Ubu Rex 2011 – con il Consorzio Ubusettete parliamo di teatro indipendente

A una settimana dall’inizio della seconda edizione di Ubu Rex, rassegna di spettacoli del Consorzio Ubusettete in scena al Teatro Arvalia di Roma dal 10 al 20 marzo, intervistiamo i protagonisti.

Dario Aggioli (Teatro Forsennato), Fabio Massimo Franceschelli (OlivieriRavelli_Teatro), Elvira Frosini (Kataklisma Teatro) e Daniele Timpano (amnesiA vivacE) incontrano Teatro e Critica per un ampio discorso sul teatro indipendente romano. Anche dalle criticità emerse in questo dialogo partiremo per confrontarci con gli operatori dei teatri nell’incontro “Il teatro chiede spazio” che si terrà il 12 marzo all’interno della rassegna.

Voi siete un consorzio, una cosa un po’ atipica nel panorama teatrale italiano. Avete deciso di mettere insieme le forze invece di isolarvi, strada, quest’ultima, assai più facile da percorrere e affollata di vostri colleghi, perché? E come è nato il Consorzio?

Elvira Frosini La scelta del consorziarsi viene da alcune nostre convinzioni. Per dirla in maniera molto semplice è una ricerca contro l’isolamento, e un progetto “politico” nel senso più ampio, partendo dalle idee che condividiamo circa la posizione del teatro indipendente. Siamo convinti, almeno io sono convinta, che ci voglia più comunicazione -fare progetti insieme, scambiarsi idee, competenze- con tutte le compagnie, stare isolati non serve a niente.
Per quanto riguarda il Consorzio, nasce da una storia più lunga, da affinità che c’erano e ci sono tra le quattro compagnie, convinzioni di base molto simili sul nostro fare teatrale, sull’ambiente teatrale e sui linguaggi, pur essendo questi molto diversi.
La storia del Consorzio nasce dalla rassegna Ubu Settete! che ha avuto 6 edizioni. Lì ci siamo incontrati, Kataklisma e Teatro Forsennato si sono unite alle altre compagnie che organizzavano la rassegna (le principali erano tre: amnesiA vivacE, Circo Bordeaux e OlivieriRavelli_Teatro). A quel punto, nel 2008, abbiamo deciso di unirci per fare dei progetti insieme, mettere insieme le forze di cinque compagnie per organizzarci e far fronte a necessità produttive, di comunicazione e organizzazione in questo momento molto difficili da gestire per una compagnia isolata e indipendente. Attualmente, dopo l’uscita del Circo Bordeaux, il Consorzio è composto da quattro compagnie.

Questo oltre alla solidarietà artistica che avete l’uno verso l’altro. Vedo che spesso vi consigliate, vi date dei pareri sui vostri lavori.

E.F. Certo ci scambiamo idee sui nostri spettacoli, ma anche collaborazioni a livello organizzativo. Facciamo fronte comune.

Dall’ultima edizione di Ubu Settete! cosa e quanto è cambiato, in quasi 3 anni, nello scenario del teatro indipendente romano?

Fabio M. Franceschelli penso che sia peggiorato sostanzialmente. Sono venuti a mancare una serie di punti di riferimento che nei 5, 6, anche 10 anni passati c’erano stati. Il principale è stato il Rialto Santambrogio che è stato un centro d’aggregazione per una o più generazioni e per tutta una comunità. E poi tutte le cose che vi giravano attorno. Tu dici “il consorzio è un’anomalia”, in realtà fino a un po’ di anni fa Area06 era attiva come una sorta di consorzio, la stessa attività c’era intorno a Ztl. Sono venuti a crollare fondamentalmente gli spazi, c’è stata una frammentazione e c’è un forte senso di anarchia generalizzata. Non penso che ora a Roma ci sia in questo momento un centro d’aggregazione teatrale dove una persona esterna può trovare un campione sincero di quello che sta accadendo. Fondamentalmente c’è una diaspora e non c’è una grande prospettiva.

Credete che con la giunta Alemanno la situazione sia peggiorata oppure queste problematiche erano già nell’aria e sarebbero emerse comunque?

F.M.F. Non ne parlerei in questi termini. C’è un sostanziale disinteresse da parte da parte delle politiche culturali…

E.F. che è generale in tutta Italia e a Roma forse si è fatto sentire prima che in altri luoghi

F.M.F. Anche perché a Roma c’è sempre stato questo paradosso di un’incredibile presenza di teatri e questo fa sì che gli enti, dai municipi alle regioni, demandino agli 80/90 teatri che sono attivi a Roma quelle competenze che in realtà dovrebbero essere le loro. Ma le logiche dei teatri non sono certo le logiche di sostegno del teatro indipendente, del teatro di ricerca o della nuova drammaturgia, sono tutt’altre logiche e quindi noi siamo schiacciati da questo sistema.

Dario Aggioli E soprattutto c’è un gran numero di teatri e un piccolo numero di pubblico, i teatri sono vuoti, se non per grandi eventi o spettacoli spinti come grandi eventi. Poche sono le realtà dove il pubblico va a prescindere della spinta mediatica. Ci siamo dimenticati che il vero evento è lo spettacolo stesso e perciò l’incontro tra pubblico e artista.

E.F. Mi sembra che fondamentalmente sia successo questo: negli anni che vanno dal 2002 in poi c’è stato quasi un movimento di rinascita delle realtà indipendenti, un arricchimento a livello di linguaggi e di produzioni attorno ad alcuni centri, come il Rialto Santambrogio ma anche il vecchio Strike, o l’Astra occupato, o il primo Angelo Mai al Rione Monti. Tutte situazioni ai limiti dell’ufficialità, o della legalità, nate all’interno di spazi occupati e spesso precari e fatiscenti. Si sentiva un’atmosfera diversa, un bisogno di fare rete, l’idea di unirsi, di fare un sistema che comunicasse e desse spazio. Poi c’è stato un cambiamento, un’evoluzione, quasi esponenziale, che ha coinciso con l’ultima parte della gestione Veltroni e poi con quella Alemanno, ma aldilà della politica, ha coinciso con un allentamento. Oltre all’anarchia ora si tende di nuovo verso l’isolamento, contro il quale bisogna invece combattere. E vedo che non c’ è comunicazione tra molte realtà del teatro indipendente. A fronte di questo isolamento c’è invece una grande ricchezza di proposte. È un po’ contraddittorio e bisogna pensarci. Forse se fossimo attenti a quello che ci accade intorno forse potremmo lavorare meglio e riaprire dei dialoghi.

Dunque tra questo Ubu Rex e Ubu Settete! ci sono pochi contatti, inoltre Ubu Settete! era un vero e proprio festival indipendente. Mi sembra di capire che le cose sono molto cambiate rispetto a quegli anni, anche rispetto all’ultima edizione di quella rassegna.

Daniele Timpano Quella fu un’edizione importante, infatti è stata l’ultima.

D.A. Perché era difficile andare oltre…

D. T. Erano due settimane, una al Rialto e una al Furio Camillo, 31 compagnie, da Roma e da fuori. Senza fondi pubblici o privati, ma tutto finanziato dagli incassi delle serate. Le compagnie erano scelte tramite un bando estremamente trasparente. A fine rassegna, addirittura, mandavamo i conti a tutte le compagnie partecipanti.

Perciò in 3 anni e mezzo è diminuito anche il pubblico? Se prima potevate creare una rassegna di due settimane aperta a 31 compagnie e oggi non potete…

D.T. Te lo potevi permettere ma sul filo.

F.M.F. Però lì c’era uno staff di almeno 12/15 persone che lavoravano gratuitamente.

D.T. Compresi noi. C’era qualcosa di insieme eroico e assurdamente sciocco in Ubu Settete!. Ma anche qualcosa di molto utile. Per qualche anno siamo stati uno dei luoghi di incontro e conoscenza reciproca su Roma tra le compagnie ed era molto bello chiacchierare degli spettacoli appena visti, scambiarsi i numeri di telefono, parlare dei nuovi progetti in cantiere. Oltretutto ci trovammo ad assumere il ruolo quasi involontario dei “talent scout”; non a caso diverse compagnie, penso a Biancofango o a Fibre Parallele, sono entrate in stagione al Rialto (e dunque ammesse in qualche modo all’attenzione e all’interesse di una certa intellighenzia teatrale romana), successivamente alla loro partecipazione ad Ubu Settete!. Delle ultime edizioni, 2006 e 2007, siamo stati particolarmente fieri, ma era il massimo che si potesse fare senza soldi. Anche un microfinanziamento a pioggia, di quelli che recentemente hanno reso possibili tanto il progetto Novo critico che quello Ecce performer, sarebbe bastato. Però la situazione non è cambiata, o comunque non è migliorata.

F.M.F. Ma non è quello il problema. Il concetto di fare una rassegna è affascinante, ma anche immiserente. E’ un po’ triste l’idea di avere una sorta di spazio, limitato nel tempo e nel luogo, dove questi strani personaggi che sono i teatranti indipendenti si esibiscono e portano i propri lavori per poi scomparire e ritornare nel nulla da dove sono venuti. Oggi quella cosa (Ubu Settete! rassegna, ndr.) la vedo come un qualcosa si estemporaneo, che non poteva essere a lungo termine. Un progetto che interessa le realtà indipendenti deve essere una cosa più complessa e articolata e deve riguardare tanti soggetti. E forse l’unico soggetto che non deve essere interessato è proprio l’ente pubblico. Perché le sue logiche sono sempre in contrasto con gli obiettivi del teatro indipendente.

Però è anche vero che se non ci sono i soldi pubblici, e gli spettatori diminuiscono, da qualche parte un minimo di sostentamento bisogna pur prenderlo. Anche perché l’utilizzo di fondi privati in questo momento non sembra la soluzione più facile. Questa d’altronde era l’utopia di Baricco.

F.M.F. Secondo me non era un’utopia, era una provocazione seria. Io sono fortemente convinto che l’intervento dell’ente pubblico non debba essere quello di sovvenzionare il singolo artista o le singole compagnie, chi è che fa le pagelle e decide chi ha diritto ai soldi? Secondo me l’ente pubblico deve poter finanziare il sistema infrastrutturale. Ad esempio l’ente pubblico invece che sovvenzionare le compagnie (in base a quelle assurde graduatorie…) può creare un sistema di sgravi fiscali a favore dei teatri, quelli che riescono a dare spazio a compagnie che rispondono a certi criteri come l’età, l’innovazione, la nuova drammaturgia. Così non si abbatte quello che c’è di buono, perché 80 teatri è qualcosa di buono, sarebbe invece un sistema che aiuterebbe a potenziare il più possibile le energie che questi luoghi possono portare.

D.A. Io sono contrario a questo discorso. Io non sovvenzionerei mai e poi mai gli spazi. Secondo me gli spazi che non hanno pubblico devono iniziare a chiudere. Dobbiamo iniziare a sovvenzionare gli artisti, come fanno in Francia. Anzi in Francia sovvenzionano gli artisti e gli spazi, secondo me dobbiamo finanziare esclusivamente gli artisti. Perché con quel sistema (quello dei finanziamenti ai teatri ndr.) è difficile portare pubblico. Perché il teatro ha già i soldi…

F.M. Io non sto parlando di finanziamenti, ma di sgravi fiscali.

D.A. Perché se dai dei soldi agli stabili come succede col Fus, accade il gioco degli scambi, con gli stabili vuoti e direttori artistici che non si muovono per andare in spazi come Kataklisma o Riunione di condominio per guardare uno spettacolo di uno sconosciuto che può portare qualcosa di nuovo al pubblico. Al direttore artistico non interessa che il suo teatro sia pieno. Da cittadino io non capisco perché devo sovvenzionare un teatro vuoto.

F.M. Certo in quel caso l’ente pubblico deve capire perché il teatro è vuoto. Però pensiamo da qui al futuro. Io come artista ho un nuovo progetto teatrale e voglio rimetterlo al giudizio del pubblico. Non voglio i soldi dello stato… voglio l’agevolazione per avere uno spazio dove propormi, dunque i soldi dovrebbero andare allo spazio, per far sì che questo si apra.

D.A. Non sarà così perché chi avrà lo spazio metterà i propri amici, non andrà in giro a cercare spettacoli e non si interesserà del pubblico. Con questo sistema non abbiamo mai visto niente di nuovo se non quando è arrivato Martone all’Argentina,

E.F. Però lì parliamo del teatro istituzionale.

Secondo me in questo caso lo Stabile di Roma fa parte del discorso perché gestisce anche due teatri come il Quarticciolo e Tor Bella Monaca che potrebbero avere proprio quel ruolo di spazi aperti e invece sembrano essere privi di progettualità a lungo termine. Non riescono a valorizzare il territorio come si erano prefissati…

E.F. In questo senso sarebbe utile darli in gestione a giovani compagnie del teatro di ricerca. Questa è una proposta utile da fare.

Questi discorsi si riflettono sui vostri metodi produttivi? Io ho visto che più o meno tutti e quattro, non avete dei ritmi altissimi per la creazione, non soffrite di quella voracità artistica che si vede in altri gruppi di ricerca.

E.F. C’è stata ultimamente una fortissima accelerazione nella spinta di un certo sistema economico. Si è entrati in un meccanismo commerciale usa e getta che invece è fortemente estraneo alle ragioni della creazione. Ci rifiutiamo anche di stare a questo gioco.

D.T. Diciamo che non ci viene neanche chiesto con questa insistenza…

D.A. Noi abbiamo un percorso che è molto più creativo che produttivo. Io posso aver voglia di lavorare su uno spettacolo subito dopo averne scritto uno oppure aspettare due anni come mi è capitato alcune volte.

D.T. Infatti perché io sto lavorando alla nuova produzione con qualche lentezza? Perché era nata da una richiesta per il bando dell’Eti per le “Nuove creatività” e allora mi ero detto “bene, scelgo un argomento che mi interessa e lo faccio quest’anno invece che il prossimo”. Poi, sfortunatamente tanto per motivi economici che di visibilità del lavoro, con la chiusura dell’Eti, lo spettacolo si è nuovamente dilatato nelle dimensioni temporali che servono a me, quelle che mi permettono di capire e costruire meglio un lavoro il più possibile sensato.

F.M.F. Io posso permettermi un solo tracollo finanziario all’anno. Quando me ne potrò permettere di più, farò più produzioni anche io.

Direi che questa battuta è ottima per salutarci.

F.M.F. Aspetta io vorrei un attimo riallacciarmi al discorso di Ubu Settete!. Perché c’è una cosa che è cambiata in positivo. È cambiata la critica. Ai tempi delle prime edizioni di Ubu Settete!, già nel 2003, oltre alla rassegna, organizzammo una fanzine teatrale chiamata sempre Ubusettete che durò 3-4 anni producendo otto numeri. L’idea era: non ci sono critici che si interessano al nostro ambiente, mettiamo la critica in mano agli artisti. Fu un esperimento con aspetti positivi e negativi, per alcuni divenne un punto di riferimento. Negli ultimi 3-4 anni io invece posso confrontarmi con una generazione di critici – tu sei uno degli esponenti – che prima mancava. Non so spiegarmi completamente a cosa è dovuto, se è stato grazie al web o altro.

Il web è stato determinante per far sì che tutti quelli della mia generazione, trovando quasi sempre sbarrate le porte della carta stampata, riuscissero ad avere un luogo dove tutto potesse essere possibile nell’ambito dell’espressione culturale e critica. Poi le affinità con il teatro indipendente sono molte proprio perché anche la maggior parte di noi lavora tra mille difficoltà economiche e non solo, molte volte anche noi siamo i produttori, o meglio, gli editori di noi stessi. Forse anche per questo troviamo una certa sintonia con il vostro mondo.

D.T. Poi c’è anche di positivo il fatto che alcuni critici delle generazioni precedenti si sono riavvicinati a questa scena avvicinandosi prima a voi. Considerando voi hanno considerato di più una certa scena.

Andrea Pocosgnich

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Comments
  • riccardo carbutti 8 marzo 2011 at 01:05

    “Io sono venuto qui per piantare alberi, non mettere fiori alla finestra” in questa frase di Renato Quaglia vi è tutta l’essenza del lavoro che deve animare i direttori di teatro e dei festival. Bisogna rivoluzionare in maniera radicale il sistema dei sostegni. Partire dalle infrastrutture può essere un buon inizio. Attivare dei parametri che invitino i direttori a osare, per non trovarsi in fondo ad ammirare i soliti fiori alle finestre

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