Interiors: Lenton e il grande freddo dell’anima

Arriva a Roma al Teatro Eliseo una riuscita e fortunata creazione del collettivo scozzese Vanishing Point. Interiors prende le mosse da un testo del 1895 firmato da Maurice Maeterlinck, naturalista e letterato inscrivibile in quella copiosa corrente simbolista che invase il Nord-Europa al giro del secolo scorso.

Per comprendere il lavoro di adattamento e regia svolto da Vanishing Point è utile sapere come in effetti il testo di Maeterlinck fosse articolato. La scena rappresentava il cortile di una casa, dentro la quale una grande vetrata permetteva di spiare, assistendo a una gaia cena di famiglia. Un vecchio e uno straniero si incontravano nel cortile, discutendo su come informare la famiglia della morte di una delle figlie. La tensione della conversazione tra i due avrebbe fatto da contrasto con la frivolezza delle chiacchiere che intanto si snodavano all’interno. La messinscena di Matthew Lenton fa un passo ulteriore. Al momento di riempire la platea, sul palco è già visibile il fianco della casa e l’enorme vetrata che dà sulla sala da pranzo. La scenografia minuziosa e assolutamente iperrealista comincia ad essere attraversata da due personaggi e le luci in sala calano solo quando la ragazza accende la lampada pendente sul tavolo, che spande una luce calda, come dicendo che la serata comincia.

Della cena annuale a cui prendono parte sette persone tra parenti e amici, e dei mini-drammi che vi si sviluppano intorno assistiamo alla sola visione, mentre le parole restano indistinguibili. Una voce off racconta qua e là i loro pensieri, ma il compito di “argomentare” resta in mano alla mimica.
Insieme alla voce, a contestualizzare lo scenario sono gli effetti sonori (un insistito sibilo di vento soffocato dagli infissi e la musica che talvolta arriva dallo stereo) e una videoproiezione  che avvolge l’intera casa come una cornice mostrando ora la luna che si avvicina, ora le stelle, ora la neve che taglia l’aria di traverso. Gli ospiti arrivano armati di pistole e fucili, mentre la voce ripete che “fuori è un mondo freddo e pericoloso”.

La voce è la voce della morte, e la morte, qui, coincide con un’assenza fisica. L’invitata mancante, la donna di casa, in vece della quale campeggia la presenza granitica di una sedia vuota. E questo è talmente chiaro che quando la donna – che parla dal vivo in un microfono ad archetto – compare dalla platea e prende posto sul palco al di qua della vetrata, sembra quasi che l’incantesimo venga spezzato, suona come una spallata sensazionalista che resta di troppo. Ma non è che un piccolo appunto, per dire che l’intera architettura funzionerebbe di per sé senza questa “esposizione” che sa un po’ troppo di Christmas Carol e fantasmi del Natale Presente.
Il legame con Maeterlinck e il suo discorso sui simboli è lampante. Quelle armi da fuoco sono simbolo della ricerca di una sicurezza; il fatto che i nomi dei personaggi (Peter, Ann, Sara, Davide, Damir, Robbie e Aurora) siano gli stessi degli attori ci dice che quella che vediamo è vera umanità; la morte – che finirà per raccontarci una per una date e modalità del decesso dei personaggi – è a sua volta un ultra-personaggio che aleggia su tutta la vicenda, spandendo su ogni sorriso e momento divertente un velo spesso di impenetrabile malinconia. Il fatto che qualcuno, da fuori, ci racconti, anticipandole, le azioni dei personaggi mette in campo la presenza ineludibile del fato. E di questo parlava l’Interieur.

Era questo un testo pensato per il teatro delle marionette. Maeterlinck voleva vedere in scena uomini manipolati dal destino, dunque la soluzione simbolista più evidente era proprio la marionetta, con fili e manovratore a vista. La scelta di Lenton si realizza invece nella scena muta. Il silenzio governa tutto. Oltre a regalare la semplice e perfetta riproduzione dello “stare fuori”, assegna al visibile la potenza di un personaggio a sé. La scenografia e il suo silenzio ovattato fanno un discorso parallelo, raccontano gli spazi, ricavano coni di luce, sono i fili a vista per le marionette. Mutato è anche il titolo, che con Interiors si volge al plurale. Il doppio senso di “interno” (casa e intimità dell’animo) si declina sulla pluralità e qui ciascun personaggio, privato delle battute in rima scritte da Maeterlinck, ha diritto a un momento di solitudine davanti alla finestra, dove lo sguardo si perde a guardare la luna, la neve e il “grande freddo” in cui ci si appresta a tornare, dove ci si rende tragicamente conto del “fuori”.

In tono dolce e materno, la voce si congeda verso il compito successivo, verso altra vita da spiare come fosse nutrimento, verso altra morte da portare, mentre a noi, che ci sentiamo al sicuro assistendo da fuori, consegna un monito: che ci rivedremo presto.

Sergio Lo Gatto

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in scena dal 18 al 22 maggio 2011
Teatro Eliseo [leggi il programma] Roma

Interiors
creazione di Vanishing Point
ideazione e regia Matthew Lenton
ispirato a L’Intérieur di Maurice Maeterlinck
con Robert Jack, Peter Kelly, Sara Lazzaro,  Aurora Peres, Davide Pini Carenzi, Ann Scott‐Jones,  Rosalind Sydney, Damir Todorovic
scenografia e luci Kai Fischer
musica e suono Alasdair Macrae
proiezioni e video Finn Ross for mesmer
costumi Eve Lambert
soggetto e testo Vanishing Point
drammaturgia Pamela Carter
artista associato Sandy Grierson