AIDORU: un’invasione musicale

Quel è l’origine dell’associazione/collettivo Aidoru? Che tipo di ricerca sviluppa?

Nato come gruppo musicale, Aidoru ha avvertito sin da subito i limiti di tale costituzione ed ha iniziato ad allargare il proprio orizzonte di ricerca. Un primo passo in avanti è stato compiuto con lo studio della musica classica. Nonostante venissimo dal Punk e dal Rock, questo genere musicale ha influenzato tutta la prima parte del nostro lavoro. Il secondo incontro importante è stato quello con il teatro, perché ci ha permesso di riflettere sul significato dello stare in scena e sulle possibilità di una drammaturgia musicale. Infine, la terza tappa del nostro percorso è segnata dallo studio delle problematiche legate al paesaggio. Ciò che ci ha catturato della natura é la sua capacità di ripetersi senza essere mai uguale a se stessa. Volevamo che anche la nostra musica agisse in questo modo. L’approccio a discipline non necessariamente inerenti al “fare musica” ci ha fatto sentire la necessità di non definirci più come un semplice gruppo musicale ma di allargare il nostro orizzonte verso altri linguaggi. Oggi siamo un collettivo di persone che mette sullo stesso piano l’idea di fare un disco, di elaborare uno spettacolo o di organizzare un evento. Questo è Aidoru.

Il teatro e la musica (live) hanno in comune il loro essere arti “effimere”…

La musica ha una particolarità che il teatro non ha: se il teatro, nel momento in cui diventa non effimero, ovvero acquista la possibilità di perdurare nel tempo, diviene cinema e perde quindi la sua specificità, nel campo musicale, un evento live o un testo registrato su disco mantiene lo stesso nome. Oggi la consapevolezza di un possibile “non essere effimero”, ossia la possibilità di fissare il suono, influenza anche l’evento live, mentre questo non è possibile nel teatro.

Qual è stato l’iter formativo di Soli contro tutti, la performance che presentate a Teatri di Vetro?

Siamo partiti da una commissione per il cinquantesimo anniversario della morte di Jimi Hendrix. Dovevamo riflettere sullo stereotipo creato dal musicista lavorando sulla sua moltiplicazione. Sentivamo l’urgenza e il desiderio di costruire qualcosa di profondamente teatrale. Così abbiamo selezionato cinquanta chitarristi e abbiamo iniziato a provare a suonare con loro facendo molta attenzione alla postura, al gesto, alla disinvoltura o all’imbarazzo che ogni chitarrista portava con sé. Su queste peculiarità fisiche abbiamo costruito la nostra partitura. È nato così uno spettacolo teatrale, inscindibile alle sue modalità di fruizione e progettato per essere messo in scena in luoghi aperti, in particolar modo piazze o giardini…

In che modo lo spettacolo si relaziona a tali luoghi?

Vogliamo che lo spettacolo appaia come un’invasione. Per questo pensiamo che il suo luogo ideale siano le piazze. In una piazza si amplia la possibilità di catturare l’attenzione di passanti, persone che capitano per caso. Consapevoli di questo abbiamo cercato di lavorare sulle possibilità di percezione per tale tipologia di pubblico. Soli contro tutti si svolge con queste dinamiche: il passante inizialmente si trova di fronte ad una sorta di istallazione, un plotone di amplificatori. Un primo chitarrista entra in scena da solo e inizia a suonare. Alcune persone iniziano a fermarsi per ascoltare e guardare, quindi un secondo chitarrista entra in scena. È chiaro che, in quella piazza, sta per accadere qualcosa. Via via i restanti chitarristi entrano in scena. Solo quando saranno tutti radunati lo spettacolo avrà inizio. Questa dinamica nasce da un ragionamento sulla tipologia di paesaggio in cui ci inseriamo, sulle modalità di fruizione in esso implicite e sulla possibilità di costruire dei rapporti sociali.

Ci tengo molto a sottolineare che l’evento ha un suo inizio e una sua fine, non è assolutamente un concerto, non ci sono dei brani. Cerchiamo di formare una relazione tra il pubblico e l’organico dei musicisti per poi costruire lo spettacolo attraverso un suo svolgimento e una sua conclusione speculare. Tutto è legato da un filo conduttore.

Guardando al vostro percorso artistico e in maniera particolare alla vostra collaborazione con Teatro Valdoca, che tipo di rapporto avete istaurato durante il lavoro con la compagnia e con il regista in particolare? In che modo siete riusciti a fare della musica un personaggio e non un semplice sottofondo?

Io venivo dal conservatorio e stavo studiando l’opera. Uno dei concetti attinenti a tale tipo d’arte è il “recitar cantando“. Ovvero la capacità degli artisti di recitare tramite il canto, qualcosa che nell’opera si manifesta nel suo splendore in pochissimi episodi. Un’utopia: quella di creare un’opera che abbia lo stesso valore sia sul piano musicale che su quello teatrale. Io credo che per i musicisti si potrebbe benissimo parlare di “recitar suonando” nonostante l’aspetto teatrale venga spesso tralasciato. Poche volte il musicista ha coscienza del proprio stare in scena, della propria recitazione. Volevamo sottolineare questa possibilità. Proprio questa volontà è stata, nel mio approccio con Teatro Valdoca, il terreno su cui si è costruito il nostro lavoro insieme.

Non ibridazione di musica e teatro e arti visive, dunque, ma un’integrazione di differenti linguaggi, per la creazione di un particolarissimo spettacolo.

Si, credo che il concetto di ibridazione abbia caratterizzato la generazione dei nostri genitori. Noi diamo tutto ciò per acquisito, partiamo dal consolidamento di tale concetto. I discorsi sviluppati da certe avanguardie sono entrati a far parte in maniera naturale del nostro agire creativo. Noto questo anche nella mia personale fruizione delle differenti opere. È strano, è un problema su cui ancora mi interrogo! Se penso ad un repertorio musicale non faccio fatica ad ascoltare qualcosa che non dia per assodati quei meccanismi che sono stati descritti e sviluppati nel passato, invece per ciò che concerne il teatro ho più difficoltà. Faccio una gran fatica ad apprezzare opere prettamente teatrali, ad esempio non mi interessa la prosa, per me è una cosa morta.

Matteo Antonaci

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