Inventando una storia vera. Spara Frank, di Luca Garello

La locandina recita come sottotitolo: “la vera storia di Franklin Ray Tucker”. Certo direte voi è comune quando l’autore, nella maniera più fedele possibile, cerca di raccontare la vita di un uomo e di far mutare in atto artistico il quotidiano interrotto dalla fatalità. Operazione questa che se non condotta magistralmente può facilmente deviare nell’inganno di una realtà quasi sempre inoggettivabile. Ma se l’inganno è altresì meditato, se l’arista preferisce a un’utopistica mimesi, l’inganno stesso, quasi dichiarato, facendo sì che sia la propria fantasia, in collaborazione con lo studio, a partorire una storia da “spacciare” poi per vera?

Non me ne vorrà perciò il pubblico se rivelo che il caso appena descritto si riferisce a Spara Frank, debutto alla scrittura di Luca Garello in scena alla Fonderia delle arti di Roma fino al 27 marzo. Concettualmente il gioco tra realtà e invenzione è quantomeno curioso, soprattutto se pensiamo al tema. Non sarebbe stato impossibile ripescare da giornali e libri la vicenda di un vero Franklin Tucker e riportarla sul palco, invece Garello con una scrittura sicura senza cadere in facili patetismi affonda le mani nel ventre sporco dell’occidente. È l’America a cavallo tra i ’70 e gli ’80, sono gli States reaganiani dell’ondata liberista e dell’appoggio ai regimi militari nel sud del continente, del riflusso post contestazione giovanile e del pugno duro contro il crimine, dove giustizia e diritti sembrano essere cose per ricchi.

Per ricchi appunto, Franklin purtoppo non è uno di loro, è solo un povero ritardato figlio di quel Texas indurito dalla polvere degli uragani. Dall’altra parte, Howard, il giornalista che viene da lontano, il cronista che si sporca le mani per denunciare la storia di Franklin. In scena Francesco De Francesco e lo stesso Luca Garello creano una narrazione a due voci, si alternano in un impasto drammaturgico che preferisce l’epica al dramma, il racconto al dialogo.

Se De Francesco ha il compito anche di far emergere molti dei personaggi che con Franklyn vengono a contatto – galeotti, parenti ubriaconi e amici capaci solo di sfruttare la sua demenza – e lo fa recitando con rara naturalezza, Garello si cala nei panni del condannato, trovando quasi sempre la giusta misura. Franklin è un eterno bambino, questo sembra volerci dire il suo interprete e autore, cambia pochissimo da quando con i pantaloni alla zuava, non bastandogli un amico immaginario, si creava un compagno di giochi fatto di legni e manici di scopa. Quel Franklin bambino è lo stesso chiuso in carcere che cerca di attaccare un foglio con il sole disegnato sul soffitto della cella buia, è un adulto troppo bambino per difendersi da un crimine non suo, raggirato dalla vita e dalla giustizia. Giudicato con superficialità nelle azioni e nella sanità mentale, divenuto in poco tempo capro espiatorio della comunità, spot elettorale per giudici e procuratori, criminale da sopprimere come un animale nell’eccellente applicazione di una “democratica” sentenza di morte.

Le vicende del povero Franklin trascinano con facilità gli spettatori nell’emozione del racconto (tanto che qualche fanciulla tra il pubblico ci lascia pure un paio di lacrime), eppure tornando a pensare a quel meccanismo d’inganno con cui l’autore gioca abilmente con il nostro desiderio di verità, sento un vuoto. Quell’interessante concettualità rimane inespressa sulla scena e nel discorso recitativo, richiederebbe forse un lavoro diverso sulla recitazione, un tentativo di riflettere sulle entità di attore e personaggio, uno straniamento in cui confessare quel potente gesto artistico che altro non è che la creazione; ma il lavoro ha appena debuttato…

Andrea Pocosgnich

in scena fino al 27 marzo 2011
Fonderia delle arti
Roma