Castel dei Mondi 2011: visioni pittoriche e narrazioni salentine

Tempesta – Anagoor

Altro giro altra corsa. Con l’autunno ancora lontano e l’estate in forze, si fugge ancora una volta da Roma, capitale afosa degli spiriti assopiti in ostaggio della solita estate, o almeno quella degli ultimi tempi. Quella dei Globe Theatre, dei fontanoni, del teatro da cartolina e sussidiario, fuori dal mondo e dal contemporaneo. “Me ne vado via da questa Roma…” cantava Remo  Remotti nella sua più famosa lirica, da questa estate tanto romana e poco teatrale in cui due o tre cose le salvi – il Festival del Pigneto, Il Festival Internazionale del Teatro Urbano e naturalmente Short Theatre – ma poco altro. Alcuni sono fuggiti verso il nord di Bassano, altri si sono dati il cambio e proprio dai piedi del Monte Grappa sono scesi ad Andria per accompagnarmi nella visione e nel racconto di questa seconda parte del Festival Castel dei Mondi 2011.

Seconda tranche di un festival che si inserisce perfettamente tra i bianchi e antichi palazzi del centro storico andriese, di una cittadina accogliente negli occhi e nei modi dei suoi abitanti, pulita e funzionante e soprattutto con un pubblico pronto a riempire le platee.

Sarà questo il refrain di una manifestazione guidata per il sesto anno da un direttore artistico, Riccardo Carbutti, arrivato a fine mandato con un futuro incerto per il cambio di colore politico nell’amministrazione comunale.
Eccolo il giovane pubblico che, pur di non rimanere fuori, incrocia le gambe a terra per non perdersi Tempesta di Anagoor, lavoro del 2009. Come dar loro torto, se una delle più acclamate compagnie di teatro contemporaneo del nord Italia – nata a Castelfranco Veneto nel 2000 – arriva qui giù, bisogna vederla. Soprattutto perché in cartellone li troviamo con il loro cavallo di battaglia, proprio quella performance grazie alla quale vennero segnalati allo scorso Premio Scenario.

Nella sala dell’Auditorium Paola Chicco l’atmosfera si fa d’improvviso algida: a destra due schermi sospesi ospitano la “traccia” video della performance, a sinistra all’interno di una scatola in plexiglass si agita una fitta nebbia lentamente squarciata da una timida figura di adolescente, un tappeto sonoro inizia a vibrare d’angoscia nell’attesa della catastrofe imminente. Ora gli estimatori dell’ensemble veneto sottolineeranno la cura nella creazione proprio di questo apparato visivo, i corpi dei due performer (Anna e Pierantonio Bragagnolo), l’accurato e dichiarato lavoro di citazionismo e ricreazione iconografica del mondo pittorico di Giorgione. Ma dov’è il dramma?

In alcuni momenti lo spettacolo, con la regia di Simone Derai, trova in chiave anche ironica una decostruzione del mito, attraverso la quale il giovane performer, prima di vestire i panni del cavaliere, indossa una felpa grigia in puro stile urban e sulla calzamaglia slip colorati all’ultimo grido; oppure quando, sempre nel video, viene svelata parte della macchina scenica emblematicamente rappresentata dal grande ventilatore che muove il fumo bianco. Per quasi un’ora assistiamo ad accurate vestizioni di corpi magnificamente illuminati, drappi rossi che sventolano, distese di grano dove far risplendere una spada al sole e, come hanno scritto proprio gli Anagoor nelle note al proprio lavoro, la «rappresentazione naturale del lampo, dell’atmosfera e della luce di un Veneto che non ritornerà». Un lavoro fruibile forse nel suo primo quarto d’ora, dopo il quale la sovrabbondanza di segni e riferimenti lascia intendere un vuoto contenutistico ed emozionale nel quale difficilmente trova posto qualunque rapporto con il pubblico.

Iancu, un paese vuol dire – Cantieri Teatrali koreja

Arrivare ai Cantieri Teatrali Koreja è come un salto in un’altra dimensione. Qui il Festival è ospite del cortile del Palazzo Ducale. Nella scena completamente nera Fabrizio Saccomanno si farà abile narratore di una storia scritta a quattro mani con Francesco Niccolini per la regia di Salvatore Tramacere, Iancu, un paese vuol dire [leggi recensione]. Il paesino salentino degli Anni ’70 viene attraversato dallo sguardo disincantato di un bambino e ne nasce una fiaba nera, dove gli abitanti – storpi, reduci di guerra, prostitute impazzite e bande violente – sembrano i personaggi di una fiera di mostri. Peccato: non fosse per alcuni tratti retorici, per l’estenuante lunghezza del racconto che troppe volte si annoda in giochi di specchi e ripetizioni e per la gestualità fin troppo mimica e impostata di Saccomanno, sarebbe stato un bel pezzo di teatro di narrazione.

Mentre scrivo, Fibre Parallele si prepara a presentare Furie de sanghe [leggi la recensione], penultimo lavoro. Nel pomeriggio di ieri il festival ha trovato anche lo spazio per un incontro critico organizzato da Hystrio nel quale il direttore Claudia Cannella ha ripercorso insieme alla giovane coppia di artisti la loro ancora breve ma fulminea carriera. Qui il critico Nicola Viesti ha evidenziato il carattere “mutante” dei due pugliesi, sempre pronti a ricreare il proprio linguaggio. Quel carattere mutante potremmo estenderlo anche a questo festival fitto di appuntamenti – purtroppo sono riuscito a raccontare solo alcuni scorci della giornata di ieri – e finora capace di attraversare l’eterogeneo panorama teatrale contemporaneo.

Andrea Pocosgnich

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Leggi anche Iancu di Koreja a Castel dei Mondi di Carlotta Tringali (Il Tamburo di Kattrin)

Questo contenuto è parte del progetto Situazione Critica
in collaborazione con Il Tamburo di Kattrin