Al Quirinale la proposta Per il Nuovo Teatro Valle, ma esistono ancora i Beni Culturali?

fonte: www.teatrovalleoccupato.it

La cronaca dice l’immediato, la critica ragiona più tardi, quando la polvere si posa e più nitidi sono i contorni da nettare, o almeno da indicare a qualcuno che lo faccia. Ieri al Teatro Valle Occupato – diventato dopo tre settimane quasi una sigla autonoma che ha sostituito quella precedente senza la O di Occupanti – c’è stata conferenza stampa chiamata dall’interno, in reazione ai nuovi sviluppi che hanno definito l’impegno economico del Comune di Roma, in raccordo con le opposizioni, per stanziare 1 200 000 euro di copertura finanziaria in relazione all’anno di gestione cui è chiamato il Teatro di Roma. Questa apertura dell’amministrazione pubblica, tuttavia, non è convincente perché non rassicura sul futuro di questo teatro, né sull’ascolto che gli occupanti chiedono non tanto per sé ma per l’intero ambiente artistico. Inoltre, se uno dei cavalli di battaglia era il NO assoluto alle ingerenze politiche, questa posizione addirittura le raddoppia, mettendo in accordo maggioranza e opposizione, che anche chiamarla così inizia a diventare un residuo linguistico, visto che da così tanto non si oppone più a niente.

In conferenza è stato presentato un documento dal nome categorico: Per un nuovo Teatro Valle, perché quello vecchio semplicemente non sussiste più, da un lato, ma anche perché è fuori luogo la riproposizione del sistema che l’ha affossato, con nomine politiche di regnanti a tenuta stagna, ermetici nei confronti del vivacissimo ambiente culturale, non percepito oltre il confine della propria beata marginalità. Ottomila come le montagne più alte del mondo, dagli ottomila scendono a Valle con le firme i lavoratori e lavoratrici dello spettacolo (ma non soltanto loro) che hanno voluto dichiarare il loro sostegno alla battaglia simbolo del valore culturale nazionale. In queste settimane il Valle è diventato un luogo di discussione e analisi della condizione categoriale del lavoratore dello spettacolo, dei sistemi economici che regolano la cultura, ma anche della cultura stessa, allargando a tante ramificazioni dell’arte la discussione attiva.

In queste settimane dunque ci sono stati nuclei di lavoro che hanno permesso di formulare oggi questa proposta, secondo alcuni punti precisi: il Valle resti fedele alla sua vocazione di teatro d’arte, dedicato alla drammaturgia contemporanea, in relazione al panorama internazionale e attento al biglietto a prezzi “politici”, luogo di formazione tecnica e artistica, che sia dunque un centro nevralgico di cultura aperta a tutti, immaginando qualcosa come una “città delle arti” viva delle contaminazioni e della diffusione di conoscenza. Tutte queste proposte ne fanno una sola: questo teatro sia com’è sempre stato, ossia pubblico, unico nodo che solo disciolto potrà permettere simili opportunità. Tutte proposte – scritte con l’aiuto del docente di diritto civile Ugo Mattei, autore dei quesiti referendari appena svolti – che sono giunte al presidente Napolitano, perché si possano immaginare gestioni etiche in cui ci sia trasparenza e pluralità nella gestione delle risorse, perché la cultura sia bene comune e di diretta appartenenza allo Stato, ma al solo patto che lo Stato sia considerato “di” noi cittadini. Il bene è comune quando chi compone la comunità ne gode. Ma quali e quante sono le possibilità che questo avvenga, in un universo che ha vocato al mercato anche i Beni Culturali? Credo ci sia a questo punto bisogno di una voce chiara e pulita, che dichiari se e quando sapremo il futuro di questo teatro. Che si tuteli “il patrimonio storico e artistico della nazione” è scritto nella Costituzione, dovrebbe esserci, oppure è una delle voci che hanno deciso di cambiare mentre noi ci siamo distratti guardando le ballerine della TV?

Simone Nebbia

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Questo contenuto è parte del progetto Situazione Critica
in collaborazione con Il Tamburo di Kattrin