Terzo giorno a Babele: il Valle occupato si occupi di tutto, ma prima si occupi del Valle

Una scena de La Terrazza di Ettore ScolaEro uscito un momento, un momento soltanto per parlare con un collega e prendere un po’ d’aria, fuori da Via del Melone, ingresso artisti e in questo caso okkupanti del Valle, al terzo giorno di serrata; mentre parlavo e cercavo di capire, perché il nostro mestiere è cercare di capire anche se poi magari non si riesce sempre, da dietro l’angolo di Via dei Sediari vedo arrivare una sagoma che conosco, che mi toglie il fiato di quel che stavo dicendo: Ettore Scola. Immagino subito stia andando a fare il suo dovere di artista, di cittadino, di memoria storica, a portare la sua esperienza e le sue parole nella sala dov’è cresciuto. Seguo tutto il suo percorso, so che devo tornare dentro, lo faccio dietro a lui e basta questo a farmi sentire quel ponte intergenerazionale di cui ho sempre sentito la mancanza. Io e la mia generazione. Non dice più di qualche esperienza suggestiva, più di un lancio di vicinanza all’azione, penso ai suoi film e lampante mi torna La Terrazza, in cui i salotti e la strada si intersecavano alla ricerca di una connessione sempre dura: lo sceneggiatore in crisi, il politico comunista, il giornalista, il disoccupato, il critico, il produttore, un grandissimo affresco di artisti e intellettuali, gestori di conoscenze e gestori di economie, nello stesso salotto, nella stessa vita culturale.

Questa riunione si è aperta in nome delle rimostranze a proposito di welfare, di diritti, contributi, giornate lavorative, di riconoscimento categoriale per i lavoratori dello spettacolo; ognuno ha portato le proprie informazioni e le proprie esperienze associative, sindacali, di lotta generica collettiva e individuale, qualcuno si è spinto a proposte concrete di rinnovamento etico del proprio lavoro in un ambito decisamente vituperato, tenuto in uno stato normativo che fa riferimento ad altre categorie di lavoratori, non conciliabili con le esigenze e le modalità di questa particolare categoria. Questo si richiede: di avere una sistematica riforma normativa disegnata davvero sulle specifiche di un lavoro che ha regole sue proprie e ha bisogno di una struttura per discuterle e pianificarle.

Questo discorso tuttavia, sia pur fondante e importantissimo, non deve distogliere dal principale obiettivo, che trovo paradossale non si discuta proprio nel giorno in cui il Valle viene assegnato al Teatro di Roma, che collaborerà con la Fondazione Romaeuropa per la gestione della prossima stagione: la notizia è su tutti i giornali, se ne parla ovunque, nel Valle occupato c’è qualche accenno, io attendo che se ne parli e tanto, oltre le pur giuste rimostranze, ma per oggi quasi niente ed è un peccato perché è proprio da questo teatro, dagli spazi che si deve tracciare un ponte per una nuova politica culturale, è da questi passaggi che si dovrà partire per garantirci una partecipazione alle scelte. Se in conferenza stampa si era lamentata l’assenza, per questo sistema, di un interlocutore, ora abbiamo un’assegnazione, un interlocutore attivo, anzi due: io rinnovo l’invito ad andarci a parlare, chiamarli e chiedere la partecipazione, punto e basta. Un obiettivo, tante forze vitali per ottenerlo. E non mi sembra poco. Il Valle resta occupato per i prossimi giorni, si faranno workshop sulle varie materie di una riforma strutturale e va anche bene, ma io dico di restare fermi su un punto: che il settore pubblico resti il fanale d’illuminazione di richieste e investimenti, che la politica intesa come attività di gestione dei territori e dei poteri sia ancora lo spazio in cui agire. Se mancherà questo, mancherà la nostra funzione di cittadini, e allora attori-musicisti-tecnici-artisti, non esisteranno più. La presa di coscienza va investita, così da poter rispondere alla frase del politico Vittorio Gassman proprio in quel film, cinico nel dire agli amici: “Come si era felici quand’eravate tutti imbecilli!”. Non lo siamo, è ora di dimostrarlo.

Simone Nebbia

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Questo contenuto è parte del progetto Situazione Critica
in collaborazione con Il Tamburo di Kattrin