La penna e il coltello: il testamento di Franco Quadri

Dedicato a chi sacrifica la vita all’arte e del contrario vive.

Questo non è un necrologio, né un elogio postumo. È il desiderio di conoscere qualcuno, passando per la propria scrittura, rammendare attraverso di essa i filamenti che compongono un volto, un pensiero, l’azione di un uomo appena andato via. Di Franco Quadri – morto due giorni fa – non voglio rintracciare un ricordo personale di contatto o il suo contrario, voglio ricordare un preciso momento in cui ebbi chiaro quanto è stata e sarà – nel bene e nel male – importante per le generazioni che sono e che verranno la sua funzione, la sua presenza, il suo totalitarismo. Non ho voglia né in fondo preparazione per farne io un ritratto, come già molti hanno fatto in questi giorni. Soprattutto so con certezza che ogni cosa, da questa sede in cui attaccai i suoi Premi Ubu solo pochi mesi fa, per molti sarà ipocrita, opportunista, occasionale, cerimoniosa. Ma non demordo e intervengo, perché desiderio qui è quello di conoscere. E tenterò.

Franco Quadri è stato un critico, saggista, traduttore, difensore e inventore del teatro d’arte in ogni suo scritto: un grande intellettuale. Ma anche editore, direttore artistico, direttore ombra, assegnatore di spazi e premi, dispensatore di elogi sperticati ed esclusioni nette per solo scarto di simpatia. Franco Quadri è stato tante, troppe cose per questo ambiente, troppe per non ricordarne ogni segno, che si tratti di penna densa o di coltello affilato. Valga l’articolo dell’altro Franco, Cordelli, letto ieri mattina sul Corriere, in cui dice con la stessa lapidaria sentenziosità: “Era troppo fedele alle amicizie. I registi che piacevano a me, neppure li andava a vedere. Non mi piaceva che fosse così coinvolto. Mi piaceva che avesse inventato le edizioni Ubulibri e il Patalogo, un monumento di storia teatrale contemporanea”.

Lo scorso anno, poche settimane prima di incontrarci e vivere assieme giorni lieti in un festival in cui non era mai stato prima, scoprire cioè quella sua tardiva umanità che il gran parlare attorno gli aveva sottratto in tanti anni decretandolo diabolico, a poche settimane da lì in un altro festival toscano, a Siena, fui invitato ad intervenire in un laboratorio critico tenuto da una collega della mia età, parlando delle mie pratiche, il mio modo, il mio costume di testimone; non ci riuscimmo, ma questo non importa, quel che importa invece è la sua accoglienza: mi regalò alcuni taccuini, su uno di questi c’era una frase di quel Franco Quadri che parlava (fin dal titolo) de La solitudine del critico pari a quella del regista, decretava cioè questa immediatezza, vicinanza fra le due estremità dell’arte, dicendo con questo la sua devozione a quella presenza muta, fantasmatica, che l’arte stessa attraversa. Anche a discapito di sé. Ma c’è altro: quel gesto, quel dono, veniva da una coetanea con cui forse non condivido pratiche o estetiche o territori o meglio ancora visioni sulla funzione critica, ma era lei a donare quella frase a me, io a riceverla: per questo dico che Franco Quadri, signore feudale del teatro italiano di troppi decenni, è nel bene o nel male il territorio comune, il campo di confronto su cui si affaccia questo nuovo conflitto/accordo di sguardi sull’arte.

Cosa ci resta, alla fine. Tratto questa frase senza il punto interrogativo che le sarebbe necessario. Perché interrogarsi su questo non si misura sulla sola fine, dell’uomo e di un’avventura, ma va da prima a dopo. Quadri ci lascia un vuoto d’impegno sovrano al teatro dedicato, ci lascia senza l’ultimo tassello che teneva questo ambiente legato a una rilevanza culturale, per cui tanto ha lottato, ci lascia però anche di fronte al pericolo che lui stesso ha attraversato e indicato, diventando quell’icona di compromissione, quella figura bifronte coperta di un’aura deterministica che le corti di questo paese hanno alimentato in ogni maniera: la sua morte avrà senso ulteriore dalla fine di una vita, se e solo se sapremo coglierne anche il monito incontestabile che ci dice del potere e delle sue seduzioni, così come ci dice di un innegabile “incisivismo” in cui cade il suo esercizio, anche se inconsapevole. Ma quel che più lascia, oltre tutto questo gran dire, è la viva curiosità di un testimone oculato, reattivo, appassionato, che a quella solitudine ha declinato, sacrificandola, l’intera sua vita di uomo.

Simone Nebbia