I promessi sposi alla prova: negli ingranaggi a vista del metateatro di Lombardi, Tiezzi e Testori

Un debutto della premiata ditta Lombardi/Tiezzi a Roma è sempre un evento, un appuntamento imperdibile per un certo tipo di comunità teatrale. L’ultima volta di Lombardi a Roma fu quella de L’uomo dal fiore in bocca a Short Theatre e in quell’occasione si accompagnava a Roberto Latini, quest’ultimo anche regista del celebre atto unico pirandelliano.

Al Teatro India (con una platea occupata in ogni posto durante la prima), Sandro Lombardi è protagonista di un progetto probabilmente ben più complesso: I promessi sposi alla prova di Giovanni Testori, del quale firma insieme a Federico Tiezzi il copione.
Fortunatamente registriamo un certo movimento intorno alla figura del poeta milanese, uno dei grandi assenti del nostro teatro: al Piccolo Eliseo il primo spettacolo in cartellone questa stagione fu proprio l’Erodiade con Maria Paiato e nei prossimi giorni al Teatro Valle Valter Malosti gli dedicherà una serata. Dunque nella complessa struttura del progetto I promessi sposi alla prova, in scena fino al 6 marzo, la fonte letteraria ha un peso non indifferente anche perché oltre a quella del cantore della Ghisolfa, imponente è l’ombra del Manzoni.

Quello che il pubblico si trova davanti agli occhi é perciò un tessuto pluristratificato derivante dal nucleo narrativo de I promessi sposi “ri-mediato”, per dirla alla Bolter e Grusin, dalla scrittura per il teatro (qui Testori lavora in un limpido italiano, lontano dalle costruzioni linguistiche dei cicli scespiriani) e dall’ operazione relativa alla pratica teatrale, ovvero il lavoro sulla drammaturgia (con inserti e attualizzazioni per la nostra epoca); infine viè l’impegno registico di vera e propria scrittura scenica, l’ultima mediazione, l’intervento definitivo e rischioso sull’origine manzoniana.

Di fronte a tale complessità la regia “si limita” a dettare i tempi, cucendo con arte (grazie all’uso della musica e delle luci) i cambi di scena, creando i ritmi recitativi, lavorando insomma sugli attori. Ineccepibili questi nell’interpretare quel movimento oscillatorio che li porta dentro e fuori il dramma in una tragedia che facilmente diventa gioco ironico.
Ed è proprio qui che lo spettacolo di Lombardi/Tiezzi diventa qualcos’altro sfiorando la poesia: vi sono dei momenti (spiegabili solo con l’affiatamento degli attori e una giusta quantità di stregoneria registica) nei quali si sovrappongono quei piani d’ascolto e di comprensione imprescindibili per il pubblico: sia quelli emozionali con il tragico e il comico che si rincorrono sino a fondersi straniando anche lo spettatore più smaliziato, sia quelli legati alla metateatralità della pièce di Testori, quell’attività legata al percepire quando l’attore “finge” di provare il proprio ruolo di personaggio nei Promessi sposi e quando è invece fuori dal ruolo stesso. Ecco, questo meccanismo, ormai divenuto trasparente nel secondo novecento e incapace di scalfire l’incredulità dello spettatore educato/sedato da migliaia di ore televisive, non solo non si spinge mai nella fascinazione del realismo, proprio perché Tiezzi è cosciente di non poter chiedere al pubblico un accordo di tale portata, ma inoltre riesce – e in questo il testo è complice se non principale artefice – a fondere proprio quei due piani. Con il prosieguo dello spettacolo, pian piano che la macchina scenica avanza, il pubblico, spaesato, alcune volte può perdere proprio questa bussola interpretativa e abbandonarsi alle emozioni, alle passioni che in fondo sono quelle dei Promessi sposi del Manzoni.

Emergono così personaggi e vicende che avevamo lasciato a impolverarsi in quel lontano cantuccio della nostra memoria. Grazie all’autore milanese e all’interpretazione di Iaia Forte la Monaca di Monza diventa un personaggio se possibile ancora più moderno, il Renzo di Francesco Colella, innamorato sia in prova che fuori, è un’ esplosione di ironia e passione e poi la Lucia di Debora Zuin protagonista di rapidi cambi d’accento e di emotività, l’Agnese di Marion D’Amburgo, il Don Rodrigo di Massimo Verdastro (fusione della tipica superbia ed egocentrismo dell’attore mattatore con il personaggio manzoniano) per arrivare infine a Sandro Lombardi, il maestro, il regista della compagnia di “scalcagnati” descritta da Testori e naturalmente anche Don Abbondio e l’Innominato, attore che non ha bisogno di sottolineare questi passaggi con modifiche di voce e carattere in quanto si fa veicolo del testo e delle emozioni in esso contenute, consapevole che i cambi sono già all’interno del proprio recitato, in quell’impostazione inizialmente nasale e poi spaesante per mutamenti di ritmo, timbro e tonalità.

Andrea Pocosgnich

visto alla prima del 22 febbraio
in scena fino al 6 marzo 2011
Teatro India [vai al programma della stagione 2010/2011] Roma

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