Sidi Larbi Cherkaoui apre Equilibrio – Festival della nuova danza. Tra l’esotico e il glocale.

Giunto alla sua settima edizione, Equilibrio – Festival della nuova danza inaugura la sua programmazione con Play, spettacolo nato dalla collaborazione tra Sidi Larbi Cherkaoui (direttore artistico del festival per il secondo anno consecutivo) e la danzatrice di origini indiana Shantala Shivalingappa. Nella modalità consolidata dell’eclettico danzatore belga-marocchino, figlio del teatro-danza postbauschiano, a cui apporta venature hip hop e tematiche etichettate spesso come “terzomondiste”, la danza diviene incontro tra culture. Un gioco, come questa volta suggerisce esplicitamente il titolo, in cui il background culturale di ogni danzatore si manifesta attraverso il vasto repertorio di partiture fisiche acquisite dal paese d’origine, destrutturate e ricostruite. Una danza specchio della società glocalizzata (utilizzando il termine coniato da Zygmunt Bauman) che guarda al locale e al globale come due facce di una stessa medaglia e che vede nella comunità locale il fondamento delle società di ogni epoca.
D’altronde, proprio attraverso questa modalità di scrittura coreografica, Sidi Larbi ha conquistato il cuore degli spettatori attraverso la sua vastissima produzione artistica. Basti ricordarlo in scena con Akram Khan nel meraviglioso Zero Degrees, circondato da monaci Shaolin nell’altrettanto incantevole Sutra, o ancora, alle prese con la danzatrice di flamenco Maria Pagès in Dunas. Spettacoli in cui il corpo del danzatore si impone allo sguardo nella sua meravigliosa sinuosità e versatilità, nella sua camaleontica capacità di rubare danze altrui e di farle proprie. L’annodarsi delle mani, il loro fluttuare rapide nell’aria per suggerire percorsi narrativi, la parola come ritmo musicale, scalpello per costruire immagini mentali e ancora il movimento, rapido, furioso, sono tecniche utilizzate dal danzatore per trascendere i concetti di tradizione e contemporaneità, superare il tempo, giungere a uno stato di eterea sospensione. Danze postesotiche o postoccidentali le chiama Elisa Guazzo Vaccarino nel suo Danze Plurali/L’altrove qui. Danze in cui la componente orientale non giunge allo sguardo dello spettatore come fenomeno esotico, ma come elemento di una scrittura scenica o coreografica condotta da artisti che mostrano la loro identità plurima, integrandosi nei più diversi contesti e facendo dei loro spettacoli il prodotto dell’industria culturale planetaria.

Dedicato a Pina Bausch, prima sostenitrice del lavoro di Sidi Larbi e Shantala, Play è, come si diceva prima a proposito del titolo, un gioco. Da un lato la messa in scena con il relativo gioco di ruoli imposto dal fare teatro, dall’altro i giochi giocati dalle persone, il confronto, il ruolo di ogni singolo individuo nella vita di coppia, la partita sempre aperta tra l’essere maschile e l’essere femminile. Una scena spoglia, dunque, sul cui sfondo si erge un’intera parete costruita da quadrati di legno. In questo spazio apparentemente vuoto (presto ci si accorge di enormi scacchi disposti in ogni angolo della scena), una schiera multietnica di musicisti – tra cui la brava Patrizia Bovi – disposta su una pedana di legno, accoglie lo sguardo dello spettatore. Percussioni, arpe, strumenti orientali, un piano, fanno da tappeto alla voce di Shantala che si diffonde tenue nello spazio, intonando un canto indiano. Poi la pedana si scompone, ogni musicista rimane immobile sulla propria isola quadrata, il suono si disperde nello spazio scomposto e ricomposto per far spazio alla danza di Cherkaoui e dalla sua compagna. Allora, ecco i due danzatori al centro del palco a giocare silenziosamente a scacchi, mentre un video proiettato alle loro spalle ingrandisce il movimento delle loro mani e le rapide mosse di ogni pedina. I due si sorridono, poi un ritmo orientaleggiante pervade i loro corpi, si alzano e iniziano a danzare. Cherkaoui adatta il suo corpo ai movimenti della Shivalingappa che destreggia il vocabolario del Kuchipudi composto da codici gestuali calmi e naturali. La danza diviene breve racconto d’amore e separazione reiterato, nel proseguire dello spettacolo, nelle sue sfaccettature o nelle sue molteplici traduzioni. Mentre Patrizia Bovi intona un canto della tradizione italiana, Sidi Larbi Cherkaoui e Shantala Shivalingappa entrano in scena indossando delle enormi maschere, quindi scivolano nel vocabolario del Bunraku, giocano con due enormi marionette – uomo e donna, maestro e allieva –, cantano con gli occhi bendati A Whole New World dal film animato Aladdin, firmato Disney. Infine cambiano repentinamente la tematica della loro danza mostrando il gioco come metodo di apprendimento. Suonare, imitare i ritmi composti dai propri compagni, svelare del gioco le caratteristiche comuni a tutte le civiltà. La danzatrice indiana si siede per terra e, nella consueta modalità utilizzata da Sidi Larbi, inizia a parlare enunciando i temi centrali del percorso coreografico fino ad ora mostrato. Esattamente come nello spettacolo Orbo Novo, presentato un anno fa durante la precedente edizione di Equilibrio, le parole enunciate ritmicamente da Shantala percorrono le funzioni della mente, cercano di scoprire la sua realtà ambivalente, la sua capacità di procedere esclusivamente per dicotomie. Si domandano, infine, perché l’uomo non dia ancora importanza alla meditazione.
Ed è esattamente questo il momento in cui l’incantesimo si scioglie, il meccanismo si sfalda e tutto diviene terribilmente chiaro. Certo, sarebbe davvero superficiale non riconoscere le capacità affabulatrici di uno dei pochi coreografi capace di far mattanza di cuori pur tenendo saldi i suoi obbiettivi. Eppure questo potpourri culturale e tematico, alla lunga, scivola vertiginosamente nella retorica. Di più, continuamente reiterata la formula scenica di Sidi Larbi si spoglia della sua valenza mistica per approcciare gli spettatori con un fare un po’ eroico, con quell’aria di chi suppone l’ignoranza del pubblico in materia orientale e arriva a colmare il vuoto di tale ignoranza. Una danza – non più postoccidentale – che si pregna di una nuova valenza esotica, ora utilizzata in maniera demagogica e didattica poiché appiattita al puro significato. Il kuchipudi è patrimonio culturale dell’umanità, la meditazione può renderci davvero migliori, il gioco fa parte di ogni cultura, il sapore dell’India o del Marocco, o del Giappone, può mescolarsi meravigliosamente con quello della nostra tradizione culturale.
Riso al curry, Tempura e ravioli al vapore, per farla breve. In una danza fusion che, immersa nel glocale e quanto mai distante dal nuovo, sembra essere oramai una moda.

Matteo Antonaci

è stato in scena l’ 1 e 2 febbraio 2011
Auditorium Parco della Musica (Equilibrio – Festival della nuova danza)
Roma

Play
Coreografia / esecuzione Eastman / Shantala Shivalingappa & Sidi Larbi Cherkaoui
musica dal vivo Patrizia Bovi, Gabriele Miracle, Olga Wojciechowska, Tsubasa Hori
consulente artistico Arthur Nauzyciel
luci Adam Carrée
visual design / Puppet Filip Peeters
video design Paul Van Caudenberg
costumi Lieve Meeussen