Sette giorni di Vetro, i teatri del corpo che cambia

Teatro delle Moire – Never Never Neverland

Fare critica è raccontare. E raccontare è fare critica. Su questa sorta di assunto matematico si basa il “diario di bordo” che su queste pagine, in tempo di festival, è una piccola ma potente tradizione. Non senza attraversare qualche difficoltà, la perplessità di chi vede nel punto di vista del cronista qualcosa di estraneo all’analisi critica, questo stile di racconto si è fatto strada e ora costituisce una delle cifre stilistiche di questo giornale. Non solo di quel che accade sul palco, ma anche e soprattutto delle onde d’urto che vengono a crearsi, concentriche, dalla sala verso il foyer, dal foyer verso la strada. Di questo dà conto il diario.
Per la prima volta, in fondo a queste righe, cambia la firma. Non staremo qui a spiegarne nel dettaglio l’intera dinamica. Immaginiamo solo che il diarista abituale si sia preso “un giorno di permesso”. Trattandosi di offrire una testimonianza, mai come in questo caso la locuzione “passare il testimone” riverbera di senso.

Teatri di Vetro 5, giorno numero sette. Sette in punto è anche l’orario che ti ha visto in piedi. Una giornata calda ti ha accompagnato avanti e indietro per Roma al punto che quando, dodici ore più tardi, raggiungi il Palladium, Garbatella ha le sembianze di una vasca di tranquillità. Ti concedi due chiacchiere al desk accrediti, prima di entrare in sala. Ad aprire la serata è Paola Bianchi, danzatrice e coreografa indipendente alla ricerca di sempre nuove connessioni tra la danza contemporanea e le arti che la sottendono, dalla musica alla multimedialità. Il suo Duplica è uno studio sul doppio e sulla solitudine di chi si va cercando dentro un codice per auto-interpretarsi. La danza è fisica e netta ed è semplice ma efficace il rapporto dialogico intrattenuto con il velatino, dietro al quale il corpo può sparire e riapparire come ombra, come illusione ottica, come immagine dipinta su una grotta. Vivace è anche il rapporto con il sonoro, che poi si scoprirà eseguito dal vivo, metronomo frastornante di un ciclo di morte e vita in cui il corpo in scena finisce per perdersi. Forte è il richiamo al concetto stesso del nascere (o del ri-nascere) come antidoto all’omologazione; prende vita il lento prendere forma degli organi in una placenta che qui è ricreata dallo spazio vuoto. Eppure a questo lavoro manca forse quel guizzo di genialità in grado di trasformare il rigore strutturale nei passi di un vero e proprio racconto.

Hai tempo per un pezzo di pizza dall’egiziano all’angolo, prima di perderti, in compagnia di un collega nei lotti della Garbatella. La piantina sembra sopravvalutarvi, ma basta ritrovare il flusso di gente (ieri e oggi finalmente più copioso) ed ecco che il cortile la Casa dei Bimbi ti apre il suo atrio. Nel cortile, sotto il profilo di platani e palme, le uniche sedie sono i mucchietti di ghiaia. Ti adatti, sorridendo al pensiero che certo teatro sembra esigere la scomodità degli spettatori. Ancora danza, questa volta quella sapiente di Maria Paola Zedda, una presenza costante nelle file della Compagnia Enzo Cosimi e attenta ricercatrice di uno stile-non-stile che si affaccia alla performance. Requiem comincia con un interessante assolo di sofferenza, la chioma crespa di Zedda passata al solco implacabile delle sue mani potenti e spietate, al punto che intere ciocche vengono via, fluttuando in terra come nugoli di polvere. Un abbrivio potente e convincente che sa di rituale, ben sostenuto dallo spazio del colonnato che somiglia al pronao di un tempio antico. Tuttavia la performer finisce per barattare la presenza netta con una più superficiale didascalia, quando alla visione si accosta la parola, declamata da una voce off in un condensato di sussurri (i testi sono di Isabella Santacroce) che raccontano solitudine e abbandono. Il risultato è la didascalia di un dolore, più che la registrazione del suo pulsare. E l’attenzione si trascina altrove, tra i led rossi delle macchine fotografiche e l’ombra di qualcuno che passa oltre la vetrata di fondo, chissà più se apposta o per errore.

Scendi ancora verso il teatro, dove il palco ospita Waiting for Suite-Hope della compagnia di Chiara Frigo, in scena insieme a Marta Ciappina. Quel “waiting for” significa che stai vedendo uno studio. E dello studio, la performance, ha tutta l’aria. Vincente è l’ironia con cui si introduce il tema dell’individuo che, passo dopo passo, si crea il proprio destino, come dire si scava la propria fossa. Un bell’impatto è dato dalle mise delle performer (rosso/blu e verde/giallo), quasi bandiere umane in un vento che ne scompiglia i movimenti, tutto sommato ancora da pulire, figli di un dinamismo da brainstorming, vorticanti intorno all’idea del mondo che gira a velocità supersonica. Convincono però gli alter ego ritagliati nella carta, uomini e donne stilizzati come le insegne delle toilette, bidimensionali, candidi, alla ricerca di una stabilità che non riesce invece a contrastare il vento che le annienta, anche se in un abbraccio, spingendole giù come foglie secche.

La moto ti spedisce qualche chilometro più a est, al buon vecchio Angelo Mai, per il Never Never Neverland del milanese Teatro delle Moire. Un bell’esempio di inventiva scenica, un degno spettacolo di fine serata che non vuole, e lo dimostra, restare ingabbiato in un genere. Su un tappeto di abiti di ogni sorta camminano e giocano, si direbbe, quattro ottimi attori. Il riferimento al Peter Pan di James M. Barrie è in alcuni stralci del testo, ma soprattutto nella vocazione all’immaginazione e alla fantasia incarnata dal meccanismo del travestimento. Allora le scene non hanno bisogno di essere legate tra loro: c’è una sorta di burlesque in playback, c’è il delirio sessuomane, la svisata absurd-pop che strizza l’occhio a Ionesco e Michael Jackson e chi più ne ha più ne indossi. Come giocare con le bambole, come Bimbi Sperduti armati di una spensieratezza che vuole spingere più in là il confine tra infanzia e maturità. Il sistema patchwork avrebbe forse bisogno di interventi più severi, di non affezionarsi a certe trovate un po’ a buon mercato (una su tutte quella del playback), per conservare fino in fondo l’assurda simpatia. Ma resta il pregio di un teatro fatto con niente, che somiglia a quello delle recite di famiglia, ravvivato da uno stare sul palco assolutamente personale e dal giusto peso assegnato a un ragionamento fondamentale, quello della scena come centro di liberazione di un corpo e dei suoi significati. Il brano finale, “My body is a cage” degli Arcade Fire dice tutto.

Sulla via del ritorno ti viene in mente che quella della realizzazione del corpo, del cambio della pelle (interiore o esteriore) è stato un tratto comune di tutti gli spettacoli della serata. Un sogno ricorrente, diresti, declinato da menti e linguaggi diversi, di lotto in lotto. Questa sera, si recita a concetto.

Sergio Lo Gatto

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