I Pathosformel dalla macchina al corpo: due nuovi lavori e una collaborazione con Port-Royal

pathosformel ALCUNE PRIMAVERE CADONO D’INVERNO ph. Alessandro Sala Cesuralab

Secondo Aby Warburg, colui che coniò il termine all’inizio del ‘900, Pathosformel è il termine che indica immagini archetipiche, fermo-immagine che fondono la creazione, il sentimento originario (pathos) con la ripetitività del canone a cui fanno involontariamente riferimento (formeln, ovvero formule). Il nome dell’omonimo gruppo veneziano non poteva che essere tale da racchiudere in sé l’idea della forma e del sentimento, con tale forza da rendere i due inscindibili. Ce ne dà conferma l’ultimo lavoro presentato al festival Caracatastrofe di Dro 2011: Alcune primavere cadono d’inverno, che nasce dalla collaborazione tra la compagnia Pathosformel e il gruppo musicale Port-Royal.

Dopo che i loro precedenti spettacoli ci avevano abituato a elementi macchinici [cfr. Andreas Broeckmann] (La più piccola distanza) e suggestioni di un corpo mai presente ma sempre evocato (La timidezza delle ossa) i Pathosformel, che già nell’ultimo La prima periferia avevano accennato a una commistione fra macchina e corpo, scelgono ora come protagonista un danzatore di break dance per portare in scena un corpo per la prima volta. La scena vuota, ai lati due regie, i Port-Royal da un lato la compagnia dall’altra, due sculture di ventilatori issati su alte piantane alle loro spalle, in centro un piano rialzato bianco con squadrature nere su cui i movimenti del danzatore si mescolano a quelli di una busta di plastica mossa dal vento. Il corpo del break dancer sulla scena non rappresenta nulla: è. Non si fa portatore di significati o velleità di significazione sociale, antropologica, politica, non evoca quel remoto e periferico spazio-geografico da cui proviene. Diversamente dal breaker portato in scena dai Motus, in uno degli episodi del loro penultimo progetto Ics, qui il danzatore può fare a meno di alludere ad un altrove: le periferie, la crudeltà e la bellezza delle vite che le abitano, la ferocia e il coraggio della giovinezza, la rabbia, la politica…

La missione, qui, è quella di rinunciare al gioco di auto-rappresentazione di sé (non dover diventare in questo caso Il break dancer), pratica a cui le arti performative approdano a partire dagli anni ‘60-’70. Allora il teatro usciva dai luoghi in cui lo confinava la tradizione per entrare nel mondo, si nutriva del reale, riconoscendo in questo la verità, per riportarlo nei propri luoghi, attraverso testimonianze, esperienze, persone, oggetti. Frana la certezza che la verità sia in ciò che ci circonda e il danzatore portato in scena dai Pathosformel abita la scena in solitudine, volutamente incosciente, necessariamente se stesso, il suo corpo e i suoi gesti, il caso che lo lega ai movimenti della busta di plastica al suo fianco. Così oltrepassa il proprio senso per crearne uno nuovo che vive nella visione, divenuta poetica proprio perché non nasce del desiderio di auto-rappresentazione.

pathosformel AN AFTERNOON LOVE ph. Alessandro Sala Cesuralab

Le note elettroniche dei Port-Royal creano il suggestivo sfondo su cui si staglia quest’immagine di singolare lirismo. Il corpo si manifesta dunque, ma l’elemento macchinico, capace di assumere qualità antropomorfe come da tradizione, continua ad esistere nei ventilatori. Brevi e timidi sono i momenti in cui la luce colpisce l’agglomerato di macchine del vento: in questo protagonismo mutilato dell’elemento tecnico, sintomo della faglia che questo lavoro apre tra corpo e macchina, si manifesta il cammino di cambiamento intrapreso dalla compagnia che, sebbene qui giunga a risultati eccellenti, assume forme ancora più radicali nel secondo lavoro presentato a Dro.

Il secondo lavoro del gruppo si svolge nella sala delle mezzelune: nessun palcoscenico, una scalinata bassa in una scena vuota e spettatori ad altezza del corpo in scena; un giocatore di basket professionista, nero di Bruxelles, con la sua palla arancione, sul lato sinistro una bottiglietta d’acqua e un vecchio stereo. Lo spettacolo è quel corpo sulla scena e il rapporto che esso instaura con l’oggetto, o meglio gli oggetti: preminentemente la palla, ma anche l’asciugamano, la bottiglietta, lo stereo. Non vi è nessuna forma di drammaturgia, ma l’azione si svolge in una dimensione diacronica: i tempi ed i ritmi di un allenamento solitario, dal riscaldamento alla fatica al defaticamento. L’abbandono della macchina e della visione illusoria ed evocativa qui è radicale, sostituite non da un personaggio, né da una figura né da un performer, ma da un giocatore di basket, non uno qualsiasi ma neanche l’archetipo del giocatore di basket. Semplicemente quel giocatore capace di essere massimamente espressivo nella gestualità delle mani che sfiorano o battono la palla, negli sguardi che lui le dedica, nella forza e nella delicatezza con cui si confronta alla sua lei tondeggiante. La precisione dovuta all’esperienza non affranca il giocatore dalla concentrazione con cui svolge la “partitura fisica”. Il respiro che si crea tra il corpo e l’oggetto parla del sentimento d’amore, la palla è (ancora una volta non rappresenta ma è) il correlativo oggettivo dell’altro nel rapporto amoroso. L’effetto di straniamento che scaturisce dal possibile incontro tra un allenamento sportivo e l’evocazione del rapporto amoroso è il vero motivo della poeticità di questo lavoro dal titolo così dolcemente esplicativo: An afternoon love.

Chiara Pirri

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