One Day. Lettera semiseria agli Artefatti

Attilio Scarpellini e Katia Ippaso

Una sera di settembre, al Macro. È ufficialmente iniziata la stagione teatrale. Che ci trova assonnati e sonnambuli per gli effetti di troppi terremoti estivi, riuniti d’anticipo alla mensa immaginifica di Fabrizio Arcuri, orchestratore di Short Theatre e regista dell’Accademia degli Artefatti. Molti di noi pensavano di averlo perso per sempre. Svanito. Volato via col suo paio d’ali posticce e una scia di voci che parlano lingue straniere l’una all’altra. Invece, con sorpresa, la kermesse romana si apre proprio con One Day, la conferenza-spettacolo degli Artefatti che era passata nella sottile traccia della storia teatrale contemporanea come cronaca leggendaria di un evento mai realizzato. Caduto per effetto prepotente di realtà (all’ultimo momento uno dei produttori si era ritirato). Di quella caduta, fragorosa, arrivano oggi, a distanza di tre anni dall’ideazione del progetto, alcuni fili sparsi. Tre serate al posto di un giorno intero. Tre spettacoli di sei ore complessive dove il pubblico sta fermo di fronte agli attori che però non sono attori che però non sono personaggi che però non leggono un testo compiuto ma solo “frammenti di un testo” (nel frattempo pubblicato) che non ha un inizio e non ha certo una fine.
Uno spettacolo che sulla difformità e sulla dis-misura aveva basato le sue fondamenta, adattato ad una forma di ricezione classica. Curioso esperimento. Ci sarà una cavia, o siamo a turno le cavie l’uno dell’altro?  In un altro progetto basato sulla drammaturgia inglese, Arcuri aveva denunciato ampiamente e con dovizia di particolari ad alto tasso estetico, l’abuso del regista ai danni dell’attore e dell’attore ai danni dello spettatore.

Noi che guardiamo One Day non dovremmo sapere niente. E infatti quasi nessuno ne sa niente, di questo lungo giorno fatto di rompicapi a firma plurale, uno spettacolo dalle finestre a vento che doveva svolgersi dall’alba al tramonto ma poi non è mai nato, perché nel frattempo hanno chiuso la porta a doppia mandata e nessuno è riuscito a entrare. Non ne sappiamo niente come non ne sapeva niente la guest star invitata da un ipnotizzatore in An Oak Tree di Tim Crouch, una roba magica che ancora non mi spiego (come è possibile che per tanti anni non fosse mai uscita fuori la trama di uno spettacolo che aveva fatto il giro d’Italia?). Ma, a differenza di quell’attore che poi doveva leggere un copione all’impronta, stavolta lo spettatore non deve leggere niente, gli è chiesto solo di stare fermo e ascoltare. Cosa? Una storia che non è una storia o almeno non è la storia di One Day, ma infinite altre storie. Perché una storia di partenza, One Day ce l’ha, almeno così viene dichiarato. Ed è la storia di un bambino che viene rapito il giorno della sua comunione. Una storia per la quale verseremmo volentieri delle lacrime vere se non ci fosse impedito dalle lacrime finte degli attori che, a turno, recitano il ruolo della madre del padre e del fratello del bambino.
Quindi, adesso ho capito, questo è un “reality”, la messa in scena di una storia che però non è solo una storia di famiglia. Infatti ci recitano anche il lupo, il pornattore Tito, Babbo Natale, 2 gangster, un giornalista, il pesce Matteo, una suggeritrice, la Morte, Miriam e i Kiss (scusate se ne ho dimenticato qualcuno). Ah sì, ho dimenticato i due personaggi che a me paiono i più importanti, la copia cinese dell’attore lupo e il pupazzo ceceno, il cui nome d’arte è Dolly Bell.
Mi paiono i più importanti perché sono dichiaratamente cose, un pupazzo e una copia. Sono ufficialmente riproduzioni, e non stanno nei paraggi di un essere umano. In loro, la psicologia non è mai esistita né mai esisterà. Un vero sollievo. Non solo per i pupazzi e le copie in se stesse – con i quali scambierei volentieri in certi momenti la mia vita intera-,  ma anche per noi spettatori in generale, noi… che almeno non veniamo portati a cadere nella tentazione di attribuire delle intenzioni umane, un dolore vero e una gioia vera, ai personaggi. Se uno è un pupazzo è un pupazzo, se uno è una copia vuol dire che non è l’originale. Questo arriviamo a capirlo pure noi che non ne sapevamo niente fin dall’inizio.

Ma le cose non sono sempre così facili (come i Tre pezzi facili…). Perché poi temo che la storia della copia cinese metta in campo addirittura Mao Tse-Tung truccato come uno dei Kiss (ho visto la copertina del libro) e tutta la storia del comunismo nei suoi riflessi sulla post-modernità e sulla post-post-modernità, i conflitti tra oriente e occidente dall’origine ai nostri giorni, e certamente anche la caduta del muro di Berlino perché la caduta del muro di Berlino ci deve stare per forza. Mentre ho motivi fondati per sospettare che il pupazzo ceceno alluda all’impossibilità da parte dell’arte di trattare la realtà, il sangue vero dei bambini veri morti nella scuola di Beslan, perché la realtà se l’è mangiata la cronaca televisiva con i suoi raffinati strumenti di cannibalismo riproduttivo e consolatorio.

Quindi, siccome le cose non sono così facili, Arcuri ha previsto che ad un certo punto dello spettacolo intervenisse un critico (che in questo caso specifico sarei io) a spiegare meglio tutta la faccenda. Però io a questo punto mi chiedo: se qui il regista non è il regista, l’attore non è  l’attore, il testo non è il testo, il personaggio non è il personaggio, lo spettacolo non è lo spettacolo ma “materiali per uno spettacolo”, insomma perché io diavolo io dovrei essere veramente il critico? È per questo che mi sono inventata questa cronaca semiseria, non solo perché quella seria in questo preciso momento del tempo ammetto di non saperla fare, ma perché io alla fine vorrei starmene tranquilla tranquilla nel silenzio della sala buia a fare la spettatrice e non stare qui a fare l’unico personaggio vero di questo spettacolo. Se One Day fosse durato 24 ore (e questo lo dico seriamente), avrei potuto fare assieme a voi una esperienza del tempo e dello spazio veramente unica. Ma sono felice lo stesso, perché questo One Day formato ridotto mi diverte un sacco e mi fa anche ragionare.
Però, prima di andarmene, devo dire un’ultima cosa: la prossima volta, caro Fabrizio,  dacci un copione pure a noi!

Katia Ippaso

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Recensione /lettera aperta scritta da Katia Ippaso, copia cinese di Attilio Scarpellini

“Una sera di settembre, al Macro. E’ ufficialmente iniziata la stagione teatrale. Che ci
trova assonnati e sonnambuli per gli effetti di troppi terremoti estivi, riuniti d’anticipo
alla mensa immaginifica di Fabrizio Arcuri, orchestratore di Short Theatre e regista
dell’Accademia degli Artefatti. Molti di noi pensavano di averlo perso per sempre.
Svanito. Volato via col suo paio d’ali posticce e una scia di voci che parlano lingue
straniere l’una all’altra. Invece, con sorpresa, la kermesse romana si apre proprio
con “One day”, la conferenza-spettacolo degli Artefatti che era passata nella sottile
traccia della storia teatrale contemporanea come cronaca leggendaria di un evento
mai realizzato. Caduto per effetto prepotente di realtà (all’ultimo momento uno dei
produttori si era ritirato). Ora, di quella caduta, fragorosa, arrivano oggi, a distanza di
tre anni dall’ideazione del progetto, alcuni fili sparsi. Tre serate al posto di un giorno
intero. Tre spettacoli di sei ore complessive dove il pubblico sta fermo di fronte agli
attori che però non sono attori che però non sono personaggi che però non leggono un
testo compiuto ma solo “frammenti di un testo” (nel frattempo pubblicato) che non
ha un inizio e non ha certo una fine. Uno spettacolo che sulla difformità e sulla dis-
misura aveva basato le sue fondamenta, adattato ad una forma di ricezione classica.
Curioso esperimento. Ci sarà una cavia, o siamo a turno le cavie l’uno dell’altro?
In un altro progetto basato sulla drammaturgia inglese, Arcuri aveva denunciato
ampiamente e con dovizia di particolari ad alto tasso estetico, l’abuso del regista ai
danni dell’attore e dell’attore ai danni dello spettatore.
Noi che guardiamo “One day” non dovremmo sapere niente. E infatti quasi nessuno
ne sa niente, di questo lungo giorno fatto di rompicapo a firma plurale, uno
spettacolo dalle finestre a vento che doveva svolgersi dall’alba al tramonto ma poi
non è mai nato, perché nel frattempo hanno chiuso la porta a doppia mandata e
nessuno è riuscito a entrare. Non ne sappiamo niente come non ne sapeva niente la
guest star invitata da un ipnotizzatore in “An oak tree” di Tim Crouch, una roba
magica che ancora non mi spiego (come è possibile che per tanti anni non fosse mai
uscita fuori la trama di uno spettacolo che aveva fatto il giro d’Italia?). Ma, a
differenza di quell’attore che poi doveva leggere un copione all’impronta, stavolta lo
spettatore non deve leggere niente, gli è chiesto solo di stare fermo e ascoltare. Cosa?
Una storia che non è una storia o almeno non è la storia di “One day” ma infinite
altre storie. Perché una storia di partenza, “One day” ce l’ha, almeno così viene
dichiarato. Ed è la storia di un bambino che viene rapito il giorno della sua
comunione. Una storia per la quale verseremmo volentieri delle lacrime vere se non
ci fosse impedito dalle lacrime finte degli attori che, a turno recitano il ruolo della
madre del padre e del fratello del bambino. Quindi, adesso ho capito, questo è
un “reality”, la messa in scena di una storia che però non è solo una storia di
famiglia. Infatti ci recitano anche il lupo, il pornattore Tito, babbo natale, 2 gangster,
un giornalista, il pesce matteo, una suggeritrice, la morte, miriam e i kiss (scusate se
ne ho dimenticato qualcuno). Ah, si ho dimenticato i due personaggi che a me paiono

i più importanti, la copia cinese dell’attore lupo e il pupazzo ceceno, il cui nome
d’arte è Dolly Bell. Mi paiono i più importanti perché sono dichiaratamente cose, un
pupazzo e una copia. Sono ufficialmente riproduzioni, e non stanno nei paraggi di un
essere umano. In loro, la psicologia non è mai esistita né mai esisterà. Un vero
sollievo. Non solo per i pupazzi e le copie in se stesse – con i quali scambierei
volentieri in certi momenti la mia vita intera- , ma anche per noi spettatori in
generale, noi…che almeno non veniamo portati a cadere nella tentazione di attribuire
delle intenzioni umane, un dolore vero e una gioia vera, ai personaggi. Se uno è un
pupazzo è un pupazzo, se uno è una copia vuol dire che non è l’originale. Questo
arriviamo a capirlo pure noi che non ne sapevamo niente fin dall’inizio.
Ma le cose non sono sempre così facili (come i tre pezzi facili..). Perché poi temo
che la storia della copia cinese metta in campo addirittura mao tse tung truccato
come uno dei kiss (ho visto la copertina del libro) e tutta la storia del comunismo nei
suoi riflessi sulla post-modernità e sulla post-post-modernità, i conflitti tra oriente
e occidente dall’origine ai nostri giorni, e certamente anche la caduta del muro di
Berlino perché la caduta del muro di Berlino ci deve stare per forza. Mentre ho
motivi fondati per sospettare che il pupazzo ceceno alluda all’impossibilità da parte
dell’arte di trattare la realtà, il sangue vero dei bambini veri morti nella scuola di
Beslan, perché la realtà se l’è mangiata la cronaca televisiva con i suoi raffinati
strumenti di cannibalismo riproduttivo e consolatorio.
Quindi, siccome le cose non sono così facili, Arcuri ha previsto che ad un certo
punto dello spettacolo intervenisse un critico (che in questo caso specifico sarei io) a
spiegare meglio tutta la faccenda. Però io a questo punto mi chiedo: se qui il regista
non è il regista, l’attore non è l’attore, il testo non è il testo, il personaggio non è
il personaggio, lo spettacolo non è lo spettacolo ma “materiali per uno spettacolo”,
insomma perché io diavolo io dovrei essere veramente il critico? E’ per questo che
mi sono inventata questa cronaca semiseria, non solo perché quella seria in questo
preciso momento del tempo ammetto di non saperla fare, ma perché io alla fine
vorrei starmene tranquilla tranquilla nel silenzio della sala buia a fare la spettatrice
e non stare qui a fare l’unico personaggio vero di questo spettacolo. Se “One day!
fosse durato 24 ore (e questo lo dico seriamente), avrei potuto fare assieme a voi una
esperienza del tempo e dello spazio veramente unica. Ma sono felice lo stesso, perché
questo One day formato ridotto mi diverte un sacco e mi fa anche ragionare.
Però, prima di andarmene, devo dire un’ultima cosa: la prossima volta, caro Fabrizio,
dacci un copione pure a noi.”

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