Pubblico e privato di uno Stato Nazionale: la ripartizione dei chicchi di riso

C’era un volta lo Stato Nazionale, bene comune dei cittadini di un paese. Questo Stato era detto pubblico, un organo di gestione delle spese per il mantenimento di tutti i cittadini, che in cambio nello Stato lasciavano i soldi per tenerlo in piedi, eleggendo per questo i suoi rappresentanti. In pratica come quando si è in un gruppo di amici, si mettono insieme i soldi per la cena, uno o due di loro vanno a comprarla, tornano con un cartone di tranci di pizza tutti uguali, e tutti mangiano del bene comune. Il problema sorge con i supplì – in coordinato nelle voci di spesa – con cui ci si sbaglia sempre per via della consistenza granulosa, non quantificabile nel momento in cui la crosticina strutturale si rompe e il riso, in questo modo non più compatto, genera confusione nella ripartizione del bene. Al diminuire dei supplì aumenta l’affollamento per afferrarne uno, così come aumenta la smania di ognuno ad andare per tutti in pizzeria, e mangiare in loco quanti più supplì si ha voglia, così li mangiano pure caldi, con comodo, alla faccia di chi attende la cena. Ora, a considerare il granuloso riso il bene culturale, quindi non misurabile, è quello il momento in cui si avverte una falla nel sistema: l’Ente che in qualche modo ne manteneva la compattezza in una gestione virtuosa, che non prevede profitto oltre al reinvestimento nello stesso sistema, non riesce a superarne lo sfaldamento e sperimenta l’errore di fondo, ossia l’inserimento della cultura che è pubblica in una rete di gestione privata, in cui non basta più il giro a zero tra spese e guadagni ma il supplì deve rendere, essere competitivo ed entrare nelle leggi del mercato, in cui si vengono a creare luoghi di deposito a metà strada e questo riso non lo vede più nessuno o solo qualcuno con un modello denominato FUS, in cui i rappresentanti nominano rappresentanti di rappresentanti e il riso è sempre di meno, così che nella filiera della cena, non più di un chicco arriva dov’era previsto.

Fuori di metafora, nel sistema per cui uno Stato Sociale come il nostro non prevede più che il bene culturale di Stato sia gestito secondo risorse di Stato (è notizia di oggi che il neo sindaco di Bologna Merola stia cercando imprenditori per risanare il deficit della cultura comunale, ma anche il giorno che La Pergola è stato salvato dal Comune di Firenze, e questo ci dice che diversamente si po’ fare), là dove quindi l’organo preposto denuncia la sua totale assenza nella funzione per cui dai cittadini è pagato, affondando ancora di più risulta che il grande fraintendimento di quest’epoca a proposito del rapporto fra il pubblico e il privato sia nella diramazione che ridivide una volta di più la sfera pubblica: per alcuni, secondo il sistema sopraindicato, è la modalità in cui i cittadini scelgono la rappresentanza per gestire il proprio bene, da quando invece lo Stato Sociale – Welfare per gli amici – ha mostrato la sua inconsistenza in relazione al mondo capitalista, «pubblico» ha guadagnato l’accezione di appartenente allo Stato, ossia alla macchina che per funzionare mangia in costi fissi la maggior parte delle risorse che i cittadini ci lasciano dentro, gestendo privatamente il bene comune.

Qui, dunque, sorge l’emergenza della cultura, bene comune per eccellenza, in questo sistema ovvia cenerentola improduttiva: là dove l’organo che teneva su la struttura smette di esistere, smette anche l’idea che possa restare fuori dalla logica di mercato (come dichiarato dal ministro Galan che rivolge il prossimo bando per il Valle ai privati), ma è qui che non possiamo cedere: l’investimento culturale privato è un valore, ma non può essere la sostituzione di quello pubblico, inteso però come circolo virtuoso che parte dalla cittadinanza e ad essa torni in forma artistica, fruibile e libera. È inaccettabile ogni discorso diverso da questo. Torni la sfera pubblica a farsi agile opportunità ventosa in cui possa l’arte respirare, esca dai gangli di una burocrazia che ne mangia energie, idee e chicchi di riso. Privato è quel che c’è scritto: privato di ossigeno perché le idee prendano forma, incluse nel piano per cui il bilancio in pari o senza proiezione di utile è un fallimento, privato dell’investimento in bellezza, in passione, in rispetto dell’ordine naturale. Tutto questo può e deve tenerlo vivo uno Stato Nazionale, quello che c’era una volta, quello che dà vita ai suoi Enti di gestione pubblica e poi li taglia e si rivolge ai privati, ossia all’altra faccia di chi gestisce il pubblico, quello che ha contaminato tutti con la malattia del potere: se questo non va, accade che un Teatro Valle sia occupato, e sarà che se il Comune vorrà gestire questo posto come a Firenze avverrà con la Fondazione Cassa di Risparmio e per questo riformare un Ente apposito di gestione, stavolta si dovrà chiamarlo ETI-CO: Ente Teatrale Italiano Con Occupanti.

Simone Nebbia

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Questo contenuto è parte del progetto Situazione Critica
in collaborazione con Il Tamburo di Kattrin

Comments
  • fabio morgan 30 giugno 2011 at 11:31

    ….privati dal privato… come cinesi impantanati in risaie con piedi palmati intenti con certosina dedizione a coltivare il proprio riso….ma senza più sapere se il riso servirà all’economia dello stato o al servizio del capitale….

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