L’estetica del buio profondo: Psicosi delle 4.48 di Sarah Kane per Nerval Teatro

Il teatro è luogo per eccellenza dove la forma si impone al contenuto, lo rafforza e lo dirige, a volte lo interpreta anche oltre lo stesso, il luogo cioè dove con maggiore schiettezza la sapienza di una mano che conduce trasporta con sé, oltre le sensazioni incoscienti, anche la cosciente razionalità della cognizione. Ecco allora come l’estetica s’imponga a un testo e ci impianti i semi del proprio sentire, da far germinare alla percezione di chi assiste, al modo che di un cibo si assaporino non tanto gli ingredienti, ma l’istinto di chi ha saputo governarli e in un piatto redimerli. Nel caso di Maurizio Lupinelli, regista per Elisa Pol sola in scena nella Psicosi delle 4.48 di Sarah Kane, è l’estetica del buio a paradossalmente illuminare un testo che buio è sempre stato, per la maggior parte degli attori che ci si provino.

Si misura dunque, Nerval Teatro, con uno dei testi più difficili da portare in scena, un tono classico da tragedia in una scrittura contemporanea, una vertigine che penetra fino all’esistenza biografica dell’autrice, morta suicida – come lei stessa previde e promise – poco dopo averlo scritto. Il disordine mentale e la depressione del testo come dell’autrice, tuttavia, che proprio la promessa del suicidio afferma alle ore 4.48, riesce a non penetrare in una messa in scena troppe volte votata alla rappresentazione della follia in una prova d’attore; Elisa Pol è invece bravissima a tenere una cadenza sommessa, delimita fuori dal realismo l’intimità di questo testo, misurata e densa non è al servizio della regia ma si ritaglia uno spazio da occupare con la sua figura esile, in piena coscienza di sé; il suo volto sfocato nel cono di luce opaca si condanna al suicidio di chi non vuole morire, ma in fondo non ha un buon motivo nemmeno per vivere, fredda e lucida sulla sua malattia conduce dove quindi non vorrebbe andare, ma in cui sa di essere intrappolata da sempre. Forse portare questa scelta di caduta inarrestabile ancora più a fondo renderà questo spettacolo anche migliore, come scritto da Massimo Marino sul Corriere di Bologna, “più inevitabile e crudele”.

Buio dunque, tutt’attorno all’attrice sospesa in uno spazio non ravvisabile, in cui non ci sono contorni e si fatica a misurare l’occhio, ombra di sé stessa, nera nel nero come necrosi in un corpo morto, un sibilo di voce affronta lo spazio dell’immensità oscura e allora ci si accorge del viso bianco, scultura velata di un pallore perlaceo, la luce sul volto la fa eterea effige dell’umano nello spazio delle tenebre; il pallore diffuso su di lei disegna tratti della violenza che porta a sé stessa, in cui è nascosto l’amore impossibile per il suo doppio: è come fosse, il doppio, il nero dentro il nero, la sua tomba, come fosse già in trapasso chissà se la donna o quel suo amato riflesso. Il corpo vive lo spostamento con rigore, sempre lasciandosi in uno spazio di sospensione: obliquo come la sua disperazione, a poggiar male la sedia nera dietro di sé, poi del tutto seduta con le mani tese lungo il corpo a quasi contenere, oppure in bilico quasi dalla sedia cadere, infine con la veste nera tirata sul volto copre la perla e il segno umano appena trapassato, la morte si fa intera, il corpo mostrato e reso stele diventa vessillo di un dolore. Finché nel buio, seduta, il bianco perlaceo si affoga e anche l’ombra, quel che degli uomini resta, nel nero sommessamente dissolve.

Simone Nebbia

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