Collinarea Festival 2011. Tutti a Lari per ri-esistere

Lari Collinarea Festival 2011Tredicesima edizione per il festival Collinarea, ospitato dal 21 al 30 luglio 2011 nella valle pisana di Lari e organizzato dalla compagnia Scenica Frammenti. La direzione artistica di Loris Seghizzi quest’anno si avvale di una sorta di duo di “special guest”, l’intramontabile Massimo Paganelli – che ha appena lasciato in mano ad Andrea Nanni la direzione di Armunia – e il buon Marco Menini, “amico di penna” di noi scribacchini del teatro.
Ad aprire le danze è una serata di musica e poesia: tra le note di Bobo Rondelli si incastonano i versi di sette giovani poeti, Francesca Genti, Azzurra d’Agostino, Francesca Matteoni, Simone Molinaroli, Christian Sinicco, Simone Nebbia e Martino Baldi. Fulvio Cauteruccio e la compagnia Krypton proseguono, dopo il debutto torinese a Colline, il viaggio del loro Terroni d’Italia, una sorta di viaggio geo-etnografico tutto italiano in occasione dei 150 anni di questo nostro strano paese, mentre Claudio Morganti propone, come fu a giugno a Castiglioncello, la sua Lectura Dantis. È invece una prima nazionale quella di Dimitri Galli Rohl con Uomo schifoso n.1, che prende le mosse da una celebre frase di Kipling, “Se qualcuno chiede perché siamo morti, rispondetegli perché i nostri padri ci hanno tradito” e fa un punto della situazione su come le generazioni si trasmettano glorie ma soprattutto colpe. EgumTeatro/Gogmagog tornano con Quanto mi piace uccidere (storia di un politico toscano), che avevamo visto lo scorso anno a Radicondoli (recensione), prima di lasciare il palco all’imprevedibile genio di Roberto Abbiati, alle prese, in Riccardo infermo, il mio regno per un pappagallo, con la tragedia shakespeariana trasportata grottescamente nella Brianza di oggi, per un gioco tra clownerie e teatro dell’assurdo.

Giunge al termine laTrilogia dell’inesistente – esercizi di condizione umana di Quotidiana.com, con l’anteprima/studio Grattati e vinci; Massimiliano Civica arriva con lo spettacolo laboratorio Il bandolo della matassa, in cui si alzano alcune delle voci poetiche più sensibili della nostra letteratura e l’attore e regista Oscar De Summa è anche autore di Straniera, spettacolo sulla necessità della violenza. La compagnia Scenica Frammenti, presente anche con Fantasmi in carne ed ossa, presenta con la sezione laboratorio Società Espressa; Valentino Zeichen raccoglie le proprie opere in uno spettacolo antologico dal titolo L’autore ovvero l’ombra del gatto selvatico; Silvia Paoli scrive e interpreta LIVIA, facciamo che io ero morta tu eri un principe mi davi un bacio e rivivevo, con le musiche dal vivo di Francesco Canavese; Concerto in Se minore di Michele Bandini gioca con il suono; Gianfranco Berardi racconta le ex Due Sicilie in Briganti, mentre tre sono i frammenti letterari raccolti in Strappi di Maurizio Lupinelli.

Ci sono poi le Canzoni sussurrate di Canio Lo Guercio, la performance Can you eat me? di Elvira Frosini, lo Iago di Roberto Latini, il monologo Lavorare… Stanca di Matilde Facheris, il primo studio di Onora il padre e la madre della Compagnia Pop Opera, Teatro Bō con Sogno di una notte di mezzo Estathè, l’anteprima in forma di studio di Educazione fisica di Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco; l’immancabile Pitecus di Rezza/Mastrella e un raffinato César Brie in 120 chili di jazz. Forte la presenza del Consorzio Ubusettete, con Teatro Forsennato torna con Le voci di Fuori (recensione) , Frosini/Timpano con una versione site-specific di Sì l’ammore no (recensioni) e OlivieriRavelli_Teatro con Terzo Millennio di Fabio M. Franceschelli (recensione). Si chiude con EmmeA’ Teatro (Schiavi in mano… hai per caso visto il mio lavoro?…) e Marea, la vita in ogni respiro di Cada Die Teatro, prima della serata conclusiva con il concerto di Rondelli e artisti come Giovanna Velardi , Sonalastrana, Cafarnaum, Michelangelo Ricci, Orchestrina taglio e cucito, Quartetto Barone, Tony Clifton Circus, Oteme, Cantiere Osso del Cane, a spasso per il borgo in festa.

Più che un festival, un luogo dell’anima, un avamposto di resistenza, di ri-esistenza, in un’operazione quasi frankensteinesca con cui si vuole galvanizzare le sensibilità di artisti, operatori e, soprattutto, pubblico. Questo è l’anno della resistenza culturale, l’anno in cui il teatro è orfano di un sistema politico e sociale che abbandona il figlio prediletto, si legge nella presentazione di questa tredicesima edizione. Speriamo che questo numero sia davvero fortunato.

Sergio Lo Gatto

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