Pane ai Circensi – Andrea Cosentino riflette sullo statuto dell’arte

nella foto Francesco Picciotti – Novo Critico 2010

Premessa: chi scrive non ha avuto modo di vedere Esercizi di Rianimazione, ultimo spettacolo di Andrea Cosentino, dal quale la performance Pane ai Circensi, presentata all’interno della rassegna Ubu Rex II, prende vita. Incipit del suddetto spettacolo o sua base teorica, come l’ha definita Chiara Pirri nella recensione pubblicata in questa stessa sede, l’azione performativa di Cosentino acquisisce valenza autonoma, plasmandosi come pièce per un nuovo teatro di strada e versatile intervento artistico alla stregua del divertentissimo e intelligentissimo Telemomò. Una marionetta dal volto bianco, invecchiato, siede silenziosamente a terra. È un mendicante il cui corpo è sorretto dalle braccia di Francesco Picciotti e dello stesso Cosentino, al contempo manovratori e compagni. Una gamba finta, di bambola, fuoriesce dalla mantella beige che copre il corpo della marionetta, mentre una busta di plastica contiene gli oggetti che verranno utilizzati durante la performance. Il mendicante sbatte un barattolo di latta a terra, poi attraverso un registratore che riproduce la voce di Cosentino, chiede denaro, chiede i soldi degli spettatori, mentre, con sigarette, cagnolini di peluche e il cadavere di una gallina di gomma, produce piccoli divertenti sketch. L’azione chiede il riso, la voce registrata su nastro incide, taglia, provoca un cinico, ironico, tragico pensiero. “Mi dai dei soldi perché ti provoco? Pagheresti qualcuno per farti provocare? Ma se vieni qui già con l’intento di farti provocare, come posso provocarti? (…) Il teatro fa domande ma non da risposte. Pagheresti qualcuno per farti delle domande? (…) Mi dai dei soldi perché sono libero? Pensi che con i soldi puoi comprare la mia libertà? (…) Se chiudessero gli ospedali i malati protesterebbero e se chiudono i teatri? (…) Chi deve pagare i teatri? Stato, privati, i famigerati mecenati? (…) L’arte deve essere popolare? (…) Mi pagheresti perché faccio avanguardia?”.

L’arte è accattonaggio? L’accattonaggio è una forma d’arte? Si chiede Cosentino nelle righe di presentazione della performance, non solo rendendo esplicita la chiave meta teatrale che sta sullo sfondo dei suoi spettacoli e che si accompagna alla volontà di protrarre un discorso fortemente sociale, critico e popolare, ma anche individuando, forse per la prima volta nella sua carriera, un noi, un micro target di riferimento – assolutamente non esclusivo – costituito dagli stessi teatranti, lavoratori del settore, operatori culturali, talvolta vittime, talvolta carnefici, talvolta operai, talvolta santi e soldati di una guerra che dimentica presuntuosamente il pubblico e le sue motivazioni. Molteplici, risultano, quindi, le modalità di fruizione di Pane ai Circensi: da un lato l’artista comico e provocatore, Andrea Cosentino e Francesco Picciotti, autore-attore e performer; l’immagine ironica, il frammento di mondo in cui il mendicante vive scherzosamente, prendendo per i fondelli il suo pubblico; dall’altro il mondo che ruota intorno a tale immagine, alla creazione artistica, lo statuto dell’arte, la sua essenza di bene non-strettamente necessario eppure, in qualche modo – sconosciuto, mistico e ambiguo – indispensabile. Il prodotto e ciò che ruota intorno ad esso, esteticamente, sociologicamente ed economicamente.

Mi sembra indispensabile contestualizzare Pane ai Circensi all’interno della rassegna Ubu Rex II, ossia vedere la performance ancorata all’incontro Il Teatro Chiede Spazio: teatro romano spazi e produzione, organizzato al suo interno. Proprio qui, le problematiche dei tagli alla cultura, della chiusura degli spazi, delle future direzioni del Teatro di Roma, la volontà di trovare un terreno comune in cui agire concretamente, si sono cercate di discutere e affrontare nel tempo a disposizione. Io credo che le domande poste dalla performance di Andrea Cosentino, possano essere al contempo risposta e presupposto non utopico per nuove direzioni, nella messa in crisi dello stesso valore artistico di cui ci eleggiamo difensori, nel fuggire il pregiudizio di un pubblico-imputato o plasmato dal potere mediatico (un giudizio, talvolta fondato, emesso già in partenza) dal ruolo che assumiamo quotidianamente di accusatori e imputati.

Scrive Simone Nebbia, in un articolo dedicato a Cosentino – pubblicato sempre in questa sede -: «Sarà che per la fantomatica destrutturazione di concetto e linguaggi, quella cosa lì che chiamiamo ricerca, ci sarà bisogno, per prima cosa, di destrutturare gli artisti». Mi sembra che, in Pane ai Circensi, una delle sue più belle performance, Cosentino abbia destrutturato se stesso. La sua voce, staccata dal corpo e riprodotta dal registratore – quella stessa voce che formula le inquietanti e disturbanti domande e che indaga il regno della creazione artistica -si sviluppa nella riproduzione (tecnica) del luogo comune (l’artista genio, l’artista libero, l’artista provocatore, l’arte per il popolo, l’arte per l’élite) e allo stesso tempo fa, di questi luoghi comuni, un prodotto vendibile, come un nastro di cassetta, sugli scaffali di un mercato radical chic Distante da quella voce il corpo dell’autore attore, insieme a quello di Francesco Picciotti, lavora, concretamente e fisicamente. Plasma l’immagine poetica, dona umiltà e ironia al mendicante, ingenuità e semplicità ad un atto creativo improvvisamente astratto da qualunque ragionamento paraintellettuale (o paramercantile).

Matteo Antonaci

visto al Teatro Arvalia (Ubu Rex II)
Roma

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