Giro di boa sotto la pioggia, nel quarto giorno di Teatri di Vetro

Giro di boa. Il quarto giorno a Teatri di Vetro coincide con la fine della prima settimana: è domenica e tutti sono andati al mare a prendere acqua da sopra invece che da sotto, la stessa acqua temporalesca che induce a restarsene chiusi in casa, poi domani è lunedì e si lavora di nuovo, in più oggi è domenica di maggio e c’è l’ultima di campionato in serale e se non per la partita dopo una giornata in giro ad imprecare nel traffico del ritorno, davvero a chi va di uscire? Questo devono aver pensato tutti quelli che invece della Garbatella, stasera hanno scelto altre zone, presumibilmente quelle dei loro quartieri dentro le loro case, a giudicare dalla desolante carenza di pubblico – strana per il festival – da dover annotare. Ed è un vero peccato perché l’auspicio era dei migliori, proponendo due tra i lavori sulla carta più interessanti dell’intera programmazione.

Sembra ma non soffro dei quotidiana.com ( al secolo Roberto Scappin e Paola Vannoni) non l’ho visto qui, ma a Castiglioncello nell’ultimo festival firmato Massimo Paganelli, lo scorso novembre che pioveva come oggi. Il loro obiettivo è indagare la realtà stanandola dagli angoli più nascosti, con un senso grottesco decisamente spiccato e una comicità algida ma di grande finezza espressiva; questo spettacolo in particolare (forse più del precedente Una tragedia tutta esteriore, con questo inserito in una trilogia sulla condizione umana) mi parve particolarmente riuscito per incisività rispetto a questa dichiarazione d’intenti, più cosciente e maturo: scelgono ancora una messa in scena essenziale in uno spazio perimetrato, il silenzio come cardine espressivo del loro dialogare e il colore bianco come segno estetico distintivo, componendo una partitura di azioni e gesti quotidiani che riescono a non far mai scivolare nel concettuale, restando in uno spazio di comprensione sereno e quindi – proprio per questo – incisivo. Uno spettacolo felice dunque, che si articolo in un’indagine equilibrata e razionale attorno alla religione, il cui uso dell’apparente blasfemia per un bisogno di spiritualità è davvero scelta efficace; la scelta a-tonale ha un valore ulteriore ed è accogliente e dissuasiva insieme, come fosse omelia e la sua negazione: è qui che la loro danza di significanti rivela l’obiettivo, ossia porre il dogma in discussione usandone i mezzi, riflettendo sull’uomo, sui suoi comportamenti e le contraddizioni dell’esistenza: fuori di dottrina, una libera preghiera a sé stessi.

Compagnia Dionisi invece, gruppo milanese al femminile già stato qui lo scorso anno con il fortunato Serate bastarde, porta uno spettacolo tratto dal romanzo Potevo essere io, che la stessa regista e drammaturga Renata Ciaravino ha pubblicato nel 2007. La scheda parla di stand-up comedy, ossia processo di interazione col pubblico in genere legato alla comicità. Il progetto di messa in scena del testo – legato a ricordi personali per disegnare un panorama della crescita che indaghi il territorio di appartenenza, ossia la periferia del nord cui l’autrice è molto legata – è una narrazione a due voci ma di una stessa personalità sdoppiata, Silvia Gallerano (ma in scheda al suo posto è data la stessa Ciaravino) e Carmen Pellegrinelli, che si articola in una storia che attraversa gli anni Ottanta con gli occhi dell’infanzia prima e dell’adolescenza poi. La brillantezza dimostrata nel lavoro precedente, tuttavia, è in tono minore e l’evocazione ha meno forza di quel cabaret crudele, la musica a sottolineare la sequenza drammaturgica imprigiona gli spettatori in un gioco di ruolo e non pone quindi molti spazi per emozioni non imposte dal racconto, tessendo una tela narrativa decisamente accattivante nello stile delicato e nella godibilità, meno nella scelta di eseguire un luogo già troppe volte frequentato e indagato. Lodevole tuttavia la capacità coraggiosa di uscire fuori dalla linea tracciata, per evitarne una ripetizione sdrucciolevole.

Aidoru e Federica Falancia non li ho seguiti e mi dispiace, la pioggia e tanto altro hanno fermato anche me, ma non del tutto. Maggio è un mese di mezzo tra la primavera e l’estate, un mese a sé, in cui si inizia a scegliere l’assenza perché siamo alla fine di una stagione e la voglia di evadere è tanta, anche oltre il temporale, però Teatri di Vetro è il campo d’indagine di chi si occupa di teatro in questa città, nel bene o nel male bisogna essere qui, per difendere un territorio da una spartizione di competenze tutta politica che poco dell’arte si occupa. E dipende da tutti noi. Ma la speranza c’è: siamo al giro di boa, è questo il momento in cui nelle regate si forza la barca, si inspira forte nelle vele e ci si lancia senza freno, dentro il vento dell’arte che spinga all’arrivo.

Simone Nebbia

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