Frankenstein Project: Mundruczo e i suoi mostri mediatici

foto Claire Pasquier

Se si digita Kornél Mundruczo sui maggiori motori di ricerca i risultati a proposito di questo regista ungherese riguardano soprattutto il cinema. Se poi nella stessa stringa si aggiungono le parole Frankenstein Project non c’è quasi più possibilità di rimanere dentro al teatro, ché questa pièce del 2007 stata trasformata, dallo stesso Mundruczo, in un lungometraggio cinematografico in concorso al Festival di Cannes 2010.
E questa migrazione nella Settima Arte non genera di certo sorpresa: il mezzo cinematografico è centrale nel discorso drammaturgico ed estetico affrontato da questo spettacolo. Ospitato nell’autorimessa della ex fabbrica Buzzi Unicem di Santarcangelo, l’allestimento prevede la traduzione simultanea, trasmessa agli spettatori attraverso un sistema individuale di radiocuffie, come accade nei grandi convegni internazionali, nelle convention, nelle occasioni insomma in cui una comunità di provenienza trasversale si riunisce intorno allo stesso tavolo.

Frankenstein Project può essere visto (e vissuto) come una ricerca sul senso della parola mediazione, quel filtro che raddoppia la realtà con la pretesa di interpretarla. Per comunicare il testo (peraltro non poco verboso) di questo spettacolo di parola il regista non si serve dei classici sopratitoli, utilizza invece un’interprete che segue dal vivo lo spettacolo, ne rispetta tempi e respiri, limitandosi – senza alcuna pretesa di interpretazione – a suggerire le battute all’orecchio dello spettatore.
Ambientato sul set di un film, il lavoro di Mundruczo strizza l’occhio allo storico romanzo gotico di Mary Shelley non solo declinandolo in una veste contemporanea, ma sradicandone i presupposti drammaturgici e soprattutto quelli psicanalitici dalla cornice dell’horror ottocentesco per trasportarli su una vicenda quotidiana. Nessun cadavere rianimato, solo un giovane figlio di nessuno che torna dal padre ignaro per gridare il proprio abbandono e finendo per dimostrare, in un bagno di sangue e con una freddezza che atterrisce, l’impossibilità di stare in un luogo (fisico o dell’anima) che ti ha spinto via, che esiste nonostante te.
La prima parte è quasi comica, con il protagonista (un probabile alter ego di Mundruczo) intento a provinare attori per un horror di serie Z. Poi l’arrivo del “mostro” fa cambiare registro. Il disagio è trasmesso tramite il procedere di una tragedia familiare, sacrificando per certi versi il ritmo che rendeva godibile la prima parte in favore tuttavia di un salto di straniamento che, se assecondato, appare davvero originale.

La scena tripartita è ripresa da tre videocamere, che rimandano immagini sui monitor come fossero specchi retrovisori di una vista che non ha pace, sponde colpite da un cervello tormentato, malato, impossibile da fermare. Se sono molti, forse troppi, gli incroci di parentele e affinità tra i personaggi, è evidente nel lavoro di Mundruczo la volontà di spostare l’attenzione su una logica fondamentale del teatro e del cinema, la rappresentazione.
Ogni evento viene fruito (dal pubblico come dai personaggi) come un racconto per interposta persona. Si tratta infatti sempre o di ricordi o di brevi narrazioni. La visuale dalla platea è spesso impedita dalle colonne di cemento che tengono in piedi l’autorimessa, e allora la fruizione necessita di un passaggio intermedio, quello delle videocamere, che vigilano su tutto.
Ci si trova, quasi di sorpresa, persi nel gioco irresistibile del capire quale sia l’ambiente agito in quel dato momento, a quale angolo si riferiscano le immagini mostrate nello schermo, mentre si ascolta con un orecchio il parlato ungherese e con l’altro l’asettica traduzione, ennesima sponda di interposizione nel racconto. Il risultato è un passo provocatorio mosso contro quella “realtà aumentata” su cui si fonda il mezzo mediatico; contro quella virtualità si staglia qui una realtà negata, che procede per sottrazioni. Al punto che i riferimenti al modello letterario si contraggono, restano solo come echi: il mostro, qui, è una creatura disperata, dannata, stendardo di emarginazione per il quale la violenza è un atto incomprensibile e ha la stessa immediatezza dell’amore.
Molte debolezze circondano questo spettacolo, a cominciare dalla durata eccessiva fino al compiacimento irritante di certe scelte soprattutto attoriali, che finiscono per spostare il fuoco dell’attenzione da quella che sarebbe, se trattata con più rigore, una riflessione davvero spessa sulla non-realtà. Una riflessione che acquista probabilmente (e forse inaspettatamente) forza con la questione della traduzione simultanea, studiata apposta per l’esportazione dello spettacolo.
Forse quella potenza sarebbe minore senza lo scarto, quasi involontario, del passaggio di lingua. Ma è, questa, una delle questioni più importanti quando si fa viaggiare un lavoro artistico oltre i confini nazionali, la sua esportabilità, la sua capacità di riverberare. Mundruczo ha senza dubbio trovato un modo creativo di porsi questo problema, per trasformarlo in questione.

Sergio Lo Gatto

FRANKENSTEIN PROJECT
di Yvette Bíró e Kornél Mundruczó
regia Kornél Mundruczó
con János Derzsi, Ágota Kiss, Kinga Mezei, Péter Orth, Roland Rába, Andrea Spolarics, Natasa Stork, Sándor Terhes
scenografia e costumi Márton Ágh
drammaturgia Viktória Petrányi
assistente alla direzione/produzione Dóra Büki
comparse Filippo Bernabei, Piera Casacci, Olivier Gasperoni, Vasil Ivanaj, Stefano Stargiotti, Giovanni Venturi
coproduzione Bárka Theatre e Mobilbox Ltd. con il sostegno di Prop Club, Trafó – House Of Contemporary Arts traduzione simultanea Dora Varnai foto Mátyás Erdély

 

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