Fuori dai margini ci si addentra nel bosco, Morganti e Biagini: ultimo giorno a Castiglioncello

Elisa Biagini – foto di Areta Gambaro

Un tormento mi coglie da domenica, prima della serata conclusiva di Ai margini del bosco, a Castiglioncello. Avevo da poco pubblicato l’articolo della serata di sabato alle Spiagge Bianche di Rosignano, quando un quasi anonimo commento mi ricordava una colpevole dimenticanza, ossia che quella bianchezza di rena è dovuta ai veleni del bicarbonato Solvay, che intossica poco lontano. Il commento concludeva con queste parole: “Solo in Italia possiamo continuare a parlare di poesia, chiudendo gli occhi rispetto alla realtà che ci circonda”. In quel momento girava l’angolo del salone di foresteria Claudio Morganti, così gliene parlo e restiamo colpiti – pur nella nobiltà degli intenti – dal travisamento dell’arte, della cultura percepita come evasione, come distrazione dai problemi reali, ignorandone invece la potenza di penetrazione che l’arte conserva da millenni. In questa deriva di naufragi siamo caduti, sacrificando la nostra penna per l’evidenziatore che attesta e didascalizza tratti di penne altrui.

In una sala interna, in semibuio, il primo accenno della serata: Questo è il mio entrare la porta senza nome, per voci e mani a gesticolare di Elisa Biagini, sanguigna fiorentina; i suoi brevi frammenti, in corpo unico, sono un attraversamento del bosco, dai cui margini questo festival è partito, parole si intrecciano ai rami e ne dispiegano l’estensione: Elisa Biagini introduce sé stessa, dice che lo farà per poco, mentre invece è fondante questo continuo andirivieni dalla lettura allo svelamento dell’impianto creativo, interessante tentativo di accogliere nei territori impervi della poesia (che è da sé stessa bosco), in un approccio didattico e pur leggero che sconfessa l’ispirazione e medita profondamente, dunque, sul tema del lavoro culturale. I versi dalla sua opera, Nel bosco (2007), cercano agli stereotipi del fiabesco una nuova connotazione, di più consone sfumature, in cui dare residenza alla necessità di perdersi, definendo uno spazio boschivo “come stupore e abbandono”; l’esperienza emotiva dunque si fa rampicante di quei rami d’albero, versi secchi che non lasciano scampo, ma la cui spiegazione ideale di decontestualizzazione, di legame alle altre arti, di comparto teorico, paradossalmente rischia di essere più facile a ricordarsi, degli stessi pressati versi.

Claudio Morganti - foto di Areta Gambaro

Che festival è stato, questo anticipo dell’ Inequilibrio che arriverà il primo luglio, dove il pubblico si è donato alla partecipazione attiva e volitiva, in ogni avvenimento, che non ha subito ma rilanciato nel cambio di direzione, da Paganelli a Nanni; così rifletto, in un corridoio scuro dov’ero capitato, nel mezzo del cammino verso l’ultimo spettacolo e lì, prima di entrare in scena, di nuovo Claudio Morganti, mi guarda e dice irridendo me e sé stesso: “Ora Morganti arriva…” così entro in sala e lui è lì, in tunica nera e cuffia in testa, senza essere diventato nulla, nessun personaggio, è lui e nessun altro potrebbe essere: ecco mi dico, la sincerità espressiva, la nobiltà dell’interpretazione, è tutta intimamente sua, e sua propria. La sua Lectura Dantis non prende per mano, costruisce un tessuto sonoro da quella che egli chiama “musica concreta”, fatta di suoni puri, non accelera la caduta agli inferi, la attesta per saperne la nostra compromissione, la complicità degli uomini al misfatto dell’umanità. Il suo Dante infernale è un uomo a cospetto dell’imponderabile, al cui servizio dispone una tecnica sonora della fonica in grado di veicolare e accentuare sfumature e atmosfere – umane e demoniache – del testo dantesco. Il percorso drammaturgico ci riconsegna una Commedia rinnovata, sia nell’esposizione che nei temi: forse, data la padronanza della materia e dell’autore, non è tanto errato dire che Lectura Dantis per una volta stia a significare non tanto Morganti legge Dante ma, traslando il senso oltre la sintassi, diventa facilmente un Morganti ha letto Dante. E bene. Prima di leggerlo a noi.

È così che allora si riannoda ogni cosa alla necessità della poesia, ecco cos’è il percorso selvaggio di Morganti fra ignavi e cannibali infernali, soprusi e contrappassi: l’assoluta aderenza sensibile della parola poetica alla realtà intima, non di facciata da soltanto ravvisare, ma profonda e gravida, da coscienziosamente indagare. Proprio in Italia dove ha avuto massimi splendori, dunque, dico alla solerzia del mio commentatore, torniamo a pensare alla poesia come alleato, arma bianca e affilata contro le armature dell’indifferenza.

Simone Nebbia

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Comments
  • gf 8 giugno 2011 at 11:07

    Caro Nebbia,
    la ringrazio per aver citato il mio commento, ma non era questo che cercavo. Tra l’altro noto che ha travisato il senso del mio intervento complessivo. Non intendevo certo far passare l’arte come un passatempo, come “cultura concepita come evasione”. Per quanto mi riguarda, al contrario, mi indigno proprio perchè reputo che molto del teatro contemporaneo abbia finito il suo slancio rivoluzionario. Laddove per rivoluzionario intendo la capacità di inserirsi nelle fratture della società per farle emergere ed esplodere. Ritengo anzi che il teatro contemporaneo si sia addormentato nella propria “maniera”. Quindi, il mio punto di vista nella critica che portava è opposto a ciò che lei ha interpretato di esso. La mia indignazione sta nella crtica alla coscienza artistica, al tradimento dell’essere vigili rispetto ai tumori della vita “politica”. Sarò più chiaro: come si fa a parlare di poesia, provando a criticare un posto come le spiagge bianche con la forza dirompente che essa ha, quando i soldi per fare questa operazione derivano proprio (quantomeno in maggior parte) proprio da quell’industria che questo bubbone ha creato?
    Lo definirei un curioso “cul de sac”.
    Saluti,
    gf.

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