Terzo giorno a Teatri di Vetro: la storia in fuga, di una storia d’amore

Non si fugge mai davvero, dai grandi amori. Il progetto mi balenava già dal mattino del sabato, quando mi sono trovato fra le mani un pezzo di Franco Cordelli, rintracciato sull’archivio del Corsera, di qualche giorno fa (16 maggio), in cui tracciava un parallelo splendido per valutare gli ultimi film di Nanni Moretti e di Emidio Greco. Finito l’articolo una tristezza infinita, a dirmi da quanto tempo non riuscivo, per una sorta di teatrodipendenza, ad andare al cinema. Meditabondo corro di nuovo, a sera, verso la Garbatella e questo terzo giorno di Teatri di Vetro.

Susanna mi dice che oggi è un giorno in cui c’è molta danza, Susanna è una ragazza che cerchia e sottolinea, Susanna è un giornalino che sembra una stampa clandestina ed è il giornalino del festival, per mano di Serena Noto e Francesco Laterza. Saluto Susanna ed entro a vedere Sagra di Progetto Brockenhaus, gruppo che risale al 2008 e già visto qui lo scorso anno con Non facciamone una tragedia, tornando quest’anno con un lavoro forse più confuso ma decisamente più coraggioso; il loro «più teatro che danza» ragiona sulla connessione dei rapporti tra uomo e donna indagandone lo stato originario: due maschi con il muso da gorilla, ma ben vestiti, danzano tra di loro, una donna vera, umana, interviene nel gioco della seduzione ad innescarne la lotta, finendo per piegare entrambi alle proprie volontà. Il lavoro è interessante anche se sporco è il segno e questa volta l’estetica è meno elegante, la loro vocazione teatrale si denuncia da una danza non propriamente di stile ma che resta movimento anche se di energia e abilità, finendo per comporre uno spettacolo in fondo godibile e con il pregio di non prendersi troppo sul serio.

Sugli applausi si avvicina Franco Cordelli, autore di quell’articolo, mi saluta e mi chiede: Ma che fai qui tutte le sere? Eh – dico io – i lavori nuovi vanno seguiti…ah, bello l’articolo su Moretti, e lui: L’hai visto? Io: Mmm no, non ci sono riuscito ancora…scuote la testa, mi sorride e va via, esce di scena e di platea. Io rifletto, rimugino, progetto infine una fuga clamorosa: giusto mi concedo il prossimo, poi scappo al cinema, al Madison qui dietro, gli ultimi spettacoli iniziano tardissimo. Allora mi sposto al Lotto 9 con un solo pensiero in testa, ma c’è una danza ancora, così mi siedo per Crash test del Gruppo ASKA, cinque performer più uno vocale che prelevano cinque tra il pubblico e li sistemano su una sedia, nel grande spazio vuoto circolare: da quel momento stento e molto a comprendere le loro motivazioni al movimento, sembrano come guidati dagli ignari prescelti, manipolatori di corpi altrui, ma mi sembra troppo poco per il “corto circuito intimo e voyeuristico” che dichiarano. Ma è tardi, è tardissimo, di Danza Flux e Stefano Taiuti mi diranno altri.

In pochi minuti ci sono, setteuroecinquanta, però, aumentati…non mi scoraggio, entro, c’è poca gente ma è normale a quest’ora, mi siedo proprio al centro, la sala è piccola e raccolta: aveva ragione Franco, è davvero bellissimo Habemus Papam: l’umanità perduta, la necessità per il potere che tutto sia secondo i piani, la rivolta di poter dire «Preferisco di no», come Bartleby lo scrivano di Melville, questo papa che compie il gran rifiuto è uno dei personaggi più rivoluzionari della storia del cinema, una delle più potenti macchine rappresentative dell’epoca contemporanea, ma poi d’un tratto, quando meno te l’aspetti, la dichiarazione d’amore più grande al teatro, la fa proprio il cinema: Michel Piccoli che fugge al suo ruolo di finzione canonizzata, alla prigione della funzione che lo annienta uomo, incontra il suo vecchio desiderio della scena in una compagnia di attori che prova Il Gabbiano di Cechov; proprio allora ritrova la sua umanità, per la strada come un attore travestito senza che nessuno sappia chi è, ripete battute di un testo che sa a memoria, torna a sorridere, il teatro come ultima salvezza per recuperare la verità perduta di sé: la sera della prima, in un grande teatro, l’arrivo di tutti i cardinali che svelano la sua identità con un grande applauso verso la balconata, gli spettatori li seguono, lui ringrazia e torna (o sembra) al suo ruolo, quello che gli è stato assegnato da zelanti registi ma che non è la sua vera natura. Come il moribondo fugge dalla morte, per trovarsi al punto di partenza, dall’amore sono fuggito: ma in amore non me l’avevano già detto che vince chi fugge?

Simone Nebbia

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