L’Eresia della non-scuola di Martinelli a Santarcangelo 41

Compare un grande asino in bianco e nero quando si accede al sito del Teatro delle Albe, è il simbolo della compagnia e di conseguenza della non-scuola, ovvero la definizione di quel lavoro che già dal ’91 Marco Martinelli e i suoi facevano nelle scuole di Ravenna. Non è un caso che il nome sia arrivato anni dopo ad opera di Cristina Ventrucci, una delle tre figure (insieme a Silvia Bottiroli e Rodolfo Sacchettini) del comitato critico-organizzativo del Festival di Santarcangelo dal 2009.

E non è un caso neanche che ormai tre anni fa in “La comunità irreparabile. Coro centrifugo e altre amenità asinine” (in Suburbia, Ubulibri) Ventrucci scriveva: “La non-scuola, con la sua folla di ragazzini “fotografati” majakovskianamente come “plotone”, è per il Teatro delle Albe nutrimento e contagio […].”. Questo per capire che “l’operazione” Eresia della felicità è il terminale di un processo cominciato da lontano e portato a maturazione in una fase pubblica nell’ultimo Festival di Santarcangelo.
Davanti allo sferisterio, che per almeno tre secoli ha visto tutt’altro, soprattutto il Gioco del pallone con il bracciale, ogni giorno Marco Martinelli, con i 200 bambini e ragazzi provenienti da mezzo mondo, faceva esplodere un ordinato caos di voci, sudore e polvere. Chi arrivava da lontano verso il parco non vedeva solo nuvole di gioia ed emozione, ma sentiva pure versi che poteva aver dimenticato o mai ascoltato. Sentiva Vladimir Majakovskij e allo stesso tempo trovava decine e decine di giovani in maglietta gialla che giocavano a quel gioco di cui solo il teatro sa nutrirsi.

Non è per semplice e patetica condivisione di un giovanile afflato che l’icona di questo festival a guida Ermanna Montanari sia stata per la maggior parte del pubblico (compresa stampa e operatori) il lavoro delle Albe. Quei 200 bambini che per una volta non erano riuniti attorno a un pallone; noi che per una volta non eravamo lì a spronarli nella realizzazione di un risultato sportivo. La loro fratellanza e la nostra – in quanto testimoni – sono state poetiche. Martinelli ci tiene a spiegarlo da subito: «non siete spettatori, siete testimoni». È stato l’atto di testimoniare invece di fruire a regalarci una consapevolezza e necessariamente un ruolo.

Modalità di uscita dal torpore, teorie di contagio delle masse, pratiche per impedire l’inevitabile degrado culturale di un paese, il nostro; da anni si teorizzano e si mettono in campo forze di opposizione e il teatro da sempre ne è laboratorio. La forza dei ragazzi di Martinelli è una delle più efficaci armi di cui si possa disporre, non tanto per l’evento spettacolare – ché appunto di semplice spettacolo non si può parlare – ma soprattutto per la pratica di cui i giovani sono protagonisti.
Quella di Martinelli è una semina iniziata ormai vent’anni anni fa quando le Albe fecero i primi passi della non-scuola, gettando le basi per un lavoro ad ampio e lungo raggio prima su tutto il territorio ravennate e poi replicando nell’esperienza di Scampia che diede il la all’odierna Punta Corsara. È una progettualità che va al di là del teatro stesso, senza tuttavia la pretesa pedagogica di un certo teatro ragazzi e puntando invece alla socializzazione, alla fatica comune, all’essere parte di un progetto più grande senza far tacere l’individualità, anzi esaltando le singole specificità.
L’omaggio al poeta russo non è la ricerca di un coro artificiale, dello stupefacente unisono, ma è un’unione grezza, una festa che culmina con la poesia. Non c’è la ricerca di un piano estetico definitivo, tutto è in costruzione e avviene ogni giorno di fronte agli occhi degli spettatori/testimoni. E nelle feste non importa se si sbaglia, si può ricominciare, non importa avere la voce impostata: dai più teneri sussurri alle vocalità sgraziatamente roche della tarda adolescenza, quei ragazzi raccontano di un’esperienza unica al di là di qualsiasi finalità spettacolare.

Non andavamo a insegnare. Il teatro non si insegna. Andavamo a giocare, a sudare insieme. Come giocano i bambini su un campetto da calcio, senza schemi né divise, per il puro piacere del gioco, come capita ormai di vederli solamente in Africa, a piedi nudi sulla sabbia, o nel sud d’Italia: al nord è raro, i più sono irrigimentati a copiare il calcio dei “grandi”, soldi e televisione. In quel piacere ci sono una purezza e un sentimento del mondo che nessun campionato miliardario può dare. La felicità del corpo vivo, la corsa, le cadute, la terra sotto i piedi, il sole, i corpi accaldati dei compagni, l’essere insieme, orda, squadra, coro, comunità, la sfera-mondo che volteggia e per magia finisce dentro la rete. (Marco Martinelli e Ermanna Montanari, L’Apocalisse del molto comune, in Jarry 2000, Ubulibri, Milano, 2000 – nella parte dedicata alle prime esperienze nelle scuole)

E chissà che un lavoro del genere, fatto su grande scala, col passare delle generazioni non diventi una delle poche possibilità rimaste per tentare di ritrasformare – parafrasando Bauman – il consumatore in uomo.

Andrea Pocosgnich

Leggi il Diario del primo week-end a Santarcangelo 41 – “Gioia e Rivoluzione”

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