Scroscia l’applauso per gli occupanti: il Valle in festa ma cerca subito proposte concrete

Piove. Piove dentro il Teatro Valle.
O è questa la sensazione a sentire lo scroscio dell’applauso che saluta l’avvio della conferenza stampa delle ore 14: un gruppo che non si identifica, che non cerca rappresentanze e ne fugge un dialogo che reputa interrotto, denominato soltanto Lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, dopo aver occupato lo storico stabile romano, ha dato vita all’iniziativa che ancora adesso, mentre sto scrivendo, è viva e sta per organizzare la sua prima serata occupata. Il dato più importante della conferenza è l’assenza di contenuti, là dove dovesse apparire un disvalore, ha invece il pregio di rimandare ogni discussione ideativa all’assemblea chiamata per le 16, soltanto lasciando questo spazio al respiro finalmente quieto di chi ha compiuto l’azione e di fronte alla stampa se ne difende l’incidenza.

Quindi ci si sposta più oltre, quando ci si ritrova seduti sotto il palco, nella platea oro e rosso sorvegliati dall’alto per l’imperiosità di un arlecchino, lì dove l’assemblea si muove per incendio, si sa, ma dove questa volta c’è una quiete affilata che mi sembra una speranza concreta di pensiero e azione finalmente in condivisione: tante categorie di lavoratori dello spettacolo, in scena e dietro le quinte, chiedono di partecipare alla discussione sull’assegnazione dello spazio pubblico, anche monitorarla quando dovesse finire nella sfera del Teatro di Roma, chiedono in tanti riconoscimento per la loro professione, perché è tale il lavoro che si fa nelle arti, nella cultura troppe volte definita inutile dai padroni della politica, che è giusto chiamare così per la gestione privatistica della sfera pubblica, ormai ridotta a esercizio di stile, senza alcun ritegno di pudore. Questo uno dei temi forti cui si richiama l’assemblea, formata da artisti di teatro, di cinema, di arte contemporanea, di musica, per definire dalla diversità delle categorie la forza di una dismissione della categoria e dei ruoli; questa la grande sfida, che si vuole interrogare sulla funzione del pubblico, rimettere in discussione i rapporti con il privato, agire in piena coscienza della propria responsabilità del proprio mestiere, ora che “la politica ha smesso di essere un interlocutore legittimo”.

Queste parole forti sono simbolo di una determinazione che si richiama all’autorappresentanza (cui – come dice Luca Del Fra – bisogna stare attenti, affinché non diventi autorappresentazione), alla condivisione, alle proposte comuni, agli spazi, in fondo a tante parole retoriche già sentite di sensibilizzazione, qualcuno propone addirittura una rete, come non se ne fossero già fatte così tante, ma tutto cambia e mi com-muove quando mi accorgo quanto ciò che più conti sia lo spirito volitivo e propositivo, espresso mirabilmente dalle parole di Manuela Cherubini, promotrice fra tanti, ma che con voce ferma dichiara una frase del “suo” Rafael Spregelburd: “com’è triste la prudenza”, e allora non è più il tempo di questa prudenza, cerchiamo il coraggio di essere e saper diventare, facciamo proposte concrete e lottiamo sul serio per averne risposta; senza virgolette traggo dalle sue parole: che gli intellettuali, i filosofi tornino a prendere parte, conducano e si scoprano, dobbiamo immaginare qualcosa che non esiste e allora rischiamo, tiriamo fuori parole coraggiose, dichiariamo di non volere più ingerenze della politica nella gestione della cultura, sia questo teatro lo Stabile d’innovazione e che lo diriga un intellettuale, o che smetta il suo direttore di fare l’artista – se lo è – per il tempo in cui svolge questa funzione, che ci siano investimenti sugli under 30 per la nuova drammaturgia scenica e testuale, che si risponda concretamente e si dicano anche dei no, ma che siano motivati. Proposta Bizarra la sua? Non credo, io sono con lei, prendo parte, sono qui, andiamo al Valle che da stasera alle 21 inizia la sua programmazione occupata con tanti artisti, andiamoci, proviamoci, facciamo piovere sempre più forte, prima che qualcuno si metta in testa di costruire l’ennesima perfida tettoia.

Simone Nebbia

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Questo contenuto è parte del progetto Situazione Critica
in collaborazione con Il Tamburo di Kattrin