Noosfera Titanic di Roberto Latini: nell’uomo solo annega la civiltà umana

foto Claire Pasquier

Una deriva. Se c’è qualcosa di cui si può occupare l’arte, nel tentativo della riemersione che riporti la società contemporanea all’aria aperta e respirabile, è mettere in scena la deriva rivelando gli spazi di navigazione e i materiali che stanno per sommergerla. Quando già non l’hanno fatto. Di questo sentimento profondamente umano si nutre la nuova ricerca di Roberto Latini – Libero Fortebraccio Teatro, dal titolo Noosfera, che l’ha portato in scena dapprima con Lucignolo (leggi la recensione) – innescando una favola nera nell’attrazione del Paese dei Balocchi – e ora con Titanic, la naturale simbiosi simbolica che dall’attrazione del viaggio ludico produce un naufragio.

Nell’acqua perdeva i propri sostegni il Pinocchio della prima parte, proprio nell’acqua scopriamo il grido ansimante, a pugni chiusi, di un uomo disperso nella vastità del mare largo, un mare nel mare il transatlantico che perde la rotta, un iceberg insidia la sua sopravvivenza, “rompete le righe”, grida con la voce rotta da un pianto finale.

Così apre un monologo intenso e vibrante, dietro un velo sottile ma impenetrabile, che quasi non si vede ma c’è, che è inutile eludere con lo sguardo cercando l’attore dietro: il velo c’è; in scena una sedia, immersa in un cumulo di terra bianca opaca, un solo difficile contatto per un telefono antico nero, lasciato sulla cima, e sulla sedia lui – l’uomo – confinato in un grido ingabbiato. Si ostina a dire che “non è successo niente”, mentre piange e sconta l’illusione di non vedere la distruzione imminente. Seduti sulla frana, sembra dire, dove siamo tutti. Un megafono tenta di amplificare il suo grido, ma nella poeticità di un dolore manifesto solo il dolore si amplifica. Sarà una pioggia caduta a generare l’immagine più forte, un pioggia dal basso, scavata in quella terra che capiamo ora essere sale, Latini impugna l’arma come può e scava, scava senza sosta e di quel sale è sporcato, corrotto, sepolto.

Vittima è l’uomo, della propria azione, del suo stesso tentativo di salvarsi che salvare non può, vittima del gesto e della rimozione: dopo averla scavata, quella terra di sale, la percuote, ma la terra è se stesso come lui è proprio la nave che vi affonda. Così è che Latini riduce il declino di una civiltà che affoga cantando, rinnova il suo grido piangente mostrando se stesso mentre annega, l’umanità che finisce nella fine dell’uomo solo. Passione è il suo teatro, compiuto senza cercare giustificazione nell’intellettualismo, ma azione. Anche se maggiore è la dispersione fra voler dire e dire e più larghe sono le maglie della tensione drammaturgica, anche se forse la scelta di un finale troppo frettoloso e che non rende giustizia alla creazione è da rivedere, Latini si conferma capace di creare immagini di una poeticità disarmante e una punta massima dell’espressione artistica, quella che non recede il passo di fronte al declino ma lo affronta, se lo passa attraverso, lo assimila e ne piange, rinnegandolo mai.

Simone Nebbia

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