore artistico e culturale, e ancora una volta Teshigawara dimostra di essere all’altezza delle aspettative del pubblico e delle sfide che sceglie di affrontare.

Chiara Pirri