MittelFest 2011. Tra identità e individualità, una finestra sull’Europa di oggi

MittelFest 2011La terra dei festival, ci potrebbero chiamare. Difficile trovare, in Europa, un paese che più di noi invade di vetrine e kermesse le piazze nazionali nel periodo estivo. Giunto alla ventesima edizione, il MittelFest è ancora una volta, come dice il programma stesso, una finestra aperta da cui lasciar entrare l’aria del resto del continente.
Teatro, musica e danza, uniti soprattutto dalla ricerca di un dialogo e di un’interazione di linguaggi dal carattere transnazionale, trovano spazio, come spesso accade, non nel grande centro urbano, ma tra le vie di una cittadina di provincia: Cividale del Friuli, un piccolo comune di nemmeno 12.000 abitanti simbolo di per sé, con la propria posizione di confine, dell’apertura a nuovi orizzonti.
Le tre sezioni sono curate da tre nomi differenti. Furio Bordon dirige la prosa e, con 15 spettacoli di cui 7 produzioni e 13 autori stranieri, mette a fuoco un ragionamento sull’identità nazionale e sul suo primo e più pericoloso predatore, la guerra. Guerra, appunto, è il titolo del testo di Lars Norén, portato in scena da Marinella Anaclerio, fotografa una famiglia di sopravvissuti all’indomani del conflitto, alle prese con quello che resta ma soprattutto con ciò che non c’è più; Goli Otok, letteralmente Isola Calva, era invece il nome del campo di concentramento istituito da Tito tra il ’49 e il ’56 ed è alla sua terribile memoria che Renato Sarti, in anteprima nazionale, dedica lo spettacolo omonimo. Giochi di famiglia di Biljana Srbljanović, primo passo della Trilogia di Belgrado, anima un gruppo di bambini che giocano a fare gli adulti alla periferia della capitale serba. Il gruppo indipendente della nuova scena slovacca Divadlo SkRAT presenta invece Anime Morte, scritto e diretto da Dusan Vicen, un mosaico di istantanee sulla vacuità della nuova società appena uscita dal regime e già scaraventata a navigare in un’apatia consumistica che tende all’edonismo. Ed è edonismo puro, sublimato, catartico quello disegnato dal personaggio di Salomè di Oscar Wilde, nella rilettura del croato Damir Zlatar Frey, già in passato ospite del MittelFest. Identità è anche confronto, come quello in atto in altre due opere del programma: E vi sussurreremo di Zuzana Palenčíková e Kamil Žiška per lo Slovak Chamber Theatre di Martin, in cui dialogano quattro scrittrici dell’800 slovacco, e Uno, due, tre! di Vadim Levanov (portato in scena da Franco Però), in cui tre adolescenti ruotano attorno al mito di Kurt Cobain. Al femminile anche il focus offerto dai tre monologhi Lady Gray dell’apprezzatissimo Will Eno, Ophelia di Marcin Herich e Das Kammerspiel di Daniel Call, cui fanno eco Tu non sei il tuo lavoro di Rosella Postorino e Il drago d’oro di Roland Schimmelpfennig allestito da Janusz Kica per il Teatro Stabile Sloveno, circo dei caratteri sullo scenario di un ristorante orientale dell’Europa centrale. A chiudere il cerchio di un programma teatrale davvero eterogeneo sono tre proposte più altisonanti, ancora intorno alla perdita di identità: Show your face di Betontanc e Umka.LV per la regia del lettone Matjaž Pograjc; When I was dead dal film di Ernst Lubitsch per Diego de Brea e La Modestia di Rafael Spregelburd diretto da Luca Ronconi.

Sull’identità, in quattro tappe (negazione, affermazione, evoluzione, ricerca) ragiona anche la danza, diretta da Walter Mramor tra otto diverse creatività nazionali (Armenia, Bulgaria, Cina, Germania, Italia, Russia, Ungheria). Si comincia con Odisseo – Il naufragio dell’accoglienza, il nuovo lavoro della compagnia Zappalà e si prosegue con Passo a due, creazione del gruppo torinese Zerogrammi che prende le mosse dal Tieste di Seneca: “Prevaricare o soccombere: l’interrogativo è sospeso nell’aria”. L’identità nazionale è un corpo organico, un contenitore per caratteri infinitamente diversi, come dimostra La poesia del vento della Compagnia dell’Accademia di danza di Pechino, mentre si sposta sulle radici popolari la riflessione del giovane Walter Matteini, che firma Taranta dell’ultima luna. È un’anteprima nazionale quella de La morte e la fanciulla di Schubert/Mahler danzata dal Balletto di Roma, mentre Forceful Feelings è il prodotto della prima compagnia di professionisti armeni. L’ultima fase, quella della ricerca, è affidata alla compagnia Pàl Frenàk con InTime, a Movingtheatre.de (Contrast Ratio).

La sezione musica dedica un omaggio all’opera italiana con l’apertura del mezzosoprano Luciana D’Intino e la FVG Mitteleuropa Orchestra, per poi andare a dialogare con i Balcani della No Smoking Orchestra di Emir Kusturica e con il duduk dell’armeno Djivan Gasparyan. E poi la Tallin Sinfonietta, Eddy Rosner (Jazz del Gulag) e lo spettacolo Notte trasfigurata, tra Schönberg e i versi di Richard Dehmel del 1890. Il festival ricorda poi gli anniversari di Franz Liszt e Gustav Mahler con Il tempo di Gustav Mahler e Liszt e la poesia, con Roberto Piano e Lella Costa.

Il programma 2011 è una prova di coraggio in questi tempi bui, una freccia lanciata in alto a scavalcare le Alpi che, come si legge nella presentazione del presidente Antonio Devetag, “dimostra che le sfide imposte dai tempi recenti (sfide di ordine politico ed economico, ma anche e soprattutto culturale) si possono affrontare solo rompendo gli schemi di pensiero a cui eravamo abituati”, proprio quelli che in questi anni stanno facendo dell’identità (nazionale o individuale che sia) un campo di battaglia in cui bisogna lottare contro il qualunquismo e l’omologazione. Buon festival.

Sergio Lo Gatto

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La terra dei festival, ci potrebbero chiamare. Difficile trovare, in Europa, un paese che più di noi invade di vetrine e kermesse le piazze nazionali nel periodo estivo. Giunto alla ventesima edizione, il MittelFest è ancora una volta, come dice il programma stesso, una finestra aperta da cui lasciar entrare l’aria del resto del continente.
Teatro, musica e danza, uniti soprattutto dalla ricerca di un dialogo e di un’interazione di linguaggi dal carattere transnazionale, trovano spazio, come spesso accade, non nel grande centro urbano, ma tra le vie di una cittadina di provincia: Cividale del Friuli, un piccolo comune di nemmeno 12.000 abitanti simbolo di per sé, con la propria posizione di confine, dell’apertura a nuovi orizzonti.