The Author. Borgia mette in scena il teatro spietato e perfetto di Tim Crouch

Sembra quasi non rimanga posto per gli attori. Entrando nella sala al secondo piano del Palazzo Ducale di Andria, sotto un soffitto affrescato, due piccole platee si guardano. Dopo qualche momento di attesa basta farsi due conti per capire che gli attori sono già in mezzo a noi, sono seduti tra di noi, anzi dall’ingresso del Palazzo Ducale si sono avviati con le maschere verso la piccola stanza mimetizzandosi nel gruppo di spettatori.

Spettatori e Attori. Soprattutto verso questi due poli della comunicazione teatrale si dirige lo sguardo del drammaturgo britannico Tim Crouch in The Author, messo in scena dal Teatro dei Borgia, compagnia operante anche nel circuito dei Teatri Abitati, tra Barletta e Corato. In realtà lo spettacolo ha debuttato a Trend, rassegna di nuova drammaturgia Britannica, organizzata da Rodolfo Di Giammarco al Teatro Belli di Roma. Difficilmente però Giampiero Borgia avrebbe trovato uno spazio migliore.

La piccola sala dell’antico palazzo, prestata per l’occasione al Festival Castel dei Mondi, ci stringe; l’uno vicino agli altri, ci guardiamo e nel silenzio scrutiamo nei volti altrui la traccia. Chi sono gli attori? Domanda inevitabile in questo role-play. Finalmente dai posti in fondo arriva una voce. È lui (Giovanni Guardiano) a tenere banco per qualche minuto “fingendo” di essere uno spettatore come gli altri, il suo è un elogio al teatro. La sua forza, il suo essere “vero” sta non solo nell’atteggiamento leggerissimo, tipico di quegli spettatori un po’ invadenti pronti al commento fulmineo, ma è soprattutto nella ricerca di un coinvolgimento che gli permette addirittura di strappare qualche battuta agli spettatori veri e propri.

Poi, come per contagio, il “virus” della parola inizia a propagarsi: Cristian di Domenico è Crouch, Daniele Nuccetelli e Annalisa Canfora sono due degli attori della compagnia inglese. Facciamo però un passo indietro per tirarci fuori da questa claustrale stanza degli specchi e mettere a nudo il meccanismo. Dobbiamo partire dal testo, perché con Crouch ci troviamo ogni volta di fronte a una scrittura che inevitabilmente influenza la scena, nel dramma c’è già tutto quello che vedremo sul palco. Il regista non ha bisogno di creare plot secondari, Crouch ha pensato a tutto, pure alle interruzioni musicali, ha ragionato sulla forma metateatrale e si è posto in maniera interrogativa di fronte a nodi cruciali come la triplice relazione attore, spettatore, violenza. Come viene percepita quest’ultima dallo spettatore? Con quali mezzi il regista può ricrearla sul palco?Qual è il limite invalicabile per l’attore, tra la propria sanità mentale e un donarsi totalmente al proprio personaggio? Materiale preziosissimo già condensato mirabilmente nel testo, al regista non rimane altro da fare che lavorare con gli attori, conducendo il gioco – inevitabilmente – alle estreme conseguenze, cercando in definitiva un modo per “non recitare”, ma che allo stesso tempo gli permetta di esplodere nei momenti più duri. Se pensate alla versione originale, messa in scena per la prima volta nel settembre del 2009 al Royal Court Theatre Upstairs il cortociruito è ben più complesso. Vi è un’apertura drammaturgica verso la biografia (inventata naturalmente) che rappresenta uno scarto rispetto alla drammaturgia metateatrale a cui siamo abituati. In scena mischiati al pubblico non solo ci sono degli attori che raccontano un complesso, maniacale lavoro su uno spettacolo (protagonista una ragazza abusata dal padre), ma uno di questi attori è anche l’autore della piece e l’autore di un atto moralmente inaccettabile quanto quelli subiti dalla ragazza protagonista del suo dramma. Tutt’ora nel sito internet di Crouch, sotto alle note dello spettacolo troviamo: “Contains material that may be disturbing. Recommended for ages 18+.” E allora ecco che alle repliche di Edimburgo, durante il festival 2009, gli spettatori non resistevano alla tensione e uscivano dalla sala tra i singhiozzi, lasciando mezza vuota la platea.

Capite insomma che lo spettacolo portato in scena da una compagnia che non sia quella di Crouch perde un livello di significato determinate. Ma il testo ha una forza tale che allo stesso tempo continua a correre sulle proprie gambe. Giampiero Borgia lo mette in bocca ad attori eccellenti, insieme a loro cerca di lavorare su una recitazione minimalista ma puntuale, mossa da cadenze e toni asciutti. Enfasi, eccessivo pathos e qualche cliché cinematografico, sono lì dietro l’angolo, ma i quattro interpreti raramente cadono nel tranello. Terminato il monologo finale, Di Domenico/Crouch esce dalla sala, c’è un attimo di gelo, non sappiamo se applaudire, poi finalmente ci lasciamo andare. Loro, ligi al gioco della finzione e quasi macchiati dalla colpa del protagonista, non torneranno a prendere gli applausi come l’etichetta vorrebbe.

Andrea Pocosgnich

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Questo contenuto è parte del progetto Situazione Critica
in collaborazione con Il Tamburo di Kattrin