Diario da Short Theatre 2011. Jabba the Hut e il “teatro a cappella”

Jabba the Hut

Qualche giorno fa ti chiama Fabrizio Arcuri e ti chiede se ti va di venire a Short Theatre come ospite a una delle giornate di One Day, il loro mega-progetto mai davvero realizzato, che ora ha vita come conferenza-spettacolo. Tu accetti, ma aggiungi di essere disponibile solo la terza sera, il 7, ché quella precedente hai un altro impegno. Lui ti chiede qualcosa di più, tu rispondi che, insomma, sì ecco, sei da un’altra parte a fare una cosa del tutto diversa. Devi cantare.
In quel momento non pensavi che questa piccola confessione potesse servirti.

Nel cortile del MACRO di Testaccio si raccoglie la folla, che la vedi da lontano, girando l’angolo di piazza Giustiniani. È l’ultimo giorno prima che il festival faccia i bagagli e oltrepassi il ponte fino al suo secondo avamposto, il Teatro India. Ed è l’ultimo giorno anche per One Day, questa piccola comedie humaine che, direbbe Graziano Graziani, ha contribuito a dare una botta di defibrillatore al respiro epico; un Matteo Angius pifferaio magico attira il gregge di spettatori nell’ormai mitico padiglione B e tutto è pronto per cominciare. Per la terza volta in pochi giorni ti trovi a dover considerare la sorte che ti tiene inchiodato a quel posto sulla gradinata di sinistra, dal quale la grossa colonna di ferro è in linea perfetta con il centro-palco.
Il divertente pezzo di Michele Andrei nudo che, per polemica, si riveste in scena e racconta la propria fortuna su un’Isola che non c’è né ci sarà, si allaccia con grande fluidità a uno straniante interrogatorio in cui nessuna domanda è posta direttamente. Il concetto stesso di “interposta persona” sosta in scena come continuo memorandum di quella distorsione del reale tipica del lavoro degli Artefatti e che tiene in piedi il discorso semiotico di One Day.
C’è spazio per un lungo video, Il bambino al concerto dei Kiss, prima che demone annunci: “You wanted the best, you got the best! Ladies and gentlemen, the hottest band in the world”, lasciando il palco ai Dressed to Kiss, tributo alla grande rock band. Intervento divertente eppure straniante, ché c’è qualcuno che imita qualcuno che a sua volta si ispirava a modelli che rappresentavano qualcosa. Il brano Luca Scarlini all’opera di Pechino finisce per paragonare i Kiss ai grandi mattatori del teatro cinese.
Immaginare una vita in Italia è difficile e insieme terribile, quando ti accorgi che è proprio la vita che stai vivendo, naufrago su un’isola che purtroppo c’è eccome. Ma come fai?, ci chiederanno tra mille anni, mentre sullo schermo scorre il celebre video di We Are the World, ennesimo simbolo di un concetto “spiritual” convertito in “pop”.

Hai tempo per trovare chiuso il paninaro di via Galvani, prima di tornare a chiuderti nel Padiglione B, per Ascesa & Caduta di Kinkaleri. E incredibilmente la tua fida compagna, la colonna di ferro, è sempre lì che ti guarda, che la devi scansare per vederci qualcosa. Marco Mazzoni chiude tutta la Mahagonny di Brecht – canzoni comprese – in un unico zaino e se la carica in spalla, ché la sua presenza deve bastarci. Da dietro a un lungo tavolo di legno, pattinerà per più di un’ora su uno sgabello a rotelle dando vita e soprattutto voce a tutti i personaggi, usando gli emblematici cartelli esplicativi e una grembiulata di pupazzetti e sagome di legno. Come un bambino perso nei propri giochi, si lascia trasportare in tutte le pieghe del dramma, tenendo avanti a sé un copione di cui scosta via via le pagine con grande solennità. Una prova d’attore davvero sorprendente, che solo qua e là risente del manierismo suggerito dal testo, ma resta forte di una soluzione radicale.

Dressed to Kiss – live @One Day!

Nell’arco del grezzo tavolo di legno Kinkaleri condensa l’agghiacciante capacità di Brecht di presagire i tempi che saranno: quel mondo allegorico che poggia sul denaro in cui ogni genuinità d’animo è destinata a morte certa, allo strangolamento degli ideali di semplicità. Quell’Alaska evocata a lungo come Eden da cui si è stati cacciati si fa luogo dove è impossibile tornare e la maledizione della cittadina dell’oro assume un ghigno inesorabile, mentre ingoia tutti i personaggi. La forma musical trova uno spazio esilarante tra le evoluzioni vocali del mattatore Mazzoni e l’espressività stitica di figurine come ET, Jabba the Hut e informi creature di carta. Non è teatro di figura né d’oggetti, e la negazione di una prospettiva: tutto accade lì ed è come una favola da cui è rassicurante separarsi ma impossibile fuggire, ché il tavolo di legno va da una parete all’altra della scena, impedendo il passaggio.

Solo un’oretta di “dopo-festival” allo spazio Novecento gomito a gomito col tuo “compagno di banco” ti salva l’anima dall’incombenza di considerare davvero questa realtà, di “immaginare una vita in Italia”. Ma è una vacanza temporanea.

Chiamato, dopo quell’accenno di We Are the World, a dire la tua sul fatto che molto del teatro contemporaneo si interroghi sulla rappresentazione della realtà, ti era venuto da rispondere meno male. E aggiungevi che gli Artefatti, che da sempre lo fanno, hanno raggiunto con questo One Day il punto limite di quel gioco dentro-fuori, vero-verosimile, reale-realistico. Del tuo intervento resta una piccola definizione, quella di “teatro a cappella”.
Come per realizzare e testimoniare l’armonia di due voci è necessario l’orecchio dell’ascoltatore, così accade in questo teatro di speculazione. A questo teatro epistemologico, che cerca una legittimità nei propri stessi materiali, non basta il gioco sul palco, serve il rimbalzo dello spettatore, che opera un passaggio di stato. L’orecchio di chi ascolta toglie qualcosa alla voce trasformandola in suono e poi gliela restituisce, ascoltando: è vero che usando la voce puoi cantare, ma è verosimile che quella voce crei armonia. Il tuo orecchio decide di accettare questa verosimiglianza. E tu stai al gioco.
Qui non è troppo diverso. La tua presenza di spettatore permette, stando al gioco, di stressare la realtà fino a renderla solo qualcosa di realistico, mettendo in evidenza i cedimenti critici, quelli della rappresentazione, che qui della realtà ha ingoiato il senso stesso.
Qui non si chiacchiera di politica, si fa politica. Ed è emblematico, giusto e terribile che l’unica cosa rimasta sul palco sia un rigurgito di sangue, lasciato dal bassista dei Dressed to Kiss. Quindi, in definitiva, finto pure quello.

Sergio Lo Gatto

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