Brook con Fragments porta a Roma i cinque pezzi non facili di Beckett

Torna a Roma distanza di tre anni una delle più recenti regie di Peter Brook, “Fragments”, che mette insieme “cinque pezzi tutt’altro che facili” di Samuel Beckett: Rough for Theatre I, Rockaby, Act Without Words I, Neither e Come and go.

Particolare è il luogo. Se prima era arrivato a Roma occupando il palco del Teatro Valle, stavolta è ospite del Teatro Eutheca (European Union Academy of Theatre and Cinema), realtà accademica romana che unisce le forze di alcuni professionisti della scena e dello schermo preoccupandosi di formare una generazione futura in grado di avere a che fare anche e soprattutto con la lingua inglese e con la recitazione internazionale (concetto quanto mai spinoso e difficile da liquidare in una riga nell’area chi siamo di un sitoweb).

Brook, lo sappiamo, è la quintessenza della regia, uno di quei grandi maestri che danno davvero senso alla parola “messinscena”. Niente di fuori posto, niente di esagerato, niente di pretestuoso, l’essenzialità delle parole ridotte al loro nervo più puro. Questo cammina in scena. Se nell’edizione 2008, quella che ho avuto la fortuna di vedere nella tournée britannica, i tre protagonisti erano Marcello Magni, Josh Houben e Kathryn Hunter, tre mostri sacri della performance, il cast di queste repliche non è certo da meno: il fido Bruce Myers, l’immortale Yoshi Oida e la grande attrice e regista inglese Hayley Carmichael.

Un’agilissima ora di spettacolo, senza intervallo, che testimonia il perfetto connubio tra le due colonne Brook/Beckett, generando una summa di teatro di finezza davvero rara.

La scena è vuota, come da programma, fa spazio a quel rigore verbale proprio di Beckett, alla sua essenzialità lattea, alla sua semplicità disarmante così come alla puntualità di pause e significati, l’assoluta disciplina nella resa visuale della parola scritta. Un invenzione che si rinnova di momento in momento.

Il primo frammento racconta l’incontro e l’unione di un mendicante storpio e di uno cieco, che mirano, con l’immancabile arma dell’ironia beckettiana, a ricostruire un essere umano che abbia tutte le caratteristiche, ma che si rendono vulnerabili alle debolezze più basilari. Il monologo di Rouugh for theatre è una filastrocca sulla solitudine più profonda. C’è poi un’esilarante scena muta che mostra in pillole la giornata tipo (o la corsa umana) di un personaggio tormentato e irascibile e di uno invece soddisfatto e felice. L’elemento femminile torna nel quarto pezzo con un altro breve e insinuante soliloquio sull’indecisione che prende il ritmo di una sedia a dondolo e lo spettacolo si chiude con la celebre scena del “pettegolezzo incrociato” delle tre vecchie signore Flo, Vi e Ru, un’altra lezione di umorismo tragico, in qualche modo vicino a certi ritratti parodistici che Pirandello faceva della mentalità paesana.

Ironia è la parola chiave, quella risata un po’ isterica che si fa unica alternativa a un pianto disperato, a una deriva senza ritorno, non appena si affacciano certe consapevolezze. Ma è Brook stesso a dire che Beckett va riscoperto, ché tutta quell’aura di pessimismo che lo avvolge finisce per banalizzare quella che invece è la sua grandezza. In questo Fragments Beckett è un autore comico, a tutti gli effetti. Cadente e decadente è il suo mondo, pieno di angoli ammuffiti, abitati da piccole ansie e sentieri sull’orlo del precipizio. Ma su quei sentieri si avventurano personaggi nudi, semplici, che sarebbero davvero spensierati non fosse che li tradisce l’ignoranza nei confronti di quell’abisso. Quello che incombe sullo spettatore è sempre e comunque il timore di riconoscersi sulla scena. Se la poesia di Rough for theatre allude anche a un appagamento sessuale che la solitudine e l’isolamento (qui quello sensoriale, del cieco) rende tutto sommato impossibile, il riso si spegne lento e inesorabile anche su Rockaby: si unisce il verbo to rock, dondolare al temine lullaby, ninnananna, ma si allude anche a un terzo senso, dal momento che by di per sé dà il senso dell’andare, del passare vicino a qualcosa: to come by è passare di qua, che porta il senso di un secondo movimento. Il ciclico e puntuale ripetersi di parole stesse della donna sul dondolo che cerca una ragione per la propria esistenza punta a trascinare l’attenzione dello spettatore down, down, down, giù, giù, giù, negli abissi dell’incomunicabilità.

Michelle Martini

dal 15 al 19 marzo 2011
Teatro Eutheca
Roma

info per orari e biglietti su: www.eutheca.eu

FRAGMENTS
Rough for Theatre I, Rockaby,
Act Without Words II,
Neither and Come and go
Testi di Samuel Beckett
Regia di Peter BROOK & Marie-Hélène ESTIENNE
Light design Philippe VIALATTE
con Hayley CARMICHAEL
Bruce MYERS
Yoshi OIDA
Produced by C.I.C.T / Thèâtre des Bouffes du Nord, Paris