Dialogo sur la route con Gabriella Rusticali, Tiresia in Iovadovia, terzo contest della trilogia Antigone dei Motus.

Gabriella Rusticali in Antigone Contest 3 – foto di Vincen Arbelet

Roma, in automobile lungo via Casilina.

Chiara Pirri Come è avvenuto l’incontro con Motus?

Gabriella Rusticali Ci conoscevamo di vista da tanto tempo, loro cercavano qualcuno per fare Tiresia, e Silvia (Calderoni) ha pensato a me. Lei l’ho conosciuta che era una ragazzina in Valdoca, non riesco a dimenticare il nostro primo incontro. C’è un grande affetto tra di noi e siamo molto solidali, per me lei è un animalino.

G. La prima volta che ci siamo visti loro hanno portato il film di Liliana Cavani “I Cannibali”, e dei testi su Tiresia.

C. Ma a parte il testo di Judith Malina dall’Antigone del Living Theatre su Tiresia, che nello spettacolo Silvia ti chiede di recitare, poi tutti i testi che avete utilizzato nel lavoro preparativo sono scomparsi, no? il resto della tua parte è improvvisata…

G. Nello spettacolo il pezzo in inglese è improvvisato e ad ogni replica non so neanche io quello che mi uscirà dalla bocca, mentre il dialogo tra me e Silvia è scritto.

C. Quindi la parte in inglese è l’unica parte veramente improvvisata, poi ci sono parti della tragedia riscritta da Brecht e parti che nascono dall’improvvisazione ma poi sono scritte, anche se mantengono un carattere spontaneo…
E la scelta di parlare in inglese?

G. È stato Enrico (Casagrande, regista della compagnia, ndr) a chiedermelo. Permette di mantenere un certo equilibrio nel lavoro, parlare in italiano avrebbe tolto centralità ad Antigone, e Tiresia e Antigone non si sono mai incontrati. Poi è una lingua straniera, quindi misteriosa.

C. Come si è svolto il lavoro su Tiresia, le prove, la preparazione del tuo intervento?

G. Le prove sono durate un mese, per me Enrico aveva in mente la lingua, l’inglese, e poi mi diceva di ispirarmi agli ubriachi nei saloon americani, ma risultava sempre una scenetta, mi sentivo addosso un ruolo. Invece poi alla fine ho portato delle cose mie. La mia Bilia (cane in scena con la Calderoni nel prologo ndr), il cane del veggente cieco, la canzone, che è quella che canto con il mio gruppo e poi  la voglia di “sbroccare”.
All’inizio dello spettacolo io parlo dal pubblico…come a dire che ogni spettatore è un potenziale Tiresia.

C. Potrebbe esserlo se ne avesse il coraggio dici?

G. Forse si.

C. Che rapporto si instaura tra gli attori e Daniela (Nicolò) e Enrico (Casagrande)?

G. Loro ti lasciano molto libertà, aspettano di essere sorpresi da quello che accade. Non dicono mai “fammi questo”. Tu fai e loro cercano le cose che funzionano, che si incastrino tra loro.

C. Tutti e tre i contest sono dei dialoghi, “contest” contiene in sé un senso di lotta, scontro, ma in questo terzo, che è un dialogo mancato, ho avuto l’impressione che le voci non fossero due ma una sola, dialettica ma unica, nonostante Silvia dica all’inizio di averti scelto perché in te riconosce una presenza antica, in opposizione al suo essere totalmente contemporanea. Come se insieme ricreaste la voce della tragedia, in cui c’è sempre questa ambiguità tra essere nel tempo e fuori dal tempo.
Forse questa sensazione ha a che fare con il vostro essere vive sulla scena. Ognuna di voi, a suo modo, fa della vita arte e dell’arte vita.

C. Tu e Silvia siete due anime vicine.

G. Io riconosco in lei il lavoro fatto con Cesare (Ronconi, regista della compagnia Valdoca ndr), che spinge ad agire in scena per il riconoscimento e il superamento del proprio limite, sempre.

C. E’ una direzione comune a tutte e due?

G. Io l’ho fatto per un periodo, altrimenti sarei ancora autistica, dislessica, incapace di comunicare attraverso le parole, ma ora non lo faccio più, mentre riconosco ancora in lei questa attitudine.

C. Ora senti di avere imparato un’arte e di applicarla?

G. Si, forse ora applico un’arte, ma ho sempre come il terrore di spendere su qualcosa senza ritorno. Ho bisogno di portare dentro del mio, ma se mi danno una trama con una storia mi sento in catene, non riesco a far finta di niente laddove manca ciò che cerco. Il teatro per me non è finzione, è vivere un presente, e non posso vivere al presente per qualcosa in cui non credo.

Andare in scena è sempre andare a morire perché se così non fosse è meglio che te ne stai a casa, e non ha senso andare a morire per delle stronzate, come fai ad andare a morire per qualcosa in cui non credi?

C. Infatti nel rapporto artistico tra te e Silvia non credo ci sia questa dicotomia, questa scissione netta tra una presenza nel tempo ed una fuori dal tempo, una contemporanea ed una antica.

G. In effetti le parole più antiche le porta lei, tipo: “voi uomini opulenti delle città”, perché non dire proprio “uomini schifosi”…

C. Invece tu improvvisi.

G. Si è vero, più nel presente di così!… Non ho un discorso preciso, lo creo ogni sera, so che ci sono dei punti che toccherò, come le sofferenze che subiscono gli animali sotto gli occhi indifferenti e complici degli umani, è qualcosa che sento molto, ma come ci arrivo non lo so nemmeno io.

C. All’Angelo mai quella sera in molti avevano paura di te, credo avessero il sentore che quella voce arrivasse chissà da dove, da molto lontano…

G. Sai che un po’ credo proprio che sia così. Perché nella mia vita normale non uso quella voce, ho la voce bassa perché fumo duecento sigarette al giorno, ma sulla scena io mi metto al servizio di quella voce che mi arriva da lontano e cerco di proiettarla oltre il pubblico. Mi sento come se fossi in un punto di incrocio, dietro di me ho le miriadi di generazioni, di storie, di esseri che mi hanno preceduto, che convergono in me e si proiettano oltre il pubblico. Se dovessi essere io a dire le cose, se dovessi mettere in gioco me, il mio ego, “il mio nome e cognome” come dice Mariangela (Gualtieri, poetessa e autrice nella Valdoca ndr), sarei autistica. È qualcosa che non mi nutre, è una fatica esagerata senza tornaconto, non vado a tenere banco con centinaia di persone per nutrire il mio ego, per me faccio altre cose.

C. Come l’hai trovata questa voce?

G. Cesare (Ronconi) ha insistito come un maniaco perché credeva che avessi una voce incredibile ed io pensavo che fosse fuori di melone, perché io parlavo che non mi capivo neanche da sola, poi stavo zitta ore e ore, giorni, ridevo e basta, tutti pensavano “come sta bene la Gaby”. Lui ha insistito finché non è venuta fuori. All’inizio che la usavo andava e veniva a suo piacimento, ordinavo un caffè e nel mentre la voce cambiava, e anche in spettacolo succedeva. Ora so dove trovarla, è questione di grande apertura, bisogna tenere allargato il mantice e lasciarla fluire, perché se cerchi di governarla, tenerla a briglie tese, ti scappa via.

C. Infatti, secondo me il tuo Tiresia è proprio la tua voce, perché parte da lontano e si proietta aldilà di noi.

G. Forse si…

C. Perché ogni volta che ho visto lo spettacolo per me tu eri Tiresia, ma mi sono sempre chiesta dove e perché. Antigone è Antigone perché dice parole di rivolta, tu non dici parole di veggenza.

G. No, se non denunciare l’attuale situazione di merda.

C. Ma potresti essere un vecchio pazzo che urla.

G. Che arriva lì e sbrocca. È la voce in sé che è Tiresia infatti …

C. Perciò non è importante il fatto che non si capisse tutto ciò che dicevi, perché in inglese.

G. È bello quello che hai detto, che la voce oggettiva è Tiresia, allora se gli spettatori sono ognuno un possibile Tiresia vuol dire che la voce appartiene un po’ a tutti.

C. È la tua voce però non è la tua voce, non ti appartiene, mentre la voce di Silvia le appartiene, ed è minuta quanto è minuta lei, la tua sovrasta tutto.
Tu sei Tiresia perché metti l’ego da parte, lei è contemporanea perché l’ego lo pone al centro.

G. Certo è quello che le si chiede.

Anche in prova non mi sono mai imposta portando cose incredibili, non ho questo tipo di urgenza, l’ego che spinge in quel modo. Come attore tridimensionale fisico, qualcosa devi portare per la costruzione dello spettacolo, però io non so, non riesco a fare delle cose a proposito, in modo decisionale, io vado e cerco di vivere quel momento.

C. “Tiresia è cieco per aver troppo visto”: sulla scena tu non guardi la strada che stai percorrendo, improvvisi infatti, sei contemporanea, ma nello stesso tempo la tua voce viene da lontano e ci parla di uno spazio tempo antico dove è contenuta la verità.

G. Per me quella frase che Silvia dice nello spettacolo vuol dire anche che se ti fermi all’apparenza delle cose non vedi quello che c’è dietro. Tiresia è un cieco che vede molto più di quanto non potrebbe vedere con gli occhi.

C. Il tuo Tiresia non ha voglia di dare una lezione, vuole starci, lottare con Antigone, non insegnarle qualcosa.

G. Io questo lo sento molto, mi sento molto solidale con lei, fin dal primo momento che entro in scena, il mio Tiresia non ha delle verità da svelare, ma piuttosto vuole trovarsi in prima linea con lei. Essere nella stessa macchina, nella stessa broda, come si dice?

C. Nella stessa barca.

G. Si giusto, nella stessa barca.

C. Broda mi sembra più appropriato, anche se con una barchetta ci salveremmo.

Chiara Pirri

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