Primo anno di Puerilia al Teatro Comandini: intervista a Chiara Guidi

Per il primo anno negli spazi del Teatro Comandini di Cesena, Chiara Guidi da vita e dirige il festival di puericultura teatrale dal nome Puerilia. Ma si fa forte di una esperienza che viene da lontano, di lavoro con l’infanzia, fin dai tempi della Scuola Sperimentale di Teatro Infantile, tenuta con la Societas Raffaello Sanzio negli anni ’90. Fino all’8 maggio 2011 una grande opportunità non per parlare di bambini ma per far parlare loro, ascoltarli, metterli di fronte a ciò che hanno di innato: il teatro.

Chiara Guidi: questo è il primo anno di Puerilia – festival di puericultura teatrale, da lei diretto. Che definizione ne darebbe?

È vero che siamo al primo anno, come è anche vero che questo festival è il modo di rendere materico un pensiero attorno all’infanzia che vive nel nostro lavoro con la Raffaello Sanzio da ormai più di quindici anni: questo è il primo festival per poter estendere un’idea di infanzia del teatro, più che teatro d’infanzia, pensato in modo tale che sia raggiungibile per le famiglie e per le scuole.

Come si legge nelle vostre biografie, infatti, voi avete fondato la Scuola Sperimentale di Teatro Infantile negli anni ’90.

Sì, quella è un’esperienza unica e irripetibile, stare con i bambini presuppone ogni volta un’idea diversa, difficile perché il nostro ambito non è propriamente quello pedagogico ma assolutamente di arte teatrale, quindi questo contatto permette di carpire loro quello che hanno già di innato che è proprio il teatro: loro sanno giocare, sanno fingere quell’illusione che nasce con loro, ma sanno portare anche un modo di vedere lo spettacolo che è immaginare e pensare contemporaneamente, attivando tutti i sensi. Per questo è interessante stare con loro in sala, perché ritrovino quell’infanzia di un teatro che si rivolga agli adulti.

Curioso quanto quasi l’intero ambiente, in questi ultimi anni, sia andato invece in una direzione che potremmo definire opposta, di “adultizzazione” e intellettualismo, come se quel gioco sia necessario che si traduca in termini adulti, perdendo però l’originarietà.

Infatti io credo che il lavoro per l’infanzia non debba in alcun modo essere lo sforzo che l’adulto fa per assomigliare ai bambini, perché non lo siamo, possiamo averne una nostalgia ma questo non risolve il nostro problema di relazione con l’infanzia. L’unica cosa che possiamo fare è stare al loro fianco, creare luoghi percettivi, operativi che possano attrarre i bambini e farli entrare in questa illusione per vedere come loro sanno stare in teatro, tornare ad imparare da loro non solo l’essere attori ma anche spettatori di un mondo che non è la realtà ma una “iper-realtà”, dove la tecnica si nasconde. Lavorare per i bambini significa alzare la posta perché sanno già cos’è l’illusione e non hanno la consolazione di prepararsi leggendo un programma di sala, promettendosi di “capire” anche il non visto, i bambini non hanno questo filtro, immediatamente l’interesse li fa entrare totalmente in una percezione che quindi, ovviamente, non si appaga solo del ragionamento.

È dunque lo spettatore che non perdona.

Certo, la loro disciplina può oltretutto essere regolata solo dall’arte, che tiene a freno quel loro impeto in sostanza estetico: la maestra, ad esempio, non è brava o non brava, ma è bella o brutta, la relazione con il mondo degli adulti è rispetto alla bellezza, non rispetto alla quantità di sapere che quella persona infonde. Il bambino vive una percezione del tutto estetica, per questo deve essere attratto, prendiamo ad esempio la casa della strega: è un luogo che va attraversato per la soluzione e quella casa deve avere tutte le caratteristiche per colpire lavorando sui sensi, deve cioè produrre anche un profumo, qualcosa che attragga la sensibilità. Quel che io cerco attraverso l’infanzia è una speranza per il teatro che i bambini hanno come istintiva e gli adulti non sanno dov’è, finché non sono loro ad ammalarsi di “adultismo”: è questo che ci deve far riflettere molto.

Al centro del festival quest’anno c’è la figura di Fernand Deligny, psichiatra infantile, pedagogo e poeta del secolo scorso. Cosa porta in questa esperienza?

Molto interessante l’incontro con l’opera di Deligny, questo medico che lavorava insieme agli autistici aveva capito che per star vicino ai bambini non occorreva la scienza della medicina ma persone ricche di vita, così chiamò Matisse e Braque, come anche un ferroviere anonimo, perché stessero vicino ai medici ad osservare in silenzio i bambini che avevano dettato quel silenzio, quel modo di stare; ecco così che la creazione diventa una proiezione sul proprio modo di stare con l’infanzia, sul proprio futuro.

Ci saranno anche attività laboratoriali al festival, piuttosto particolari, legate alla scienza in accostamento al teatro. Qual’è l’obiettivo di questi incontri?

Io penso che per un artista avere un pubblico bambino sia una sorta di prova del nove, perché sanno vedere quello che un adulto non vede, hanno capacità di fermarsi sul residuo, sullo scarto, proprio nel punto dove l’artista non vede, dove si rompe l’illusione; per compiere però questo intervento fondamentale, hanno bisogno di un passaggio intermedio, una sorta di incontro con la materia dello spettacolo, ad esempio l’anatomia e la medicina per La timidezza delle ossa dei Pathosformel. L’altra cosa interessante è il laboratorio Come leggere una fiaba, che ha avuto da tutta Italia adesioni inaspettate di mamme, maestre; si tratta di esercizi pratici e non teorici, che mirano ad incontrare i bambini il 3 aprile per raccontare loro una fiaba. Lo stesso giorno ci sarà una apertura al disegno, legando la geometria agli insetti e anche un coro di voci bianche della nostra zona, un coro che cerca l’equilibrio fra la vivacità e la disciplina musicale. Tutte attività dunque volte a riconquistare il gioco e quindi la funzione del teatro.

In questi venti anni abbiamo visto la nostra società modificarsi maggiormente in relazione alla facile reperibilità (e quindi deperimento) del gioco che definiremmo fast food, finché il videogioco e la TV si sono affermati come surrogati della famiglia. Lei, lavorando con queste generazioni, come ritiene si sia modificata la natura della sollecitazione ludica dell’infanzia?

Io credo che nei bambini sia l’origine del mito e della fiaba, c’è un humus nell’infanzia che basta smuovere appena per ridestarlo, non credo invece che questa società possa uccidere la loro età che è prima della ragione, infante, questa loro capacità di aderire con tutto il corpo a una finzione, a una magia della percezione; i danni si vedono dai dodici anni, prima c’è questa tensione al movimento e al gioco, siamo noi adulti che non sappiamo cogliere il bisogno di partecipare oltre le regole che la società impone, ad esempio gli adulti saturano le giornate dei bambini, anche di parole, manca invece un ascolto e la trasmissione di una esperienza davvero ricca.

Siamo al primo anno, dunque, ma la densità del programma lascia prevedere una proiezione. C’è qualcosa su cui pensa di voler lavorare?

Certo, questo festival si costruisce su poche forze ma l’idea è quella di portare avanti quest’idea di festival, parallelamente a Mantica, l’altro grande festival legato alla voce che stiamo portando avanti nei nostri spazi del Teatro Comandini a Cesena: una relazione tra voce e infanzia dunque è l’obiettivo, perché credo che l’una abbia bisogno dell’altra.

Simone Nebbia

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