Japan e l’arte di morire. Una birra con Simon Tanguy

Simon Tanguy – foto Nellie De Boer

Simon Tanguy, 27 anni, passaporto francese, arriva da Amsterdam, dove dice di aver trovato “lo spazio giusto per lavorare”. Judo dai 6 ai 16 anni, per avvicinarsi all’arte dei samurai; a 21 anni laurea in filosofia a Rennes, prima di capire che il mondo non si cambia. Almeno non con il solo pensiero. Forse il movimento può aiutare. Allora scuola di clownerie a Parigi, poco prima che l’arrivo di Sarkozy lo spinga a cambiare confini. Ad Amsterdam si diploma all SNDO (School for New Dance Development). Gira l’Europa, vince premi, salta da un festival all’altro dalla sera alla mattina, ma – il tempo di cambiarsi d’abito – ed è sempre pronto, dopo una performance, a sedersi e farsi offrire una birra nell’atrio del teatro di turno. Con me ha diviso un tavolino davanti al chiosco del Teatro India, a questo Short Theatre 2011 dove arriva con Japan, solo realizzato nell’ambito di IYME. La sigla sta per International Young Makers Exchange, si tratta di un network di scambio, formazione e distribuzione a cui prendono parte festival e altre strutture a livello europeo. Nello specifico: SKENA –UP, Pristhina, Kosovo; MESS festival, Sarajevo, Bosnia; FIST, Belgrado, Serbia; ITSF, Warshau, Poland; Short Theatre Festival, Roma, Italy; MIST, Leeds, Gran Bretagna.

La performance in questione sono venti minuti di puro movimento. Folle, parossistico, esplosivo, liberatorio, doloroso, paonazzo, inarrestabile movimento che è poi una scrittura gestuale sul tema dell’agonia. «Mi piace morire in scena», spiega Tanguy mentre mi racconta de La mort d’Arlequin, quel quadro di Picasso in cui Arlecchino se ne sta immobile, sdraiato ad occhi chiusi sotto lo sguardo muto di altre due figure, forse due amici, più poeticamente «la proiezione di due età passate», ci viene da pensare insieme. Mi ripete, poi, quel che compare anche nel programma, che «Agon in greco sta per battaglia. E agonia viene da lì. È la strenue lotta di un essere – spiega – per “tentare di non morire”».

E in effetti, in quei venti minuti, c’è la rappresentazione, in pillole molto dense, di ogni stadio dell’agonia: contrazione, rilassamento, tensione, spasmi, dolore, svenimento, risveglio, coma, delirio. Fino al rigor mortis e alla resurrezione. Ma i movimenti di Tanguy, che appare in scena in giacca e cravatta candidi e camicia nera, sono quelli di una corda tesissima, pronta a spezzarsi. La sensazione è che quello spazio vuoto sia l’anticamera di una morte che è già arrivata, che aspetta pazientemente di traghettare via l’ennesima anima. E quell’anima è lì che combatte, tenta di districarsi; ciascun muscolo – rosso, gonfio, sudato – va esplorando ogni possibile tentativo di liberarsi di un destino già segnato. Quello “sforzo di non morire”, che sulle prime colpisce il pubblico per il parossismo espressivo (urli che lacerano i timpani, schiaffi auto-inferti, ossa che sbattono sul legno del parquet) finisce per sublimarsi in una danza ironica, che deve molto al burlesque.

Pablo Picasso, La mort d’Arlequin, 1906

La postura dinoccolata e rigida, che Tanguy infrange continuamente con scosse di nervi e scariche di iperventilazione, ricalca l’innaturale figura del ballerino classico mano alla sbarra. Il breviario di gesti ed espressioni con cui rappresentare l’agonia è forse fin troppo fitto, sfiora la didascalia, eppure a salvare il performer arriva sempre, al momento giusto, un sorriso sincero, che prende in giro la danza stessa. Ed è estremamente poetico il passaggio con cui, dall’iperattività, si scivola nel delirio quieto, nell’inerzia, nella paralisi, fino a quel letto di morte che Picasso ritraeva, nella propria opera, come sospeso in una placenta arancione. Alla rappresentazione dell’agonia Tanguy unisce poi gli stati d’animo (amnesia, ansia, paura) e va organizzando tutto nei codici di una tecnica di swing dance. La musica, composta ed eseguita dal tedesco Christoph Scherbaum, conduce e non conduce il movimento, si annulla in una melodia che non prende mai davvero vita, come respiro già tagliato, pronto a esaurirsi. Il ritmo lo crea il danzatore stesso. «Performer», precisa Simon. Se gli chiedo dove stia la differenza tra performer e danzatore lui mi risponde che, «mentre la danza si occupa di contestualizzare qualcosa che è e rimane astratto, la performance è innanzitutto basata sull’azione; tu presenti il tuo corpo tramite l’azione che stai compiendo».

E la parola? Qui è soprattutto respiro, sbuffo, colpi di diaframma, accessi di tosse, iperventilazione, onomatopee, risate. Ma c’è anche il tempo per un velocissimo e quasi incomprensibile testamento, ennesimo folle tentativo dell’uomo di lasciarsi qualcosa dietro. Ma, come diceva Nietzsche, “vivere significa eliminare continuamente da sé tutto ciò che si appresta a morire”.

Sergio Lo Gatto

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, editor e traduttore. Ha studiato Teatro e Arti Performative alla Sapienza. Università di Roma, dove sta svolgendo un dottorato di ricerca in studi teatrali incentrato sulla critica delle arti performative, e si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Attualmente è impegnato nel progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, di prossima pubblicazione per Editoria&Spettacolo. Academia.edu: https://uniroma1.academia.edu/SergioLoGatto torna a Info Redazione