Radio 3: teatro in diretta e i radiodrammi. Intervista a Laura Palmieri e Antonio Audino

Sala A di Via Asiago (Roma)

Come è cominciata questa avventura?

Laura Palmieri: E’ iniziata con Marino Sinibaldi (direttore radio 3 ndr.), un anno fa.

Antonio Audino: Bisogna dire che di teatro su Radio 3 se ne è sempre fatto tantissimo: intere stagioni affidate a personalità del teatro e della cultura, una affidata a Ronconi, un’altra a Martone…

L.P: Ronconi con 35 nuove produzioni, si chiamavano Teatri alla radio, poi c’è stato Franco Quadri che ha curato una rassegna di dieci produzioni di drammaturgia contemporanea, poi c’è stato Martone con il famoso Terzo Orecchio, qui l’idea era di affidare pezzi radiofonici anche a compagnie più gestuali e visuali che di parola la scommessa era anche un po’ quella di creare cose apposta per la radio; e infine il periodo affidato a Franco Cordelli che è durato 6 anni.

A.A.: ecco diciamo che nel passato recente l’idea era di mettere in scena dei testi, di produrli con una squadra di attori e registi spaziando anche attraverso molta drammaturgia contemporanea. Con l’avvento di Marino (Sinibaldi ndr.) ci siamo posti un problema in più, capire se in radio oggi sia ancora possibile trasmettere un testo drammaturgico recitato integralmente, ovvero se l’attenzione dello spettatore può percepire un tempo lungo in cui avviene un’azione teatrale via radio. È vero che radio e teatro sono sempre state sempre considerate simili, perché sono affidate alla parola, però dato che l’ascolto è più frammentato, distratto e i tempi di ascolto sono ridotti, il grande problema che ci siamo posti è stato quello di cercare delle altre strade per far entrare il teatro nella radio e da queste considerazioni, che sono sempre dei dubbi e mai delle certezze, sono nate le altre idee che abbiamo messo in campo come ad esempio quella di portare nei nostri studi di via Asiago, in particolare nella sala A, degli spettacoli messi in scena davanti a un pubblico e in diretta. Questa è stata una delle prime novità.

Se non mi sbaglio questa modalità c’era già negli ultimi anni?

L.P. Diciamo che abbiamo iniziato un anno prima di Sinibaldi, già con Cordelli avevamo aperto la sala A al pubblico.

A.A. Sì è un’idea recente, che avveniva scegliendo opere teatrali particolarmente adatte, puntando soprattutto al teatro di narrazione, ai monologhi, a strutture linguistiche lineari.

L.P. Oppure a un teatro musicale, come nello spettacolo di Malosti, Venere e Adone, che poi è stato il primo che abbiamo fatto in Sala A col pubblico.

A.A. Il nostro interesse comune – e su questo siamo compatti – è quello di proporre sempre un teatro di ricerca che sia problematico nei contenuti e nelle forme, scartiamo automaticamente il teatro “di giro”, quello ufficiale, mentre vorremmo che la radio fosse un luogo di proposta teatrale di quello che secondo noi è quanto di meglio sta avvenendo, proprio nell’elaborazione di un pensiero e di una forma teatrale.

Questo è il motivo perché io sono qui, ci si riconosce nei percorsi. Mi incuriosisce molto come attraverso un mezzo mainstream quale la Rai, un gruppo di persone sia riuscito a far passare il concetto che il teatro non è mero intrattenimento, ma un’operazione culturale.

A.A. Questa è la vocazione di Radio 3, anche se siamo nel mainstream e siamo alla Rai; in realtà Radio 3 nasce come una radio che vuole diversificare il pubblico, ma non creando una nicchia per colti e raffinati addetti ai lavori – e su questo il nostro direttore insiste giustamente molto – non una radio esclusiva, ma inclusiva, che proponga delle cose alle quali ognuno può avvicinarsi. Mi rendo conto che sono cose difficili da trovare su altre reti, in questo senso sì la nostra missione è di carattere culturale. Naturalmente Radio 3 è la rete dove si possono trovare le dirette da Beayreuth, di Wagner per 6 ore e mezza, le ultime uscite letterarie degli autori emergenti, dunque il teatro fa parte di questi interessi che sono però quelli di Radio 3 da sempre.

Da questo ultimo anno poi lo spettacolo in radio si è fatto incontro a più voci.

L.P.: Sì dopo l’apertura della Sala A e l’idea di portare degli spettacoli già pronti, ma con le qualità di cui parlava Antonio, ci siamo interrogati anche su una modalità diversa che potesse essere quella di raccontare, anche attraverso la storia di alcune compagnie della ricerca e dell’avanguardia italiana, alcuni mondi teatrali. Questa forma dell’incontro spettacolo è nata in collaborazione da subito con l’Ente Teatrale Italiano ed è una cosa che permette al pubblico di avere delle chiavi di lettura in più rispetto a ciò che si vede a teatro. Visto che questa formula dello spettacolo e del racconto ci ha convinto, abbiamo iniziato a lavorarci anche aldilà dell’Eti (oggi solamente Valle ndr.). L’incontro di lunedì con la Valdoca è uno di questi incontri-spettacoli che realizzeremo da soli.

A.A.: C’è un altro scalino davanti a noi, al quale stiamo lavorando concettualmente e che va oltre questi aspetti di proposta spettacolare e di ragionamento intorno allo spettacolo. Tra l’altro noi questa informazione la facciamo in modo molto articolata, ad esempio il lunedì c’è una rubrica intitolata Il teatro in prova dove facciamo dei veri e propri reportage radiofonici su una compagnia che sta provando uno spettacolo. Andiamo a prendere i suoni, le voci, i commenti e i racconti di chi sta mettendo in scena uno spettacolo che debutterà di lì a poco. Questo per proporre agli ascoltatori un altro tassello invisibile del teatro che è quello del ripensamento, della costruzione, la fase di sviluppo dell’operazione artistica. Poi ogni sera molti dei collegamenti di Radio 3 Suite sono con delle prime teatrali, anche lì noi operiamo una selezione rispetto alle cose che ci fa piacere annunciare, sono collegamenti che avvengono un’ora prima del debutto.

L.P. Il teatro in prova è nato con Marino Sinibaldi, prima c’era Rumori fuori scena, ma si limitava a interviste o collegamenti fatti agli attori o ai registi, questa ulteriore modalità del teatro in prova riesce anche a trasmettere domande, perplessità e incertezze del regista e degli attori e sarà una cosa altra rispetto a quello che lo spettatore vede a teatro.

Io la trovo uno splendido atto di resistenza rispetto a un ambiente che vede il teatro, e sempre di più l’operazione artistica, come prodotto finito.

L.P. Alcuni teatri stanno mettendo le prove sul web, il Teatro Eliseo è uno di questi. Altri aprono le prove almeno a un certo tipo di pubblico come quello delle accademie.

A.A.: Ora, tutto questo ci viene naturale e spontaneo, ma siccome siamo problematici e complessi, c’è una questione da affrontare che riguarda qual’è una forma più specifica della radio che si avvicina al teatro: con la difficoltà già espressa di portare uno spettacolo che ha contenuti visuali, gestuali e performativi alla radio, difficoltà che esiste anche da sempre, c’è da fare una riflessione su una costruzione drammaturgica che sia specifica per la radio, ossia il radiodramma. E’ una elaborazione concettuale di Arnheim il quale nel parlare per primo della specificità della radio spiega come la radio debba creare qualcosa che non possa fare nessun altro, qualcosa che deve accadere al buio (lui faceva il famoso elogio della cecità), ovvero un fatto artistico che abbia una sua compiutezza estetica pur mancando di alcuni sensi di percezione. E quindi ci stiamo interrogando intorno al radiodramma, per capire come produrre noi qualcosa che appartiene alla nostra specificità, avvicinandosi alla scrittura teatrale. La risposta non è semplice e nell’occasione dei 60 anni di Radio 3 abbiamo affidato a 4 scrittori: Carlo d’Amicis…

L.P.: Chiara Valerio, Giosuè Calacciura e Nicola Lagioia: abbiamo attinto appositamente ad autori che conoscevano anche il mezzo radiofonico e infatti sono collaboratori a vario titolo di radio 3; gli abbiamo chiesto di scrivere quattro radiodrammi che avessero per tema proprio la radio.

A.A.: Messi in scena in Sala A davanti al pubblico da due registi…

L.P.: Francesco Saponaro e Lisa Ferlazzo Natoli. E’ stato un esperimento…

A.A.: Esatto un esperimento di una costruzione verbale e drammaturgica creata esclusivamente per l’ascolto. E su questo vorremmo andare avanti e stiamo immaginando delle produzioni originali che nascano qui a Radio 3, elaborazioni verbali, sonore e narrative, da affidare ad alcuni dei gruppi più emergenti della scena italiana.

L.P.: Questa è una cosa fortemente voluta da Antonio Audino e potrebbe essere un’ideale prosecuzione di quell’esperimento che facemmo con Martone, il Terzo Orecchio appunto. Mentre con Ronconi e Quadri abbiamo prodotto costose produzioni che hanno arricchito l’archivio radiofonico e costituiscono un pezzo di storia, l’idea con Martone era di produrre cose originali, non di utilizzare testi già scritti ed erano stati coinvolti gruppi di teatro di ricerca come la Socìetas e artisti come Danio Manfredini, Elena Bucci, compagnie quasi tutte già molto conosciute, l’idea nostra è invece quella di affidare questi spazi a giovani emergenti e di produrre cose nuove appositamente per la radio, cosa che credo unisca due vocazioni di Radio 3: il lavoro sulle compagnie che si stanno formando e crescendo e lo specifico radiofonico di cui parlavamo.

Hai parlato dell’archivio. Mi incuriosisce molto perché noi viviamo in un’epoca che è stabilmente l’epoca dell’immagine, di per sé è l’accadere scenico che prevede gli occhi presenti e si svolge in molti casi su drammaturgia scritta, pensando a questo, che tipo di archivio permette la radio?

L.P.: Noi adesso destineremo uno spazio settimanale, il giovedì alle 22,10, dedicato all’archivio teatrale, nello spazio che ci contiene di Radio 3 Suite. Ci stimo ancora interrogando con Antonio su come utilizzare questo infinito archivio storico, però l’idea comune è quella di non riproporre la commedia tout court, anche per quei motivi di cui parlavamo riferiti ai tempi di ascolto. Cercheremo di farlo vivere questo archivio, magari mettendolo al confronto col contemporaneo, magari chiedendo anche l’apporto di qualche critico, esperto o appassionato. Per fare un esempio specifico credo che possiamo raccontare le prime puntate che abbiamo in mente: la prima è una puntata monografica su Marisa Fabbri. Racconteremo la storia attraverso interviste, pezzi di teatro da lei recitati, attraverso testimonianze da parte di chi ha seguito da vicino il percorso di questa attrice e il suo metodo recitativo.

A.A.: Una di queste puntate la dedicheremo al monologo di Amleto, “Essere o non essere”, proponendone diverse versioni perché la ricchezza dell’archivio Rai è assolutamente unica e straordinaria, per questo vorremmo valorizzarla seguendo l’indicazione del direttore, perché possiamo ricomporre l’intera storia dell’interpretazione. Faccio un esempio che ha sorpreso me stesso: facendo una ricerca per vari motivi ho trovato la registrazione dell’Enrico IV di Ruggero Ruggeri, si sa che l’Enrico IV è stato scritto per Ruggero Ruggeri, noi naturalmente abbiamo un’incisione degli anni ’50, un po’ tarda, se io dicessi che c’è Ruggero Ruggeri che recita l’Enrico IV si immaginerebbe un certo tipo di recitazione: è sorprendente scoprire che è tutt’altro. È un attore di un’asciuttezza, di un’esattezza, di una modernità e sobrietà che nulla ha a che fare con l’idea che noi ci portiamo dietro del grande attore/mattatore ottocentesco. Questa cosa ha un valore assoluto per la ricerca teatrale, perché tu sai che noi ad esempio non avendo la voce della Duse non sappiamo veramente come fosse questa sua famosa recitazione minimale, marginale, sotto tono come era,. Invece da un certo punto in poi possediamo assolutamente tutta la grande storia, ma anche la piccola e media storia fino a oggi e attraverso questo possiamo vedere qual’è il rapporto col testo, con la recitazione, il rapporto con la costruzione della scena, tant’è che quei tempi radiofonicamente non ci corrispondono più. Io potrei mandare uno dei monologhi di questo Enrico IV, ma non potrei mandare tutta quella la registrazione degli anni ’50, perché sono cambiati i nostri tempi di percezione, ma anche gli stili recitativi, perché mentre Ruggeri che è un grandissimo e lì è straordinario, gli attori della compagnia oggi non ci interessano più e sono tutti di maniera.

A me piacerebbe capire “perché la radio”? Come è successo?

Per me è successo per via del teatro. Ho lavorato per otto anni in televisione dove in periodi alterni quando ero fortunata riuscivo a occuparmi di teatro, per esempio a Uno Mattina per tre anni ho fatto dei servizi teatrali di cinque minuti che andavano in onda il venerdì. Poi c’è stato un periodo in cui mi sono allontanata dalla televisione, poi una causa che mi ha fatto diventare interna, perché prima sono stata a lungo con dei contratti a termine come ancora succede a molti nostri colleghi, finché mi chiamarono dall’ufficio del personale dicendo “sta partendo un progetto molto prestigioso su Radio 3”, mi feci due conti e dissi perché devo stare in televisione ad occupami di cose che non mi interessano quando lì in Radio c’è la cosa che più mi interessa, dunque il teatro? E così eccomi a fare quel che più mi piace.

Antonio?

In realtà alla radio ci sono capitato per caso perché quando si è giovani e si vuole fare un lavoro che abbia a che fare con la comunicazione e la cultura ti trovi davanti le strade che ti si aprono, non te le scegli. Mi è capitato di iniziare a lavorare alla storica trasmissione del 3131 e grazie a quell’esperienza ho capito la bellezza e la ricchezza di questo mezzo: la televisione è troppo, è eccessiva, ingombrante e richiede molte cose, invece la radio ha una sua essenzialità che è seducente sia nel percepirla che nel farla. Io non mi sono occupato molto di teatro in radio, ultimamente lo sto facendo a pieno ritmo.

Ultima domanda, che nasce da un Kebab preso con Antonio e Andrea Nanni ormai più di un anno fa, in quell’occasione tu ti chiedevi come si comporta l’ascoltatore mentre vi ascolta. Qualche tempo fa una mia amica mi ha confessato che nel trambusto della vita quotidiana Radio 3 è un po’ la possibilità di fermarsi ed è l’università che non ha mai fatto…

L.P. E’ un tempo altro…

Esattamente, quindi in qualche modo questo esempio risponde alla tua richiesta Antonio.

Questo è quello che ci dicono tutti gli ascoltatori che incontriamo, ma in realtà noi non abbiamo una percezione esatta di che cosa vuole chi ci ascolta. Noi abbiamo dei dati di ascolto generici, molti contatti con gli ascoltatori via email e sms, ma fra le due categorie (in cui si divide il pubblico interattivo ndr), che corrispondono agli entusiasti e ai polemici, c’è la grande fascia degli ascoltatori e noi in qualche modo dobbiamo interpretare i loro desideri e questa è la cosa più difficile.

Simone Nebbia

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