Cronache da Lari 2011: un castello avvolge il silenzio, un paese si fa teatro

Roberto Abbiati – Riccardo l’infermo, il mio regno per un pappagallo

Sembra un quadro di De Chirico. Questa frase non l’ha pronunciata un grande filosofo poeta intellettuale, ammirando gli angoli ondulati e vertiginosi, la forma scoscesa dei bastioni che tengono su il castello di Lari, ma il giovane oste dai capelli lunghi che lo guarda ogni giorno ergersi al centro della piazza in cima, proprio di fronte al suo Violino Rosso, lo guarda avvolgere lo sguardo di una circonferenza aggomitolata che punta il cielo. Forse io l’avrei detto di Bruegel il Vecchio, ma poco importa, quel che davvero invece mi preme è saper dire quanto questo festival di Lari, Collinarea tredicesima edizione, viva dei suoi abitanti con particolare dedizione all’arte, osservando e sapendone ridire la quieta meraviglia.
Sopra il castello c’è la rocca, dove tutto ha avuto inizio. La prima sera: i poeti gridare versi nel buio con le chitarre di Bobo Rondelli e di Simone Lenzi, i Terroni d’Italia di Fulvio Cauteruccio resistenti al freddo e alla tarda ora, la finestra senza vetri di Claudio Morganti dire Dante alla platea da basso. Dal primo giorno Massimo Paganelli, passato dal castello di Armunia a collaborare con Loris Seghizzi per far diventare grande quest’altro castello, farlo diventare un punto di raccolta del paese culturale, un avamposto di ri-esistenza; fa ritrovo al bar, gira per il paese, incontra le persone, le invita una per una come fosse apostolo di una religione generosa e tutta sua, di cui ha scritto qualche vangelo.
Quando fa buio, il secondo giorno, è nel piccolo teatro accanto al castello che si entra per Uomo schifoso n°1, regia di Loris Seghizzi e Dimitri Galli Rohl, quest’ultimo solo in scena. Un perimetro proiettato attorno, come un disegno d’architetti, tratteggia la casa con i suoi vani; una coperta a terra e sopra un uomo, un ragazzo, dialoga il suo monologo addolorato con la voce dal mangianastri. Una violenza infantile, un padre che forse non sapeva di distruggergli la vita, uno sdoppiamento della personalità (forse svelato troppo rapidamente) per non dover ammettere di essere solo, la voce metallica (che riconosciamo sua) è di quello che chiama fratello, dell’altro da sé: assieme recuperano i passaggi di una rovina familiare ch’è pari al suo triste disagio. Si alzerà in piedi, ma niente potrà cancellare il tratto del dolore, niente renderà vera una casa soltanto proiettata.
Poco fuori, sotto le stelle. Nel pomeriggio Christian Raimo e Graziano Graziani avevano dialogato sulla malattia del potere e sull’urgenza di democrazia, stessi temi del successivo spettacolo Quanto mi piace uccidere di Gogmagog, visto lo scorso anno (recensione), ma anche del Riccardo III di Roberto Abbiati, più precisamente: Riccardo l’infermo – il mio regno per un pappagallo. Il mestiere dell’attore passa per voce e corpo di Abbiati. Un prologo tira via la quarta parete e sarà determinante per l’intero spettacolo. Attorno una stanza d’ospedale, due letti e una sedia a rotelle, due stampelle poggiate di fianco; Abbiati è vestito da ammalato in ricovero, ma non lo interpreta, lo è già: questo il suo gioco di svelamento in relazione diretta e continua con la platea; la sua recitazione trova il punto di mezzo fra la mostra del personaggio e il personaggio stesso, come voler dire “adesso faccio Riccardo” e nel frattempo egli è già Riccardo. Questo concreto svelamento del teatro è continuamente espresso eppure non smette di essere teatro. Del resto l’uscita dal ruolo è intimamente connaturata all’opera: incapace di essere davvero Riccardo, perché Riccardo non può essere, deve passare attraverso l’uccisione di tutti gli altri pretendenti per essere re, di tutti gli altri personaggi per essere lui.
Abbiati porta in questo testo la delicatezza dell’azione, non lesinando riflessione sulla funzione che sta svolgendo rispetto a un’opera: fa così anche un lavoro molto importante di relazione, porta realmente gli spettatori sul palco, in un percorso scenico fatto di loro stessi, dicendo quanto il teatro sia l’uomo, dentro e fuori la platea, oltre i meccanismi, anzi, dentro di essi. A ciò si aggiunge poi la genialità di un attore esplosivo che non ha paura di creare vuoti, anzi, li crea apposta per poi riempirli del suo tocco solvente, che si libera in un sorriso sempre stampato lato alle labbra, un colpo d’ala che fa il volo più grande del cielo da attraversare. Sul testo shakespeariano, pertanto, compie un’azione autoriale discutendolo, mettendolo in ridicolo e con lui anche se stesso, così da non impartirne solo la grandezza storica ma disegnandone una più intima finalità. Alla fine poi, d’improvviso si fa serio: “ma che coraggio ci vuole a sostenere la speranza nell’uomo. Io non ho più niente da dire stasera”. E se ne va. Ma dopo aver detto – della vita e del teatro – tutto ciò che poteva.

Simone Nebbia

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