Una Repubblica fondata sulla conoscenza: Stati Generali della cultura al Valle occupato

Quando si sente parlare di Stati Generali c’è sempre un ombroso velo di diffidenza, connesso al desiderio di partecipare che è in parte attiva urgenza e in altra parte quella spinta passiva di soltanto didascalizzare un’inclinazione. Questi Stati Generali della Cultura, chiamati gridati urlati al Valle Occupato da tutti i germogli dell’arte che gravitano attorno a questa città capillare, si sono invece aperti con l’incisività ben augurante che spetta ad ogni riunione così partecipata, sviluppando i tre punti fondamentali apparsi ad inizio assemblea ed esplicati con precisione: politica culturale, con essa intendendo una rimodulazione del rapporto potere/cultura, oggi così degradato, poi l’organizzazione e quindi una scelta programmatica di azioni da fare, in ultimo la questione welfare, che attiene decisamente alla possibilità di rintracciare risorse per la cultura e la conoscenza da altri settori fin troppo agevolati.

Christian Raimo, membro tra i fondatori di TQ (gruppo sorto da una riunione di scrittori e artisti con una forte impronta generazionale, che fa riferimento a chi è fra i Trenta e i Quarant’anni), ha introdotto questi temi con una schematizzazione improvvisata quanto precisa, focalizzando dunque gli snodi di un’impasse culturale; ha parlato di responsabilità della propria posizione, di complessità oltre la semplicità, di democrazia e urgenza del presente, di una nuova narrazione, di sostegno alla creatività, di ricercare un modo con cui la cultura sia in grado di scioperare, di analisi che sostituisca la testimonianza vittimistica; sulla stessa linea Costanza Quatriglio di Secondo Tempo, cineasti che rivendicano lo smarcamento dall’autocensura, per ritornare ad essere cittadini e rivendicare il proprio spazio di creazione e “formare all’indipendenza e alla libertà”.

C’è però qualcosa che non mi persuade totalmente, il consenso/assenso è ampio, come potrebbe non esserlo, ma c’è un accadimento cui devo prestare attenzione: non mi scuotono queste parole, eppure sono le mie, ma forse proprio il fatto di ripetermele ogni giorno, cercarne convinzione per me primo, mi pone in questo disagio che cerca un’aderenza piena e che invece è adombrata di una certa confusione; forse – mi dico – quel sentimento di passività personale, di vuoto intimo, è deriva di due difetti conseguenti: l’affanno dei linguaggi che non sanno intercettare il presente e narrarlo, in primo luogo, poi la concentricità delle rimostranza, che componiamo per una platea di rimostranti in fondo persuasi già in massima parte; il nodo dunque è proprio nei linguaggi, che in quest’epoca si sono assestati lungo un doppio binario di colta complessità e rozza semplicità, mai trovando una modalità che sia di limpida comunicazione, non perdendo mai in vivacità intellettuale. Siamo lavoratori della conoscenza, mi dico Bene! Usiamola per questa che è missione imprescindibile all’articolazione del pensiero, spetta a noi e le qualità che ci distinguono intellettuali, potersene servire per educare noi e poi gli altri, rinnovare la coscienza del creare, dell’immaginare lo spazio della visione, far esistere con l’arte quel che non esiste ancora.

Verso la fine, quando la stanchezza porta gli interventi un po’ fuori fuoco, mai distrazione fu più puntuale: una donna seduta sul rosso delle poltrone, sopra un quaderno bianco tratteggia a penna un frammento dell’assemblea, un angolo dove perdere gli occhi e ritrovare il senso; questa donna ha ritrovato qui il suo spazio di creazione, prima di tutti, mentre se ne cercava autorità; alzo gli occhi allora, per cercare l’immagine riflessa, il vero che attesta l’artificio, non trovo nulla, ma non per questo è meno vera questa lotta per fotogrammi serpentini, in movimento, che appena l’afferri già non c’è più: aveva ritratto un ragazzo in piedi, fra il palco e la platea, ho guardato dove guardava lei, il ragazzo lì non c’era più, dove sarà? Non so, ma mi piace pensare che magari sarà andato a raccontare dov’era, dove passa il giorno e la notte, quel che ha visto capito pensato, a qualcuno che – lo spero – domani sarà qui.

Simone Nebbia

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Questo contenuto è parte del progetto Situazione Critica
in collaborazione con Il Tamburo di Kattrin