Piccole vite miopi: Emma Dante e la trilogia degli occhiali

Dopo il blitz al Teatro Valle, dove durante le Feste natalizie aveva presentato la sua “favola per bambini e adulti” Anastasia, Genoveffa e Cenerentola, Emma Dante torna a Roma, stavolta sul palco del Palladium, per la prima romana de La trilogia degli occhiali.

Quella di Dante è stata un’estetica dirompente, proprio perché non limitata a se stessa. Un’estetica dell’urgenza, un grido di terre calpestate, una strada tortuosa coperta di polveri difficili da mandare giù, sapori che fanno tossire, coscienza arsa.

La consacrazione come enfant prodige è arrivata presto, quando già i suoi spettacoli erano di livello stellare, nell’esatto crocevia tra parola d’autore e un’immagine di per sé già abbastanza forte da rompere il silenzio in mille pezzi. E uno spettacolo di Emma Dante regala un po’ quella sensazione, di raccogliere le briciole di incredulità lasciate indietro da una ferita che ancora sanguina. Se tutto funziona come deve, i suoi sono spettacoli ciclici, in cui le energie mosse sono presenti dal principio: la regia le organizza per temi, per immagini, per grida, per tagli di luce e dà loro un senso che è pieno solo alla fine.

Una trilogia va vista tutta insieme, ingerita come un pranzo di matrimonio, portata dopo portata. Se a fine serata ci si sente sbronzi di cibo e vino ma si conserva lo stampo di un sorriso significa che è stata una bella festa. Acquasanta è il titolo del primo lavoro, con un sempre esplosivo Carmine Maringola. Abbandonato a terra dalla nave su cui da sempre era imbarcato come mozzo, il marinaio impazzisce di nostalgia. Il corpo legato a tre ancore (che viaggiano su e giù su tre carrucole sopra la sua testa), il suo è il racconto sconnesso e urlato di chi è alla deriva sulla terraferma. Quante volte capita di essere sommersi dai racconti di quei personaggi senza storia, barboni che abitano una piazza da quarant’anni, tenendosi la vita in un sacco di plastica e blaterando ai passanti? Così Maringola ci racconta un tormento che non è semplice follia, è memoria, nostalgia, ansia di liberarsi. Sotto un firmamento di stelle a retrocarica, il suo passato si affastella in voci ed echi, e lui sbava, si contorce, si tormenta il corpo sudato mentre gioca con i ricordi come un bambino userebbe le bambole.

Bambole. Questi oggetti sono sempre più presenti nell’immaginario di Emma Dante, che nel suo sito web (www.emmadante.it) ci costruisce su tutta la grafica. Bambola come qualcosa di morto che somiglia al vivo. Qualcosa che forse è stato vivo un tempo, che potrebbe tornare ad esserlo, se solo da lì passasse un soffio magico. La magia è l’altro elemento ormai sempre presente, negli ultimi lavori della regista siciliana. Da Le Pulle a Cenerentola per arrivare qui. Il secondo frammento, Il castello della Zisa, prende il nome dal quartiere palermitano e da una sorta di storia popolare dai contorni fiabeschi, che Dante spiega nelle note di regia ma di cui quasi nulla si può intuire vedendo la scena. Due donne accudiscono un uomo in stato catatonico, simile a una bambola zoppa, appunto. Agito senza parole, ma solo a colpi di suggestivi e incomprensibili sussurri, il loro è un dialogo dell’urgenza, una scena comica con entrambi i piedi piantati sul ritmo. Anche qui compare un congegno a carica, due bambole carillon agli estremi del proscenio, che diverranno unico elemento stabilizzante quando improvvisamente l’uomo tornerà a muoversi, come resuscitando. Tuttavia a questo intermezzo manca un vero e proprio picco e una soluzione, tutto ciò che c’è di comico nella grande prova d’attore di tutti e tre viene in qualche modo annientato dalla frammentarietà, lasciando dietro non molto più di un buon ponte per il terzo capitolo.

Ballarini è una breve sinfonia malinconica di grande tenerezza, che deve molto alla musica e all’espressività dei due attori. Una vecchietta curva ritrova in un vecchio baule un oggetto appartenente al marito morto, una sorta di madeleine che è il passaporto per un viaggio nei ricordi. Gli ultimi balli sbilenchi quando già l’artrite divora i corpi, il primo figlio, il matrimonio, la prima notte d’amore, il primo bacio rubato. A ritroso nei ricordi più intimi, la storia privata corre sulle note della grande canzone italiana, in un’atmosfera da festa d’addio per cuori fragili. A scatenare il ricordo è, simbolicamente, una spina elettrica, che accende un firmamento di lampadine.

La trilogia degli occhiali porta in scena tre frammenti di marginalità, tre vite miopi che si cercano il senso a vicenda. Lo schema della variazione sul tema funziona quasi sempre, soprattutto se in mano a una regia così sapiente. In questo spettacolo Dante smette molti dei toni eccessivi che avevano caratterizzato, soprattutto visivamente, i suoi recenti lavori, scegliendo un’essenzialità vincente. Resta qualche perplessità sul quadro intermedio, che manca di quel cortocircuito poetico che invece rende ottimi gli altri due. Tuttavia una buona drammaturgia è fatta anche di respiri. E ad ogni modo l’integrità della riflessione su tempo, memoria ed emarginazione silenziosa non si infrange mai.

Michelle Martini

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in scena dal 9 a 27 marzo 2011
Teatro Palladium [vai al programma 2011] Roma

LA TRILOGIA DEGLI OCCHIALI
Coreografia, Regia, Drammaturgia Loredana Parrella
Disegno luci Cesare Lavezzoli
Testo e Regia Emma Dante
Con Carmine Maringola, Claudia Benassi, Stéphanie Taillandier, Onofrio Zummo, Elena Borgogni, Sabino Civilleri
Scene Emma Dante, Carmine Maringola
Costumi Emma Dante
Disegno Luci Cristina Fresia
Co-produzione Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro Stabile di Napoli, CRT Centro di Ricerca per il Teatro
Con la collaborazione di Théâtre du Rond Point – Parigi
Coordinamento produzione/Distribuzione Fanny Bouquerel/Amunì