DV8. Lloyd Newson “insegna” la sua idea sul multiculturalismo

foto di Oliver Manzi

Presentato durante la ventiseiesima edizione del festival Romaeuropa, Can we talk about this? è cartina di tornasole di un graduale cambiamento di direttive estetiche e poetiche che la celebre compagnia DV8 – Physical Theatre, guidata da Lloyd Newson, ha percorso negli ultimi anni. Apparentemente poco è rimasto di quel teatro fisico – meravigliosa reinvenzione della contact improvisation nata negli anni Settanta per opera di Steve Paxton e perfetto connubio con il teatro-danza di Pina Bausch (ma tanti sono i generi e le influenze che concorrono alla creazione di questa particolarissima modalità di espressione coreografica) – che aveva catturato l’attenzione di critica e pubblico a partire dagli spettacoli Bein’A Part, Lonely Art (1985) e My Sex, Our Dance (1986). Un corpo, quello messo in scena da Lloyd Newson, che, allontanandosi dalla bellezza, dalla pura forma intesa come tendenza della scrittura coreografica di quel periodo, si poneva in una situazione di rischio continuo, non solo portando all’estremo le proprie potenzialità fisiche ma, soprattutto, rendendo radicale il pensiero che in tali potenzialità era custodito. Il contenuto dell’opera coreografica doveva essere chiaro, coinciso, doveva arrivare allo spettatore in maniera diretta stimolandolo continuamente attraverso nuovi interrogativi (alla maniera di Brecht, per intenderci) e mostrandogli situazioni sociali estreme. Non per questo la forma del corpo danzante era sacrificata, piuttosto ogni movimento estratto dalla quotidianità e riscritto in quella fluida carnalità che caratterizza la contact, era il mezzo perfetto attraverso cui l’idea – mai totalizzante – poteva s-velarsi, farsi essa stessa immagine. L’immagine, come mezzo fondamentale per la scrittura di un messaggio mai criptico, era traslata dalla sua formulazione live – lo spettacolo dal vivo – alla scrittura filmica a cui, sin dall’inizio della sua carriera, Lloyd Newson si dedica. DV8, che nella sua pronuncia inglese può leggersi come deviate, quindi deviare, infatti, sta per Dance and Video8: alla produzione degli spettacoli, in alcuni casi, segue immediatamente la loro trasposizione filmica di cui si occupano i membri della stessa compagnia. Il “rischio” è aumentato in maniera esponenziale nel momento in cui i temi trattati sono diffusi per canali televisivi e mass media. Sesso, omosessualità ed eterosessualità, violenza, mercificazione del corpo appaiono come presenze tematiche ossessive nella prima produzione del gruppo, quasi la concretizzazione dell’urgenza creativa di un ispiratissimo Lloyd Newson. Basti pensare al film del 1989 Dead Dreams Of Monochrome Man (riscrittura dello spettacolo del 1988), un labirinto claustrofobico e osceno, interamente in bianco e nero, riempito dei corpi statuari di danzatori per una messa in coreografia di sospiri, sguardi, piccoli gesti, desideri sessuali, ed estrema violenza. La strada sulla quale la compagnia sviluppa il proprio percorso si snoda verso l’acquisizione di una mimesi corporea quasi clownesca (Strange Fish), la messa in scena piuttosto retorica di situazioni di disabilità ed handicap alla Pippo Delbono (The Cost of Living), l’utilizzo del video live come sfondo e pelle di un corpo merce (Just For Show) e la fruizione sempre più preponderante del testo, ora composto da interviste e sondaggi estratti da tv e giornali o effettuati dalla stessa compagnia.

Così se in To Be Straight With You, DV8 andava in scena per affrontare ancora una volta il tema dell’omosessualità in relazione alla società contemporanea attraverso dichiarazioni politiche ed interviste (in un bilanciamento quasi perfetto tra corpo/parola e immagine), con Can we talk about this? sembra lasciare che la fisicità che aveva caratterizzato i precedenti spettacoli divenga sfondo di un utilizzo sempre più prepotente della parola. I nuclei tematici affrontati nello spettacolo, visto durante la nuova edizione di Romaeuropa, sono le idee di multiculturalismo, tolleranza e integrazione con riferimento alla cultura islamica. L’intento è quello di distruggere violentemente la retorica e il politicamente corretto che avvolge i temi citati: su una scena caratterizzata da una scenografia scarna (due schermi televisivi in alto, ai lati del palcoscenico, una lavagna, uno sfondo movibile con porte e finestre) un attore/danzatore chiede agli spettatori (ma non sembra attendere una reale risposta o cercare un reale coinvolgimento del pubblico) se si sentano superiori ai talebani. Da qui, lentamente, inizia a svolgersi una sorta di trattazione intenta ad analizzare i diritti degli individui partendo dalla libertà di espressione. Molte sono le voci di politici, artisti e gente comune riportate fedelmente in scena dalla compagnia in un montaggio di voci che si inseguono sul palcoscenico accarezzate da un tappeto sonoro – per lo più didascalico – volto a creare una sorta di sottosfondo emotivo alle vicende raccontate. Lo scrittore Salman Rushdie, il cineasta Theo Van Gogh, Martin Amis, il conservatore David Cameron, la laburista Ann Cryer, dimostranti di fede islamica che bruciano libri davanti a Westmister, attivisti politici per i diritti umani, donne e uomini vittime dell’integralismo sono i personaggi principali di questo “trattato per palcoscenico” dalla durata di un’ora e dodici minuti. Il corpo dei danzatori, attraverso un movimento che – nello stile di Sidi Larbi Cherkaoui – sembra seguire il ritmo della parola, vorrebbe qui farsi mezzo di comunicazione (esattamente come il giornale, il libro, la televisione) medium attraverso il quale parole, notizie e fatti più che mostrarsi vengono comunicati al pubblico. Un intento schiacciato da una verbosità continua, eccessiva; un mantra, recitato da un gruppo foltissimo di attori, che più che sollevare domande sembra voler convincere il pubblico della tesi – più o meno interessante, più o meno originale – di Lloyd Newson. Non a caso la scenografia ricorda l’aula di una scuola. Certo lo è per i motivi (non)diegetici e simbolici di questo (non)racconto (la scuola è il luogo in cui scoppia nel 1984 il caso di Ray Honeyford, un insegnante che mise in seria discussione il multiculturalismo considerandolo alla base della segregazione piuttosto che dell’integrazione), ma si ha l’impressione che rimanga qualcosa di più sinistro sullo sfondo. Da un lato, davanti la lavagna della piccola aula, appare l’insegnante dall’altro lo spettatore si riscopre scolaretto pronto ad ascoltare la lezione del coreografo. Ovvero l’esposizione della sua idea di multiculturalismo camuffata da una presunta imparzialità (della serie: i fatti parlano!) e caratterizzata da uno sguardo completamente “britannocentrico”. Uno spettacolo rischioso (poiché radicale appare la posizione del suo autore) quanto narcisista. Ovvero un non-spettacolo (bisogna dirlo: in questa scena in cui la coreografia è solo sfondo e ornamento per un’idea sociale e politica, non “accade” assolutamente nulla) che potrebbe riassumersi in un bel saggio da leggere e studiare comodamente sulla propria scrivania (ovvero attraverso un medium che, per la sua natura di documento, in questo particolare caso, sarebbe sicuramente più rischioso “dell‘effimero” evento teatrale o quantomeno più aperto a quel dialogo immediatamente impedito nell’incipit dello spettacolo).

Matteo Antonaci

Leggi anche l’articolo di approfondimento di Karl Svantesson

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Presentato durante la ventiseiesima edizione del festival Romaeuropa, Can we talk
about this? è cartina di tornasole di un graduale cambiamento di direttive estetiche e
poetiche che la celebre compagnia DV8 – Physical Theatre, guidata da Lloyd
Newson, ha percorso negli ultimi anni. Apparentemente poco è rimasto di quel teatro
fisico – meravigliosa reinvenzione della contact improvisation nata negli anni Settanta
per opera di Steve Paxton e perfetto connubio con il teatro-danza di Pina Bausch
(ma tanti sono i generi e le influenze che concorrono alla creazione di questa
particolarissima modalità di espressione coreografica) – che aveva catturato
l’attenzione di critica e pubblico a partire dagli spettacoli Bein’A Part, Lonely Art
(1985) e My Sex, Our Dance (1986). Un corpo, quello messo in scena da Lloyd
Newson, che, allontanandosi dalla bellezza, dalla pura forma intesa come tendenza
della scrittura coreografica di quel periodo, si poneva in una situazione di rischio
continuo, non solo portando all’estremo le proprie potenzialità fisiche ma, soprattutto,
rendendo radicale il pensiero che in tali potenzialità era custodito. Il contenuto
dell’opera coreografica doveva essere chiaro, coinciso, doveva arrivare allo spettatore
in maniera diretta stimolandolo continuamente attraverso nuovi interrogativi (alla
maniera di Brecht, per intenderci) e mostrandogli situazioni sociali estreme. Non per
questo la forma del corpo danzante era sacrificata, piuttosto ogni movimento estratto
dalla quotidianità e riscritto in quella fluida carnalità che caratterizza la contact, era il
mezzo perfetto attraverso cui l’idea – mai totalizzante – poteva s-velarsi, farsi essa
stessa immagine. L’immagine, come mezzo fondamentale per la scrittura di un
messaggio mai criptico, era traslata dalla sua formulazione live – lo spettacolo dal
vivo – alla scrittura filmica a cui, sin dall’inizio della sua carriera, Lloyd Newson si
dedica. DV8, che nella sua pronuncia inglese può leggersi come deviate, quindi
deviare, infatti, sta per Dance and Video8: alla produzione degli spettacoli, in alcuni
casi, segue immediatamente la loro trasposizione filmica di cui si occupano i membri
della stessa compagnia. Il “rischio” è aumentato in maniera esponenziale nel
momento in cui i temi trattati sono diffusi per canali televisivi e mass media. Sesso,
omosessualità ed eterosessualità, violenza, mercificazione del corpo appaiono come
presenze tematiche ossessive nella prima produzione del gruppo, quasi la
concretizzazione dell’urgenza creativa di un ispiratissimo Lloyd Newson. Basti
pensare al film del 1989 Dead Dreams Of Monochrome Man (riscrittura dello
spettacolo del 1988), un labirinto claustrofobico e osceno, interamente in bianco e
nero, riempito dei corpi statuari di danzatori per una messa in coreografia di sospiri,
sguardi, piccoli gesti, desideri sessuali, ed estrema violenza. La strada sulla quale la
compagnia sviluppa il proprio percorso si snoda verso l’acquisizione di una mimesi
corporea quasi clownesca (Strange Fish), la messa in scena piuttosto retorica di
situazioni di disabilità ed handicap alla Pippo Delbono (The Cost of Living),
l’utilizzo del video live come sfondo e pelle di un corpo merce (Just For Show) e la
fruizione sempre più preponderante del testo, ora composto da interviste e sondaggi
estratti da tv e giornali o effettuati dalla stessa compagnia. Così se in To Be Straight
With You, DV8 andava in scena per affrontare ancora una volta il tema
dell’omosessualità in relazione alla società contemporanea attraverso dichiarazioni
politiche ed interviste (in un bilanciamento quasi perfetto tra corpo/parola e
immagine), con Can we talk about this? sembra lasciare che la fisicità che aveva
caratterizzato i precedenti spettacoli divenga sfondo di un utilizzo sempre più
prepotente della parola. I nuclei tematici affrontati nello spettacolo, visto durante la
nuova edizione di Romaeuropa, sono le idee di multiculturalismo, tolleranza edintegrazione con riferimento alla cultura islamica. L’intento è quello di distruggere
violentemente la retorica e il politicamente corretto che avvolge i temi citati: su una
scena caratterizzata da una scenografia scarna (due schermi televisivi in alto, ai lati
del palcoscenico, una lavagna, uno sfondo movibile con porte e finestre) un attore/
danzatore chiede agli spettatori (ma non sembra attendere una reale risposta o cercare
un reale coinvolgimento del pubblico) se si sentano superiori ai talebani. Da qui,
lentamente, inizia a svolgersi una sorta di trattazione intenta ad analizzare i diritti
degli individui partendo dalla libertà di espressione. Molte sono le voci di politici,
artisti e gente comune riportate fedelmente in scena dalla compagnia in un montaggio
di voci che si inseguono sul palcoscenico accarezzate da un tappeto sonoro – per lo
più didascalico – volto a creare una sorta di sottosfondo emotivo alle vicende
raccontate. Lo scrittore Salman Rushdie, il cineasta Theo Van Gogh, Martin Amis, il
conservatore David Cameron, la laburista Ann Cryer, dimostranti di fede islamica che
bruciano libri davanti a Westmister, attivisti politici per i diritti umani, donne e
uomini vittime dell’integralismo sono i personaggi principali di questo “trattato per
palcoscenico” dalla durata di un’ora e dodici minuti. Il corpo dei danzatori, attraverso
un movimento che – nello stile di Sidi Larbi Cherkaoui – sembra seguire il ritmo
della parola, vorrebbe qui farsi mezzo di comunicazione (esattamente come il
giornale, il libro, la televisione) medium attraverso il quale parole, notizie e fatti più
che mostrarsi vengono comunicati al pubblico. Un intento schiacciato da una
verbosità continua, eccessiva; un mantra, recitato da un gruppo foltissimo di attori,
che più che sollevare domande sembra voler convincere il pubblico della tesi – più o
meno interessante, più o meno originale – di Lloyd Newson. Non a caso la
scenografia ricorda l’aula di una scuola. Certo lo è per i motivi (non)diegetici e
simbolici di questo (non)racconto (la scuola è il luogo in cui scoppia nel 1984 il caso
di Ray Honeyford, un insegnante che mise in seria discussione il multiculturalismo
considerandolo alla base della segregazione piuttosto che dell’integrazione), ma si ha
l’impressione che rimanga qualcosa di più sinistro sullo sfondo. Da un lato, davanti la
lavagna della piccola aula, appare l’insegnante dall’altro lo spettatore si riscopre
scolaretto pronto ad ascoltare la lezione del coreografo. Ovvero l’esposizione della
sua idea di multiculturalismo camuffata da una presunta imparzialità (della serie: i
fatti parlano!) e caratterizzata da uno sguardo completamente “britannocentrico”.
Uno spettacolo rischioso (poiché radicale appare la posizione del suo autore) quanto
narcisista. Ovvero un non-spettacolo (bisogna dirlo: in questa scena in cui la
coreografia è solo sfondo e ornamento per un’idea sociale e politica, non “accade”
assolutamente nulla) che potrebbe riassumersi in un bel saggio da leggere e studiare
comodamente sulla propria scrivania (ovvero attraverso un medium che, per la sua
natura di documento, in questo particolare caso, sarebbe sicuramente più
rischioso “dell‘effimero” evento teatrale o quantomeno più aperto a quel dialogo
immediatamente impedito nell’incipit dello spettacolo).