Grimmless. Istruzioni per non ribellarsi

Rimanere invischiati in una melma di conformismo dalla quale è impossibile fuggire. Siamo tutti vittime e carnefici di un modello sociale creato ad hoc per spazzare via qualunque forma di ribellione. Senza avere la minima possibilità di trascinarci a riva disperiamo della nostra condizione piangendo le ferite dell’infanzia, l’ossessione dei social network e l’assuefazione al consumismo. Rinunciamo a cercare spazi di libertà attraverso la scelta, incapaci di piegare un sistema al bene comune, rimaniamo perciò vuoti contenitori di consumo, dove l’unica alternativa possibile è il think different di un marchio rispetto a un altro
Anche al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia la quasi totalità del pubblico ha abbracciato la filosofia della rinuncia di cui si nutre quest’ultimo lavoro di ricci/forte, gli applausi e le urla, trascinati dalla musica spot hanno accompagnato gli inchini dei prodi performer. Eppure, nonostante il successo di pubblico, c’è qualcosa che non torna ed è la stessa sensazione percepita all’indomani della morte di Steve Jobs, diventato l’idolo di insospettabili antagonisti. L’incapacità di scostare il velo della finzione, di guardare dietro agli slogan Apple, sembra essere simile al mancato discernimento del vuoto presente in Grimmless. È l’abbaglio della direzione provinciale romana di Sinistra e Libertà capace di affiggere manifesti con il logo della mela inneggiando all’oramai mitico capitano d’impresa.
Se in Macadamia il livello dello scontro era ancora alto e la scrittura del duo romano si riempiva di inquietudini generazionali, contraddizioni pop ed eccessi alla Dennis Cooper (la cui drammaturgia era infatti il punto di partenza), in quest’ultima fatica la forza della parola si spegne in liriche tardo-adolescenziali al limite del patetismo. Escludendo il prologo iniziale e un altro paio di scene come il surreale balletto del Let kiss, anche la recitazione è una continua tensione verso lo shock emotivo: il riso e il pianto si alternano e confondono senza pretendere mai – e la materia lo richiederebbe – un passo indietro dell’interprete rispetto al proprio personaggio, anzi rispetto al proprio sentimento.

In una scena dominata dal continuo movimento dei corpi, dal dondolio dei lampadari incellophanati, dalle frenetiche corse , dal gioco che diventa violenza del branco sul più debole, i contenuti sono invece a rischio superficialità, non hanno insomma la stessa forza con cui la forma li fa apparire. Ricci e Forte non sembrano chiedersi il perché “C’era una volta un paese a forma di scarpa e adesso non c’è più”. Anche le idee più interessanti si sciolgono nel patetismo di un’adolescenza sempre e irrimediabilmente compromessa, colpevole di partorire le angosce del presente. Emblematica in questo senso è la scena in cui Andrea Pizzalis fa la cronaca della propria morte utilizzando una casa di bambole come plastico alla Bruno Vespa: dopo il primo momento di bonaria ironia sulla crudeltà del medium televisivo, sempre pronto a nutrirsi di nuovi e inquietanti omicidi, è la triste infanzia del bambino non amato abbastanza a prendere il sopravvento cambiando il segno della performance e rompendo la voce all’interprete.

Non arrivando mai alle questioni determinanti, ai nodi del discorso, anzi fuggendo dai temi del presente, evidenziando storture e paradossi del quotidiano mediatico in una forma che quasi mai dallo spettatore viene percepita come una ferita, perché il ripensamento è interrotto, e l’inquietudine edulcorata, le favole nere di ricci/forte non riescono a creare la crisi a cui sembrerebbero voler mirare. E specialmente ora, che quella nazione a forma di scarpa non c’è più, mi sembra sia il momento di rischiare prendendosi ognuno le proprie responsabilità e trovando le energie per accantonare l’assuefazione e l’omologazione.

Andrea Pocosgnich

Articolo apparso anche sullo spazio web de La Biennale di Venezia per il progetto L’Ottavo Peccato

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Comments
  • Edoardo Carrai 20 ottobre 2011 at 15:09

    Che gran cazzata di facile idealismo passivo da giornalista di primo pelo questa critica. Potrebbe quasi sembrare: “c’era una volta un giornalista che voleva fare l’attore, adesso non c’è più”.

  • Andrea Pocosgnich - Redazione 20 ottobre 2011 at 15:58

    Caro Edoardo,
    sai quanto è difficile motivare delle opinioni? Bene, noi ci proviamo tutti i giorni. La nostra peculiarità – di critici, non di giornalisti – è proprio questa. Abbiamo l’obbligo (e anche il piacere) di dover spiegare, non siamo fortunati come te che puoi permetterti di liquidare un discorso così ampio in due righe. Beato te!

    a.

  • Dt 22 ottobre 2011 at 15:08

    in effetti, caro Edoardo:
    “La sintesi è una truffa” [ Daniele Timpano, Aldo Morto, pag. 22 ]
    Mi autocito solo perché tanto avrei dovuto dire la stessa cosa :-)

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