Dialogo interrotto fra Martone e il suo pubblico: le Operette Morali di Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi compose le Operette Morali negli anni tra il 1824 e il 1832, cercando seguito a progetti letterari vivi già negli anni precedenti di prosette satiriche, in grado di intercettare una lettura meno che erudita d’una materia filosofica e insieme dar vita a una lingua adeguata a tale materia. La scelta definitiva di tentare l’impresa, secondo dettami propri del modello satirico menippeo ripreso da molti filosofi successivi, è nel periodo più duro della sua esistenza, quello in cui cioè la dolcezza dei versi aveva lasciato ormai il passo all’arido vero della ragione, lasciando il poeta povero di quello che più tardi alla sorella Paolina, da Pisa, descriverà come “quel mio cuore di una volta”, il periodo cioè della grande delusione del mondo fuori da Recanati e del conseguente ritorno nella casa natìa. In questa scarna presentazione è forse lo scoglio più grande affrontato da Mario Martone nel progetto di mettere in scena le Operette Morali, in versione pressoché integrale e con le scene di Mimmo Paladino, prodotto dal Teatro Stabile di Torino.

La scelta di Martone è prima di tutto spaziale: appena in sala ci si accorge che qualcuno degli spettatori si dirige sul palco, ai cui lati il regista ha predisposto posti a sedere, chiaro l’intento di porre gli ascoltatori in posizione di coro, giudici della materia che si andrà a presentare, materia umana che dagli umani dev’essere recepita e censita; lo stesso per le luci che – non per l’intero spettacolo ma buona parte – sono accese in platea, come voler tenere in luce argomenti invece che portano in sé l’oscurità del ragionamento complesso, come voler tradurre concetti densi in più fruibili e semplici dissertazioni, proprio alla maniera leopardiana.

Nonostante però l’intento sia lodevole e coraggioso, nonostante la gravezza del carico di complessità, la resa scenica dello spettacolo lascia molte perplessità, prima fra tutte proprio la sua possibile fruizione: Martone ha il merito di aver portato in scena una materia difficile, con cui non a caso così poco ci si era misurati, però la restituzione del contenuto passa per una forma troppo esile, non lavorata, così lineare da cadere il più delle volte nel baratro inane della didascalia, come capitato recentemente alla Piazza d’Italia di Marco Baliani. La scelta di mettere in scena il poeta allo scrittoio, che poi interagisce con le presenze fantasmatiche dei suoi personaggi, è fin troppo comoda e non rende giustizia al talento del regista, qui al minimo delle qualità espresse: le scene non hanno collante drammaturgico se non per qualche sparuta valida trovata o per colpi d’attore, il disegno complessivo dunque sfugge oltre la mera rappresentazione, salvando l’intento leopardiano che però è e resta del poeta di Recanati, non pienamente svolta ne è la trasposizione in teatro, ossia nel luogo della consonanza, della compresenza, cui con tutta onestà si resta impermeabili.

C’è un paradosso su cui tuttavia è importante una riflessione: gli eccessi appena ravvisati, i vizi di forma e di staticità del contenuto, provocano uno strano cortocircuito che genera un sentimento di noia, di affanno al vivere, di pena dell’anima e del corpo che sono i sentimenti di cui si occupa Leopardi nell’opera: fosse questo l’obiettivo di Martone in 210 minuti di spettacolo? Lo stesso Leopardi ebbe a dire di un altro poeta, Vincenzo Monti, a lui precedente, “poeta veramente dell’orecchio e dell’immaginazione, del cuore in nessun modo”: mi duole dire lo stesso del regista ch’è stato per anni l’alfiere del territorio indipendente e passionale, della cui passione oggi non si avverte che un’eco piuttosto vaga e – purtroppo – indefinita.

Simone Nebbia

dal 3 al 15 maggio 2011
Teatro Argentina [vai al programma 2010/2011] Roma

Operette Morali
di Giacomo Leopardi
adattamento e regia Mario Martone
scene Mimmo Paladino
costumi Ursula Patzak
luci Pasquale Mari
suoni Hubert Westkemper
dramaturg Ippolita di Majo
aiuto regia Paola Rota
scenografo collaboratore Nicolas Bovey
la musica per il coro di morti nello studio di Federico Ruysch è di Giorgio Battistelli (Casa Ricordi – Milano)
esecuzione Coro del Teatro di San Carlo diretto da Salvatore Caputo
con, in ordine alfabetico, Renato Carpentieri, Marco Cavicchioli, Roberto De Francesco, Maurizio Donadoni, Giovanni Ludeno, Paolo Musio, Totò Onnis, Franca Penone, Barbara Valmorin
Fondazione del Teatro Stabile di Torino

Comments
  • Pisacane 4 maggio 2011 at 23:58

    Da leopardiano mi attira molto lo spettacolo, che gradirei se venisse a Milano, ma la bella e acuta recensione mi scoraggia.

    Sì, la scelta è semplice. Preferisco il testo, mi alzo da qui e vado a prenderlo nello scaffale, 210 minuti di letteratura ad alta voce e di poco teatro mi allettano poco.

  • Simone Nebbia 5 maggio 2011 at 01:16

    Grazie Pisacane, in effetti ho taciuto un merito che tu hai in qualche modo portato in luce: per scrivere e prepararmi allo spettacolo, anch’io in questi giorni sono tornato a rifrequentare lidi sempre amati, mai dimenticati.

  • anna busetto vicari 6 maggio 2011 at 18:02

    Ho visto lo spettacolo due sere fa. L’ho trovato brutto e noioso. poveri noi del pubblico e sopratutto povero Leopardi. La recitazione iperdrammatica mi dava fastidio. Se non ho capito il valore della cosa, pazienza, ma è sembrata solo un’operazione presuntuosa, che manda in fumo la bellezza delle Operette, che preferisco continuare a leggermi da sola. Anna vicari

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