“456”: il sud reinventato da Mattia Torre nel segno della morte

Conoscevamo Mattia Torre come autore, tra le altre cose di quel Boris che ha fatto entrare un po’ d’aria fresca nell’invariabile e ammuffito panorama televisivo (in uscita domani nella versione cinematografica), avevamo testato con mano la sua scrittura teatrale, potentissima nel Migliore con Valerio Mastandrea, ora dobbiamo riconoscergli pure una capacità registica di primo livello.

Questo 4,5,6 nella sala Piccola del Teatro Eliseo, all’interno della rassegna Roma Città Teatro (della quale consigliamo anche i prossimi Vincenzo Pirrotta, Mimmo Cuticchio e Scimone/Sframeli), è una scoperta, un lavoro che colpisce per la drammaturgia (dimostrazione che si può e si deve fare ricerca sulla parola), la messa in scena e la bravura degli attori. Ironici, tragici, impassibili, Carlo De Ruggieri, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Franco Ravera, ingranaggi precisissimi di un meccanismo altrettanto puntuale.

È un sud senza nome e geografia definita quello descritto da Torre, è uno spazio senza luogo e connotazione temporale, teatralmente è una scena nera chiusa da tre pareti. Come i personaggi gli attori non hanno vie di fuga, le rare volte che hanno bisogno di “entrare in scena” lo fanno dalla platea, unico riposo è il volto verso le pareti nere, bagnati da una luce che li mostra nascondendoli. La famiglia, proprio quella del sud, istituzione caposaldo della società, qui è degenerata nel cancro di un barbaro conservatorismo, incapace della più timida apertura verso l’esterno. Famiglia del sud certo, ma geograficamente e linguisticamente inesistente, parlante un miscuglio grezzo e incattivito dei vari dialetti meridionali, di composizione moderna – solo tre persone – ma dai valori arcaici. Padre, madre e figlio, protagonisti di una pièce che per movimento ricorda in qualche Eduardo, Beckett per l’assurdo che la attraversa e Checov per la mortale immobilità. Non c’è amore o altruismo tra di loro, ma solo la sopravvivenza e la lotta per i propri spazi: sono tre animali braccati divisi dalle più tradizionali dinamiche familiari, tragici esponenti di un’umanità a perdere che tocca talmente il fondo da diventare tragicomica in quella surreale violenza tipica dei video-racconti di Ciprì e Maresco.

Si ride per tutto lo spettacolo grazie alle deformazioni di un dialetto inventato, ripetizioni e paradossi sulla degenerazione dei valori creano una comicità viva e quasi mai banale. Basti ricordare che nel soggiorno dove tutto si svolge è allestita una cucina sulla quale cuoce il “sugo perpetuo”, una pentola che fuma dalla morte della nonna avvenuta 4 anni prima.

La morte appunto, diventa qui argomento centrale per fuggire dal presente. D’altronde i tre vivono nell’attesa, ognuno della propria “Mosca”: il figlio è tenuto alla catena, ma sogna la grande città, il lavoro nella capitale; la madre inverte l’utopia e invece di puntare all’irrealizzabile vive per riavere una teglia data in prestito; il padre invece è proiettato già verso l’aldilà. È lui a spostare l’asse del futuro verso la morte. Tiene la famiglia per giorni a provare la risolutiva cena da fare con una specie funzionario (uno che decide di farsi prete pur di non pagare le tasse) per acquistare i primi posti al campo santo, neanche fossero biglietti di tribuna per lo show del momento. È morte di lusso per dimenticare la vita mediocre, nel tagliente silenzio di una verità dolorosa: “in questo paese l’unica cosa che ti puoi permettere è una degna sepoltura”

Andrea Pocosgnich

in scena fino al 3 aprile 2011
Piccolo Teatro Eliseo [vai al programma completo] Roma

Nutrimenti Terrestri presenta
456
di Mattia Torre
con Carlo De Ruggieri, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino, Franco Ravera
regia Mattia Torre
disegno luci Luca Barbati
scene Francesco Ghisu
Produzione Maurizio Puglisi e Ninni Bruschetta

Comments
  • Fabio M. Franceschelli 3 aprile 2011 at 00:45

    davvero scritto benissimo… molto molto bello

  • Gabriele 11 aprile 2011 at 14:02

    A me, al contrario di Fabio, non è piaciuto per nulla. L’ho trovato noioso, compiaciuto e televisivo. Non mi meraviglia che in una piazza come Roma sia stato un successo ma, a mio parere siamo molto lontani dal teatro. Durante il testo non succede nulla (e non citatemi Beckett vi prego) se non una serie di battutine poco riuscite e compiaciute. Gli interpreti ce la mettono tutta ma sono molli, rappresentativi e microfonati. Ovviamente metto in conto di poter essere io in torto ma visto quanto poco mi è piaciuto non potevo astenermi dall’esprimere la mia opinione.

  • Fabio M. Franceschelli 15 aprile 2011 at 14:04

    microfonati senza dubbio, d’altronde dubito che al piccolo eliseo si possa arrivare oltre le prime 5 o 6 file senza microfoni. È davvero un teatro infelice.
    Ammetto che alcune battute sono sembrate “televisive” anche a me, nel senso che in alcuni momenti si scadeva in una comicità televisiva tipo Albanese o Aldo/Giovanni/Giacomo. Per il resto, un approccio alla drammaturgia che mi è piaciuto molto e in cui, almeno in parte, mi riconosco: il grottesco come strada per l’emersione del dramma

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